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Cinquant’anni dopo

Oggi è il cinquantesimo anniversario della morte di Ernesto “Che” Guevara. Il suo mito ha forse superato la sua realtà di uomo, trasformandolo in una icona ideale che rischia di mascherare, almeno in parte, la concretezza della sua azione. D’altra parte, come sempre in questi casi (a maggior ragione con i miti radicali della sinistra), la ricerca dell’uomo dietro il mito dà adito al processo contrario, la demonizzazione della figura in cui si concentrano nefandezze e incongruenze, offuscando ancora una volta la realtà. Io dico che senza persone come Guevara, senza radicali che uniscano passione e realismo, non si conoscerebbero i propri limiti, l’estensione delle proprie idee e del proprio campo di azioni. Accanto a questo, è necessario fare un lavoro di presa di coscienza sulla realtà del mito e comprenderne la collocazione storica e culturale, per poterlo valutare. Guevara agì in un mondo di forti contrapposizioni, dominato dallo scontro tra modelli di organizzazione sociale e produttiva a prima vista inconciliabili, in particolare nell’America Latina, dove all’iniquità economica si accompagnava spesso la brutalità del potere politico, rendendo impossibile lottare pacificamente. Per questo bisogna comprendere che la violenza era una caratteristica fondamentale e imprescindibile della lotta rivoluzionaria, così come della repressione controrivoluzionaria. E che la rivoluzione aveva un significato molto più concreto e profondo di oggi, era non solo una speranza in un “altro mondo possibile”, ma soprattutto il tentativo di realizzazione di forme effettive di governo e organizzazione sociale diverse, improntate a progetti politici definiti. Certo, ascoltando alcuni discorsi o leggendo alcuni scritti proprio di Guevara, si notano toni visionari e persino messianici, immagini della politica mondiale che riprendono il dualismo tra Bene e Male, con una conseguente intransigenza che oggi non ha più molto senso. Però è questo il punto: oggi forse no, ieri invece sì, perché non era un’epoca di mezze misure. Nel suo tempo, Che Guevara è stato ciò che serviva al mondo per definire sé stesso. La sua morte lo ha trasformato in un mito per generazioni. Cinquant’anni dopo, rimane un esempio, positivo o negativo che sia, di dove può arrivare una persona che creda fermamente nell’unione di teoria e pratica per cambiare le cose.

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Il crollo di un mito

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Ognuno di noi ha dei miti, incarnati in personaggi storici o in gruppi di persone, partiti, chiese, band, o magari parenti, i propri genitori, un nonno o una zia particolari e via dicendo. E ognuno di noi ha sperimentato qualche volta la “caduta dal piedistallo” di questo o quel mito, provando in seguito un vuoto e una tristezza che ci hanno condotto a momenti di disillusione e persino cinismo. Almeno, finché non lo rimpiazziamo con un altro mito: allora ritroviamo quella fiducia e quella sicurezza il cui destino è di essere nuovamente disattese, un altro mito crolla e il ciclo va avanti finché non giugniamo finalmente al bivio morale di fronte al quale possiamo scegliere tra un pessimismo eterno, forse depressivo, e la consapevolezza della natura effimera dei miti, il cui valore si salva solo a patto di rientrare nella concretezza del reale.

Un mito ci serve a trovare quello di cui sentiamo la mancanza in ciò che ci circonda. La speranza in qualcosa di diverso, qualcosa di puro, di perfetto e incorruttibile, sia essa la rivoluzione o la supremazia, o ancora un’attitudine morale ed etica. Spesso questo mito ci viene presentato da altri, lo scopriamo per caso e lo assumiamo come nostro, lo riempiamo dei nostri sogni e crediamo sia oggettivamente buono; ma, forse in maniera inevitabile, ne perdiamo di vista i difetti, lo rendiamo astratto e assoluto, così che quando quei difetti risaltano ai nostri occhi ribolliamo di rabbia, perché il mito si incrina. Continua a leggere