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La morte e l’Asia

Io penso che la coscienza della propria morte sia uno dei tratti più profondi e distintivi dell’essere umano, ciò che, forse più ancora del linguaggio, lo distingue dalle altre specie animali. È dal pensiero della morte che derivano le metafisiche consolatorie sullo spirito, sull’aldilà, sulla vita oltre di essa; la morte è l’ignoto supremo, il dolore per la perdita dei propri cari è la sofferenza suprema. Sembra così difficile concepire la fine dell’esistenza, immaginare di non essere più coscienti, di non sentire più nemmeno noi stessi. E da tutto ciò derivano la paura e un grande bisogno di esorcizzarla.

Ma in Asia c’è qualcosa che in Europa (e di conseguenza e a maggior ragione in America) manca del tutto: l’accettazione. Qui siamo sempre convinti di poterci salvare in qualche modo. Cerchiamo l’antidoto a quella che consideriamo una malattia, un male in sé, ossia la mortalità. Non accettiamo la sofferenza, tanto meno la morte e le cose a essa legate. Tanto da scannarci per le questioni di testamento biologico e diritto di morire.

Accettare, da noi, significa rinunciare. In Asia, non solo questo: la rinuncia c’è, ma è di tutto ciò che è futile, superfluo, non necessario. Oltre a ciò, l’accettazione è il primo passo verso la liberazione, la possibilità di vivere la propria vita accettando il fatto che un giorno essa finirà. Eppure non finirà la vita in sé, perché in fondo noi non siamo “di passaggio”, noi siamo una particolare combinazione di cose che fanno e sempre faranno parte di tutto ciò che esiste. Scompare la coscienza individuale, ma non scompare la vita che ha prodotto quella coscienza e ne produrrà altre dopo di essa.

Penso sia una buona soluzione.

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Breve storia delle bacchette cinesi e giapponesi

Le bacchette sono nate circa 5.000 anni fa in Cina, quando i commensali affamati, per prendere il cibo dai calderoni roventi, staccavano ramoscelli dagli alberi per afferrare le verdure o i brani di carne.
Intorno al 400 a.C., tra l’aumento della popolazione e la diminuzione delle risorse, si avvertì la necessità di consumare meno legna nella cottura dei cibi, così si sminuzzavanogli ingredienti per poterli cuocere più velocemente; ciò non rese più necessario l’uso del coltello a tavola, così le bacchette divennero di uso abituale. Si dice che persino Confucio le usasse in sostituzione del coltello perché era vegetariano e non voleva pensare neanche lontanamente al macellaio. Intorno poi al 500 d.C., le bacchette si diffusero in Estremo Oriente a partire dall’attuale Vietnam, alla Corea, al Giappone.

I materiali per costruirle sono diversi: il più usato è il bambù perché non è costoso, si trova facilmente, si lavora altrettanto facilmente e resiste molto bene al calore; inoltre non ha un particolare odore o sapore. Altri materiali sono il legno di tek, cedro, pino o sandalo; anche l’osso è usato, mentre un tempo i più ricchi usavano bacchette in oro, argento, bronzo, giada, corallo, agata, avorio, ottone. I giapponesi furono i primi a laccarle, rendendole lucide e tuttavia maneggevoli.

La differenza tra le bacchette cinesi e quelle giapponesi risiede sia nella forma che nelle dimensioni: le cinesi hanno sezione rettangolare, la punta smussata e sono lunghe circa 22,5cm; le giapponesi hanno la sezione tonda, sono appuntite e la lunghezza varia per uomini e donne (20 cm per lui, 17,5 per lei).

Curiosità: in un primo tempo i giapponesi utilizzarono bacchette a forma di pinza, con i due “ramoscelli” di bambù uniti alla sommità, per poi cominciare a fabbricarle separate a partire dal XVII secolo.
Riguardo alle bacchette in argento, vi era la convinzione diffusa che quel metallo cambiasse colore, divenendo più scuro, a contatto con cibo avvelenato; oggi si sa che l’argento non reagisce all’arsenico o al cianuro, bensì a cipolla, aglio e uova marce (per via dell’acido solfidrico del metallo).

La lezione è finita, andate in pace.


Sul Drago Rampante

Quando la Cina si sveglierà, il mondo tremerà.
– Napoleone Bonaparte

Il mercato delle auto sta per essere invaso dalle macchine cinesi, su cui saranno montati tutti gli optional possibili e avranno prezzi economici, competitivi per chiunque. Inoltre stanno sorgendo marche di qualità e persino di lusso, con la scritta “Made and created in China“, a rivendicare l’originalità del prodotto cinese. La crescita del colosso asiatico non solo è inarrestabile da parte dei concorrenti, ma per la stessa Cina: il ritmo di crescita costringe l’economia cinese a mantenere un livello di produzione altissimo, perché cadute percentuali minime implicano la disoccupazione per centinaia di migliaia di persone. Addirittura costruiscono città intere per il mercato immobiliare, anche se poi gli appartamenti restano invenduti e i centri commerciali vuoti.

Il “capitalismo rosso” (nostra espressione giornalistica per indicare il Socialismo con caratteristiche cinesi) è un capitalismo di stato, dove è appunto lo stato a essere il principale investitore e gestore sul libero mercato; chiunque va lì per fare affari viene valutato dal governo e se non può rispettare determinati standard non ottiene il permesso di entrare nell’economia del Paese. All’estero, il rapporto con i paesi del Terzo Mondo non si basa unicamente sull’acquisto di risorse in cambio di dollari, ma sullo scambio: risorse energetiche in cambio di infrastrutture, petrolio e gas naturale in cambio di ospedali e fabbriche.

A tutto ciò si aggiunge una mentalità collettivistica per noi inconcepibile e un disprezzo dei diritti dei lavoratori per noi anche comprensibile (e per alcuni desiderabile), ma inaccettabile dopo decenni di lotte sindacali (tra l’altro gettate al vento dai vari Marchionne e da lavoratori senza più potere di contrattazione).

Di fronte a notizie del genere è comprensibile preoccuparsi, ma in fondo non è questo il culmine trionfale dell’unico sistema economico sopravvissuto, l’unico insieme di valori e pratiche che sia uscito apparentemente indenne dai tumulti dell’era moderna? Continua a leggere