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I miei dischi della Rollins Band

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Avevo già parlato di Henry Rollins pubblicando il video e il testo di una delle sue canzoni che apprezzo di più, Illumination. All’epoca però non avevo neanche uno dei suoi dischi, peraltro difficili da trovare persino nei negozi delle grandi città. Negli ultimi anni ne ho recuperato cinque, quelli degli anni ’90/2000, secondo me i più raffinati e maturi (e anche secondo i suoi detrattori, legati al suo passato punk).

Ho conosciuto Rollins grazie a Beavis & Butthead, che in un episodio commentano il video di Disconnect. Per lungo tempo è stato solo un artista “sullo sfondo”, rispetto agli altri che ascoltavo; mi colpiva che fosse così muscoloso, di solito i cantanti non hanno molta cura di se stessi, però quello che sapevo di lui era legato ai video che passavano su Mtv, ai suoi cameo cinematografici e a qualche articolo su siti specializzati. Poi, grazie a Youtube, ho cominciato ad ascoltare altre canzoni tratte dai vari album, e ho capito che non solo è un personaggio interessante, ma anche un ottimo artista, con idee musicali aperte e sempre intento a rinnovarsi, pur restando fedele alla sua linea (e specifico sua, perché sentire un punkettone che mi viene a dire “Rollins si è venduto!” avendo smesso di suonare punk è come sentire che i gatti sono erbivori perché masticano le piantine). Un artista poliedrico, non solo per le sue prove d’attore, come nel cortometraggio Deathdealer, ma anche per i suoi monologhi teatrali e i suoi programmi televisivi.

Soprattutto, posso dire che i testi sono profondi, stimolano riflessioni, raramente sono banali o scontati. So che sembra esagerato, ma in certi casi ascoltarle è come fare una seduta terapeutica, ci sono dentro questioni psicologiche, sensazioni ed emozioni intime, punti di vista esistenziali, visioni perturbanti. Dalla furia dei primi album alla sagacia degli ultimi, Rollins ha dimostrato di avere un cervello funzionante e una grande sensibilità. Da un po’ di tempo a questa parte ha smesso di suonare, perché sentiva di non avere più molto da dire e non aveva intenzione di trasformarsi in una “greatest-hits-machine”, una macchina che suona a ripetizione i suoi successi, concentrandosi su altri progetti. Un peccato? Beh, certo mi spiace, ma meglio che vederlo autodistruggersi.

E ora passiamo agli album.

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I miei dischi dei Motörhead, pt. 2

boneshaker

E finalmente ecco la seconda parte! Procediamo con i successivi vent’anni dei Motörhead. Ero rimasto a Sacrifice, album del ventesimo anniversario; dopo quest’album cominceranno a festeggiare ogni cinque anni, sfornando un patrimonio di concerti su cd e dvd. Come dicevo alla fine dell’articolo precedente, gli anni Novanta sono un periodo favoloso, i Motörhead continuano a incidere dischi di alto livello con la nuova formazione a tre (Lemmy, Phil Campbell e Mikkey Dee) e consolidano definitivamente il proprio “stile di lavoro”. Almeno per quanto riguarda la produzione musicale, non conosceranno più crisi. Continua a leggere


I miei dischi dei Motörhead, pt. 1

motorhead covers

Questo articolo avevo intenzione di scriverlo già da tempo, quando mi proposi di aumentare gli articoli di musica con alcune discografie ragionate, quelle in mio possesso. Avevo iniziato con i Metallica, che stavo riascoltando dopo anni; tra le bozze, il prossimo sarebbe stato su Henry Rollins, e a seguire di altri gruppi, dai Pantera ai Sepultura, dai Black Sabbath ai Soundgarden, e così via. Questo sui Motörhead, che nelle intenzioni era il più importante, perché la band di Lemmy è sempre stata la più importante per me, lo avrei comunque rimandato a quando avrei avuto tempo di riascoltare oltre venti album, quindi era previsto per il 2016 inoltrato.

La morte di Lemmy e la conseguente scomparsa dei Motörhead cambiano tutto. Non vorrei essere melodrammatico, ma se n’è andato non solo un pezzo della storia del rock, ma anche un pezzo della mia storia, e di tutti quelli che hanno avuto la musica dei Motörhead accanto in tanti momenti della loro vita, come una furente colonna sonora. Inoltre, Lemmy è stato davvero una fonte di ispirazione: pur non avendo la minima attitudine a imitarlo, specie nei suoi eccessi, ne ho sempre ammirato la libertà di spirito, la sincerità e la sfacciataggine, quell’aura di anarchia individuale contro tutti i dogmi e i conformismi. E il look: ho sempre adorato il suo taglio di barba, la cintura di proiettili, la croce di ferro, gli stivali bianchi coi pantaloni neri (di una tamarrìa incredibile, e quindi ottimi per un amante del kitsch come me), oltre alle classiche chicche rocchettare. Per non parlare del simbolo del gruppo, lo “Snaggletooth” creato dall’artista Joe Petagno e reinventato costantemente per quasi tutte le copertine. Continua a leggere


I miei dischi dei Metallica

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Ultimamente ho avuto modo di riascoltare i dischi dei Metallica in mio possesso, cioè quasi tutti, visto che li comprai quando ero un collezionista compulsivo e se mi piaceva un gruppo dovevo averne tutti gli album (oggi continuo solo con i Motorhead, i miei preferiti). Questo vuol dire che li ho tutti da Kill’em All a S&M, dopo del quale, oltre che ridimensionare le mie velleità collezionistiche, mi stufai e smisi di seguirli. Tuttavia sto pensando seriamente di prendere Death Magnetic, che con la sua durezza sembra segnare un ritorno ai fasti del passato. Ma procediamo con ordine. Continua a leggere