Lo show TV della discordia

non è la stessa cosa

La differenza mi pare evidente

Un altro breve dibattito (brevissimo, uno scambio di battute) recuperato dai social network. Stavolta si discuteva del programma di Rai 1 Tale e Quale Show, edizione 2019, in cui, per chi non lo avesse mai visto, i concorrenti devono imitare ogni settimana un cantante famoso in una delle sue performance. Per farlo, oltre a passare per un difficile lavoro di imitazione del canto, della voce e delle movenze, vengono anche truccati da specialisti, in modo da assomigliare il più possibile fisicamente al personaggio da imitare. Talvolta capita che concorrenti uomini imitino cantanti donne e viceversa; più spesso, che concorrenti bianchi imitino cantanti neri (raramente il contrario, o forse mai, visto che non ho mai visto concorrenti di colore, almeno nelle puntate che ho beccato). Su questo ultimo punto si è accesa una piccola diatriba riguardo al cosiddetto blackface, ossia la vetusta pratica di cantanti e attori bianchi di dipingersi la faccia di nero e fare spettacolini di intrattenimento, in cui i caratteri stereotipati ed esagerati dei neri rendevano un effetto “comico”. Per averne un’idea – ma con questo non sto né condannando, né portando come esempio peggiore – si può prendere il primo film sonoro della storia, Il cantante di jazz (1927), con l’interpretazione di Al Jolson. La pratica del blackface, come spiegato in questo articolo su Bilbolbul, risale all’inizio del XIX secolo, è andata in declino tra le due guerre ed è praticamente scomparsa dopo gli anni Cinquanta (sostituita magari dalla pratica del yellowface, di cui l’esempio più noto è l’inquilino giapponese di Colazione da Tiffany, interpretato da Mickey Rooney). Senza scendere ulteriormente in dettagli, riporto lo scambio di idee con chi aveva riportato e sostenuto un post di Vice dal titolo “Il blackface non è mai accettabile” (ripetuto varie volte in maiuscolo, tanto per lasciar chiaro).

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VICE Italia
28 ottobre 2019

Per l’ennesima volta, la trasmissione televisiva italiana ‘Tale e quale show’ ha usato con grande disinvoltura il blackface; a questo giro, una cantante bianca si è truccata per assumere le sembianze di Beyoncé. Nonostante sia universalmente riconosciuto come offensivo—visto che ha sempre incarnato una pratica razzista, rappresentando uno dei simboli storici dell’oppressione dei neri—in Italia continua a essere ritenuto come un qualcosa di innocuo o scherzoso, perché comunque “non siamo negli Stati Uniti” e quindi non ha lo stesso significato.

Il blackface, tuttavia, rimane un blackface ovunque lo si faccia. Tant’è che ogni singola volta—e i casi, oltre a ‘Tale e quale show,’ non mancano—persone nere nate o residenti in Italia cercano di farlo notare in tutti i modi. Come ha scritto Tia Taylor sul suo account, ad esempio, la cosa davvero “rivoluzionaria” e “inaudita” in Italia sarebbe invece “non pitturarsi di nero e imitare (male) persone nere sui media.” Per il giornalista Louis Pisano, che si è occupato del caso in una serie di storie su Instagram, “si possono imitare cantanti ‘stranieri’ di tutto il mondo senza cambiare il colore delle propria pelle. Facile!”. “Io non posso togliermi la melanina come una maschera,” ha detto Bellamy nelle sue story, “io sono nera 24 ore su 24, in Italia, con tutte le conseguenze che ciò comporta.” In più, la condanna non dev’essere lasciata solo ai diretti interessati con la scusa del “non ci riguarda,” perché ci riguarda eccome. Secondo quanto scrive Lawrence Oluyede sul suo account, “non è corretto o giusto o realistico aspettarsi che siano solo le vittime, o comunque coloro che subiscono discriminazioni, a sottolinearne il problema.” Se chi non subisce il razzismo e capisce il problema, ha continuato, “non partecipa alla conversazione discutendo pubblicamente o privatamente con chi fa cose razziste, non se ne esce mai da questa cosa. […] Nessuno si aspetta di eliminare il sessismo eliminando gli uomini dalla conversazione, no? Non è difficile da capire.”

Anche in Italia, insomma, indossare la pelle nere come una maschera non è davvero accettabile. E no: non si può più ignorare la storia che si porta dietro, né ci sono giustificazioni di sorta che possano reggere.

Me Medesimo – Ma è un programma di imitazioni, che comprende trucco ed esercizio di movenze e tecnica vocale. Come si potrebbero mai imitare James Brown o Ella Fitzgerald ed essere “tale e quale” senza pittarsi di nero la pelle? E il fatto che non siamo negli Stati Uniti d’America fa invece una bella differenza. Né, come erroneamente riportato, siamo l’unico paese in cui viene fatto senza implicazioni razziste: anzi, in Brasile lo stesso programma ha avuto critiche da parte di razzisti per lo stesso motivo (del tipo “che porcheria vedere un bianco comportarsi come una scimmia”). Io non sono affatto d’accordo con tali prese di posizione, che tra l’altro trasportano pari pari qui beghe potenzialmente pericolose come la cultural appropriation, a rischio di chiudere le persone in recinti e confini a tenuta stagna. Cioè, i bianchi devono imitare solo bianchi, i neri solo neri, i maschi solo maschi, le femmine solo femmine, gli etero solo gli etero ecc? Perché l’andazzo è quello, ed è conservatore e anticosmopolita.

Prima Interlocutrice – Non sono per nulla d’accordo. Qui si parla di una pratica che è condannabile ovunque la si metta in atto, Italia, USA, Brasile che sia (tra l’altro non mi sembra proprio si dica che lo facciamo senza intenti razzisti solo qui). Pitturarsi la faccia di nero, a qualsiasi latitudine ci si trovi, che piaccia o meno rimanda a quando si imitava con intenti degradanti, umilianti e offensivi le persone nere, e da questo non ci si può smarcare dicendo semplicemente che nel programma ci si deve truccare sennò la scena non viene – forse, come suggeriscono nell’articolo, si può fare tutto il resto che contraddistingue il personaggio senza cambiare artificiosamente la propria carnagione. Il punto secondo me è molto più semplice di come la poni tu: è una pratica che si porta dietro un retaggio coloniale e razzista, è stata condannata dalle varie comunità nere in giro per il globo (e già solo per questo dovremmo considerare di smetterla), è errata e offensiva. Suonerà molto tautologico, me ne rendo conto, quindi aggiungo anche che credo ci si possa semplicemente limitare ad ascoltare chi è oggetto del blackface e rispettare quello che dice e pretende. E comunque non mi pare proprio che condannare questa pratica equivalga a dire che si devono imitare solo le persone che ci corrispondono, perché qui si parla di una roba ben specifica ( = pitturarsi la faccia), non del fatto che sia giusto o sbagliato mettersi nei panni altrui – se poi lo si fa con l’intento di sostituirsi alla minoranza per sottrarle diritto di parola, quello è tutto un altro discorso.

Me Medesimo – La questione non è affatto semplice. Il fatto stesso di parlare di blackface pone una specificità del discorso (appunto) che viene espansa a ciò che blackface non è, almeno non in quei termini. Denigrare i neri colorandosi di nero per far finta di essere cantanti jazz è una pratica basata su concezioni razziste; imitare una persona specifica con trucco e parrucco per evidenti esigenze di somiglianza, all’interno di un programma che è stato pensato per celebrare e non per denigrare, è tutt’altra cosa, e porre le due prospettive sotto la stessa lente è un errore potenzialmente pericoloso. La condanna del blackface ha senso quando la pratica è effettivamente denigratoria o tende a sostituire la presenza dei neri nello spettacolo con “razze accettabili”. Ma tacciare di blackface anche uno spettacolo che non ha alcun intento razziale, attribuendoglielo per forza e omologando il trucco a una sostituzione o a una censura, vuol dire proprio ricorrere alla divisione sulla base delle similitudini, piaccia o no. Infine, un gesto offensivo è sempre condannabile, ma dipende anche dal contesto in cui viene fatto, altrimenti ci ritroveremmo come nella scena della lapidazione in Brian di Nazareth (e in effetti, con questo livello di polemica culturale costante, ci siamo già). Le questioni che possono supportare una visione così restrittiva vanno valutate caso per caso, e non denunciate a ogni minimo segnale che potrebbe richiamare la condizione specifica del blackface, o yellowface, o qualsiasi altra rappresentazione stereotipata di una comunità. A chi avrebbe sottratto diritto di parola un’imitazione, che ne so, di Ray Charles? E comunque, il fatto che alcuni si sentano offesi non vuol dire che tutti si sentano allo stesso modo. Certo, è meglio evitare di offendere chiunque, ma passare dal dibattito sulla questione di ciò che offende, alla denuncia e alla censura in ogni caso, non importa la specificità del momento o del problema, è grossolano e sciocco e non fa per niente bene al dibattito stesso. Io capisco che si parli di yellowface per film come Delitto al ristorante cinese o Colazione da Tiffany; capisco (un po’ meno) le rimostranze su come vengano rappresentati gli italiani nei film sulla mafia americana (quindi gli italo-americani); capisco altrettanto (e già di più) quelle su L’ultimo dominatore dell’Aria, ma non quelle su, p.e., il personaggio dell’Antico in Doctor Strange. Ma tornando al blackface, mi torna in mente la parodia del Dr. House che facevano qualche anno fa su Mai dire [qualcosa] della Gialappa’s Band, in cui il personaggio interpretato da Omar Epps era interpretato (o se preferite, “sostituito”) da uno del programma che non solo aveva la faccia pittata di nero, ma pure una pettinatura afro gigantesca e pacchiana: era ridicolo nell’aspetto, eppure era la rappresentazione dell’unica persona con buon senso e sale in zucca rispetto agli altri personaggi. La stessa esagerazione dei caratteri sembrava giocare sull’evidenza che non si trattasse di un attore nero, quasi a prendere in giro lo stesso concetto di blackface che veniva utilizzato in quel momento (parlo della mia sensazione a riguardo). Sullo stesso filo ritroviamo poi il personaggio interpretato da Robert Downey jr. in Tropic Thunder: forse a te provoca infarti a ripetizione, ma a me pare un bel modo di riflettere sulla questione (un modo americano, tra l’altro) senza stare a puntare il dito e fare i Torquemada di sinistra. — oops, credo di avere appena offeso gli spagnoli sostenitori della Santa Inquisizione. Faccio ammenda recitando le preghiere che ho dimenticato. (anche quel “oops” sarebbe appropriazione culturale del gergo americano, farò un’altra ammenda mangiando da MacDonald’s, ma un’insalata, per non offendere i vegani).

Secondo Interlocutore – Aggiungo 3 cents:
a) il discorso sul blackface in Italia va fatto a partire dal fatto che non abbiamo mai decolonizzato né l’immaginario né le pratiche del nostro raffrontarci alla “nerezza”. In assenza di un discorso in cui prendiamo consapevolezza (non solamente in accademia) di cosa ha voluto dire – e di cosa vuol dire ancora oggi – il colonialismo è difficile non rischiare che il blackface sia un elemento denigratorio;
b) è intrinsecamente denigratorio perché accentua e stereotipizza un elemento biologico e non considera il soggetto rappresentato per quel che è. È esattamente come quando ci offendiamo per Pippo Franco che si veste da donna al Bagaglino per farci ridere con gli stereotipi sulle donne. Dire che in questo caso (di Tale e quale) non è problematico significa che tu metti sullo stesso piano delle caratteristiche biologiche specifiche (Ray Charles nero) con delle caratteristiche distintive di lui in quanto soggetto (come suona, cosa suona, come si muove quando suona, ecc.);
c) per decidere se una cosa è o meno denigratoria/potenzialmente offensiva secondo me aiuta sempre immaginare il contrario e vedere se viene fatto abitualmente. Così come non vedi abitualmente comiche vestite da uomo per stereotipizzare ecc ecc, vedi il contrario. Questo dice qualcosa sulle relazioni di potere attualmente esistenti. Il blackface potrebbe non essere offensivo, se non fosse che è una pratica in cui un gruppo dominante rappresenta un gruppo dominato a uso e consumo di altri dominanti (qua l’ho messa un po’ spicciola e poco intersezionale, ma confido che ci capiremo).

Me Medesimo – Capisco la posizione, ma non la condivido. Il blackface è offensivo perché rivolto in generale alla rappresentazione stereotipata di una comunità, di un gruppo, rapportando caratteristiche fisiche e comportamentali al modo di essere e di vivere di quel gruppo, omologando le persone a un modello caricaturale. Nel caso del programma non vi è nulla di tutto questo: vi è l’imitazione attraverso la tecnica e l’apparenza fisica, dunque anche di caratteristiche come il colore della pelle e i tratti somatici, mediante il trucco. Un trucco che può essere imperfetto, ma non è intenzionalmente caricaturale, né pensato per esagerare caratteristiche razziali. L’esempio di Ray Charles lo ho fatto proprio per questo: imitandolo nei termini del programma è necessario riprodurre il suo aspetto, che in questo caso prevede pelle nera così come occhiali da non vedente e specifiche rughe sul viso, per somigliargli. Somigliare perciò a LUI, non a un nero qualsiasi: se ci si limitasse a mettersi del colore nero in faccia, “ché tanto i neri si somigliano tutti“, lì sì che sarebbe stato offensivo. Il problema di denunciare il presunto blackface nel caso specifico del programma significa non saper fare distinzioni tra un caso e un altro, ed è una cosa molto negativa. Aggiungo solo una cosa: nel programma ci sono concorrenti maschi che si truccano da cantanti donne e concorrenti femmine che si truccano da cantanti uomini, perché non è un programma “comico” (beh, neanche il Bagaglino lo era 😀 , ma intendo come tipologia e impostazione), bensì musicale e sul talento, quindi la storia della presa in giro non c’entra niente.

Terza Interlocutrice – Era una pratica in cui persone nere erano ridicolizzate per il divertimento dei bianchi. Stereotipi negativi venivano associati alle barzellette, principalmente negli Stati Uniti e in Europa. Nel diciannovesimo secolo, attori bianchi usavano la tinta per dipingersi i volti di nero in spettacoli umoristici, comportandosi in forma esageraa per illustrare comportamenti che i bianchi associavano ai neri. Ridicolizzavano anche gli accenti dei personaggi che interpretavano nei pezzi.
Questo è sorto in una epoca in cui i neri non erano nemmeno autorizzati a salire sui palchi per recitare, a causa del colore della pelle. Persino nel ventesimo secolo, era molto raro che attori neri ricevessero posizioni di rilievo. Ruoli che esigevano una apparenza africana o asiatica erano frequentemente interpretati da attori bianchi usando il blackface, ossia, con la pelle tinta.

Me Medesimo – Ti ringrazio per la risposta, ma a mio parere, come ho provato a spiegare, non è questo il caso. Non stiamo parlando dell’imitazione di tratti razziali per esagerare e ridicolizzare il modo di vivere di un gruppo o di una comunità, per far divertire l’élite bianca e ricca. Stiamo parlando dell’imitazione di persone, di artisti specifici (in questo caso, Beyoncé) attraverso della tecnica vocale, del modo di muoversi e pure dell’apparenza fisica, che include colore della pelle, dei apelli e tratti del volto. Se fosse solo uno strato di nero sul viso e capelli lunghi e crespi piazzati in testa, come a dire che tutti i neri si assomigliano, allora sì che sarebbe blackface e sarebbe pertanto offensivo. Ma nel caso specifico di questo programma TV non c’è nulla di ciò, né per ridicolizzare (anzi, è per celebrare il talento artistico), né per sostituire o escludere persone. Dunque, perlomeno (ripeto) in questo caso, non si tratta di blackface. Ritengo importante riconoscere le differenze tra i vari casi.

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Il dibattito si è fermato qui. In effetti non c’era granché da discutere, ognuno è rimasto sulle sue posizioni; tuttavia ci sono casi in cui è meglio dire la propria e vedere se non si trovano elementi diversi su cui riflettere. Così come avrei potuto cambiare idea io, avrebbero potuto cambiarla loro. Forse capiteranno altre occasioni.

Il problema è che anche questo scambio di opinioni è dovuto all’incedere di un moralismo censorio da politically correct che fa solo male alla società (e alla sinistra ancor di più). Ormai ci si offende troppo facilmente, stiamo diventando fragili e aggressivi, la riscoperta dei sentimenti ci sta forse rendendo più cattivi di quanto fossimo prima? Sarà che bisogna sempre prendere le cose per il verso sbagliato, e invece di parlare apertamente di ciò che sentiamo, dobbiamo trovare modi di sentirci vittime aggredite – e aggredire a nostra volta? Possibile che non si riesca mai a trovare un equilibrio, una direzione giusta?

Per non parlare, poi, di questa tendenza a rinchiudere le identità e le diversità in compartimenti stagni, per cui un bianco non può parlare dei neri, un occidentale non può parlare degli orientali ecc., senza incorrere nel rischio di “appropriazione culturale” o chissà cos’altro. Capisco che dietro a queste forzature ideologiche ci siano complessi studi di sociologia, seguendo vari rami, ma quando si arriva alla militanza politica quella complessità di disperde in lotte talvolta pretestuose. Ho persino la sensazione che si usino i vari canali di comunicazione come “campi di allenamento” alla critica politica, andando a scovare in ogni cosa un risvolto occulto, sia esso ideologico, socio-economico, culturale, etnico, sessuale o razziale; si parla con grande naturalezza di “decostruzione”, di “relazioni di potere” e di tante altre cose che, a semplificarle come spesso fanno i militanti, diventano assurde e contraddittorie.

E sempre comunicate in modo sbagliato: capisco che per ritenere offensivo un atteggiamento, bisognerebbe invertire le parti e chiedere ai diretti interessati, ma chi sono questi interessati, in effetti? Gli afro-americani (o gli asiatico-americani), tutti loro? Oppure i rappresentanti delle comunità afro-americane/asiatico-americane? I secondi li vedo più probabili, dato che sono attivisti e che si espongono, ma chi li ha eletti come rappresentanti? Chi rappresentano, investiti da chi, in quale misura? Come fanno a dire di rappresentare l’intera comunità afro/asiatico/altro-americana? Talvolta, come per Mickey Rooney, si tratta di critici moderni, mentre nel corso delle decadi molti asiatici hanno invece trovato persino divertente la sua interpretazione.

Quando i reazionari si mettono a blaterare insensatamente di “marxismo culturale” e altre cretinerie, spesso non hanno neppure idea del significato delle parole che utilizzano; ma siamo sicuri, davvero sicuri, che in fondo non stiano facendo in maniera ancor più ignorante quel che facciamo noi? (Mi ci metto anch’io perché comunque la parte politica è quella).

In ogni caso, tornando al tema principale, è importante razionalizzare i discorsi critici, discernere le caratteristiche delle questioni, o la critica stessa ne risulta invalidata: è come se due astronauti atterrassero su Marte e uno dei due esclamasse “siamo atterrati su Venere!”, l’altro rispondesse “no, siamo su Marte, vedi che non c’è quasi atmosfera ed è tutto rosso? Su Venere ci sarebbero un calore insopportabile, tempeste acide e una pressione atmosferica immane”, ma il primo insistesse dicendo “invece siamo proprio su Venere, è tutto giallo e se tu non ti accorgi della tempesta hai un problema al visore”. Conclusione, alla NASA hanno sbagliato i calcoli del lancio, brutti bastardi…

P.S. – Qui la performance “incriminata”.

Informazioni su GoatWolf

Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basti sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi. Vedi tutti gli articoli di GoatWolf

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