Il cartello della discordia

Un piccolo dibattito con alcune femministe

cartello femministaMi è capitato, poco tempo fa, di imbattermi in un cartello esposto durante una manifestazione femminista (che potete vedere qui accanto), recante la scritta “Come mai ogni donna conosce un’altra donna che è stata stuprata, ma nessun uomo conosce uno stupratore?“. Era stato pubblicato su un social network da una attivista mia amica; io ho trovato la provocazione piuttosto sciocca e, dato che anche altri uomini stavano intervenendo – con una certa veemenza – ho pensato di provare a dire la mia opinione contraria con un minimo di ragionamento (minimo minimo). Ne è seguito un piccolo dibattito, che dal cartello in questione si è allargato ad alcuni aspetti del femminismo attuale su cui, lo dico sinceramente, rimango alquanto perplesso.  In parte perché, pur non essendo un maschilista, ancora ritengo che tra uomini e donne intercorrano varie differenze, paritetiche senza dubbio, ma che ci rendono diversi anche a voler scombinare radicalmente ruoli e spazi sociali. In parte perché, come spiegherò, c’è secondo me un problema “epistemologico” negli studi di genere, o almeno nell’atteggiamento a questi correlato del femminismo militante, che inficia alcuni aspetti della lotta politica e rischia di aprire un vulnus piuttosto pericoloso.

La discussione è stata comunque costruttiva e mi ha dato da pensare. Dato che però, in un mio eventuale riassunto, il dibattito perderebbe la sua vivacità e che, in ogni caso, il mio punto di vista sarebbe dominante, come anche l’interpretazione delle parole altrui, ho deciso di recuperare i commenti sul social e di riportarli qui integralmente. Da notare che la discussione si è presto sdoppiata, procedendo in parallelo, a causa del commento di un’altra mia amica, pure femminista; quindi ho riportato le due conversazioni una dopo l’altra, anche se si sono svolte in contemporanea. I nomi, per ovvie ragioni, sono stati occultati.

In un prossimo articolo vorrei provare a mettere in ordine logico le mie varie considerazioni sorte da questa occasione, ancora in corso di evoluzione, non definitive, a proposito del femminismo e delle sue questioni epistemologiche. Non so quando ne avrò il tempo, ma sento di doverlo fare.

*

Resoconto pseudo-stenografico del dibattito

Sono intervenuti:

  • Me Medesimo (eggrazie);
  • Femminista Militante (che ha pubblicato la foto);
  • Amica Femminista (che ha iniziato la conversazione parallela);
  • Sociologa Impegnata (chiamata in causa per far breccia nella mia testa marmorea);
  • Uomo Veemente (riportato qui perché io ho preso le mosse dalla risposta al suo commento).

***

“WHY DOES EVERY WOMAN KNOW ANOTHER WOMAN THAT WAS RAPED, BUT NO MAN KNOWS A RAPIST?”

Uomo Veemente – Ma che domanda di merda è?

Femminista Militante – E’ una domanda che ragiona sulle leggi di probabilità, cerca di far emergere com’è che tra uomini non si parli di e/o non si isolino le persone che hanno comportamenti abusanti e maltrattanti. Non capisco cosa ti infastidisce… il punto non è certo dire che tutti gli uomini sono stupratori.

Me Medesimo – Eh, concordo con Uomo Veemente, capisco il senso del cartello, ma nessuno va in giro a parlare di chi ha stuprato o accoltellato, o investito con l’auto, a meno che non gli piaccia il rischio di farsi denunciare. L’unica volta che mi è capitato di avvertire un sottinteso del genere, in una chiacchierata adolescenziale, ho preferito allontanarmi e non avere più a che fare con quelli lì, anche se magari erano solo dei cazzari che volevano passare per duri. La stessa cosa mi verrebbe da dirla per quella notizia delle chat degli stupratori scoperte dalla polizia: sono delinquenti, o aspiranti tali, che ne può sapere un uomo qualsiasi di quella roba senza essere uno di loro? Non credo, purtroppo, che il punto sia “parlare tra di noi”. Non funziona così. Non saprei al momento neanche suggerire una prospettiva giusta o migliore, ma questa del cartello non va bene.

Femminista Militante – Non sono d’accordo, per come l’ho inteso io il cartello può non limitarsi a fare riferimento alla confessione di stupro, su cui ovviamente viene difficile fare un eventuale mea culpa tra “amici” (anche se… tutta una serie di chat scoperte da inchieste varie dicono altrimenti), io ci vedo più un riferimento generale alla cultura dello stupro, che non si limita all’atto fisico finale, ma che sostiene e perpetua discorsi che vedono le donne come inferiori, schiacciate in uno stereotipo (che beninteso vale anche per gli uomini, ma se permettete è un po’ meno forte e violento) e su cui spesso e volentieri si ragiona in termini prettamente sessuali. Allora la domanda la intendo così: com’è che noi donne siamo perfettamente socializzate e abituate alle violenze ( = tutte conosciamo almeno una storia di stupro/violenza), mentre gli uomini non sanno (quasi mai perlomeno) additare qualche compare che si renda colpevole di portare avanti e partecipare alla cultura dello stupro? Quante volte vi mettete voi per primi a combatterla, anche solo nei semplici discorsi “tra uomini”? E’ ovvio che non mi permetto di dare giudizi su voi due, ci mancherebbe, ma in generale mi permetto questo sì di sostenere che non si combatte abbastanza tra gli uomini, anche tra donne stesse ovviamente, ma la posizione dominante che piaccia o meno è quella degli uomini, quindi ci vedo qualche responsabilità (e potere) in più.

Me Medesimo – Tu dici, giustamente, “com’è che noi donne siamo socializzate e abituate alle violenze, mentre gli uomini non sanno additare qualche compare che partecipa alla cultura dello stupro?” e secondo me la discrepanza è proprio qui: le donne sanno di essere o di avere a che fare con vittime, mentre gli uomini non hanno la stessa prospettiva, perché di regola non sono vittime. Se sono carnefici, poi, men che meno gliene importa di capire le donne. Alla leggera, uno convinto che in fondo le donne siano inferiori per natura, non si convince per una chiacchierata con un amico che la pensa diversamente. L’unico rapporto “simmetrico” (e del tutto opinabile i base ai casi) è quando gli uomini si sentono vittime, e allora socializzano, “condividono”, ma vuol dire prendersela comunque con le donne e i loro difetti. Ricordo di una femminista degli anni Settanta che sosteneva la necessità di una presa di coscienza della situazione di genere, culminando con “domandatevelo, signori maschi!” (purtroppo mi sfugge il nome); non so, per me c’è qualcosa di poco convincente. Non credo che la socializzazione possa essere identica tra uomini e donne. La speranza risiede più nell’educazione sessuale e sentimentale delle prossime generazioni. Se ti va, ti lascio un mio articoletto pieno di questi stessi dubbi, sulla retorica del femminismo e su un altro paio di cosette, che forse non ti piacerà 😀 ma almeno testimonia che questo signore maschio qualcosa se l’è domandata, magari male, e senza trovare risposta.
[link al mio articolo “Questioni di genere, in genere”]

Femminista Militante – Secondo me uno non si convince (e vergogna, e cambia, ecc) di essere misogino e nel torto se soltanto un altro amico gli dice qualcosa, ma forse se tanti iniziano a farlo sentire una merda tutte le volte che fa un commento offensivo e sessista, e dai e dai le cose possono cambiare. E dire che non cambierebbe nulla mi sembra anche un po’ una scusa per continuare a non combattere lo status quo – scusa la franchezza! 🙂
Detto questo, ho letto il tuo articolo e faccio prima a dirti su cosa sono d’accordo (??), ovvero i dubbi sulle quote rosa… anche se va detto che la questione si allarga all’utilità o meno delle misure di discriminazione positiva, su cui c’è ampio dibattito e che spesso in realtà hanno esiti utili. In tutto il resto credo ci siano delle incomprensioni di fondo su cos’è il “genere” e cos’è il “sesso”, oltre al fatto che manca qualsiasi accenno alla cultura del patriarcato, che va ben oltre le responsabilità individuali dei singoli uomini – e così facendo tra l’altro non si ragiona su quanto anche le donne stesse ne siano spesso e volentieri portatrici. Su “le differenze tra i sessi” purtroppo mi viene un sussulto e mi sanguinano gli occhi…!?? Ah, mi trovi d’accordissimo sul ragionare in termini di “persone”, ma trovo che i presupposti in base ai quali arrivi ad augurartelo siano appunto erronei. Di nuovo, scusa la franchezza!
Post scriptum finale, non ho mai messo in dubbio che tu non ti interroghi sulla questione! 😉

Me Medesimo – Adoro la franchezza, ne ho bisogno! 😉 Per il resto, mi rendo conto che tante questioni siano più complesse e che certi discorsi non riesca proprio a comprenderli, quindi a condividerli. Perché diverse discussioni cui ho partecipato si basavano su presupposti che mi apparivano o fuori dalla realtà, o interpretati secondo logiche molto lontane dalla mia. Non tutte, naturalmente: per esempio, negli ultimi tempi (cioè parecchio dopo aver scritto le considerazioni raccolte nell’articoletto) ho “scoperto” Judith Butler e la sua idea sulla costruzione sociale del genere, che mi pare molto interessante, specie vedendo come pone la questione dei vari “livelli” (biologico, sentimentale e culturale, se non erro) e l’attenzione ai risvolti dell’immagine di “normalità” data per scontata. Ma da qui a sostenere che differenze non ce ne siano, se non per costrutti culturali (e non mi riferisco a una gerarchia, bensì al modo di vedere e intendere le cose, che porta a reazioni differenti ecc., egualmente valide, ma diverse), cosa magari non sostenuta dalla Butler ma da utenti vari sì, secondo me ce ne passa eccome. Sarò superficiale, ma nella quotidianità ci sono anche leggerezze varie che contribuiscono a tracciare dei solchi, ed io (che pure nell’adolescenza ho “interrogato” la mia identità sessuale, senza alcuna remora) in tante cose mi sono reso conto di essere molto vicino a una serie di condizioni normalmente definite “da maschi”, e molto lontano da altre definite “da femmine”. Che sono certo almeno in parte costrutti socio-culturali, ma che si sono rivelati più presenti di quanto potessero essere senza accettare passivamente le aspettative sul genere.
Anche per questo, dato il riferimento alla cultura del patriarcato (eh, no, io ho citato il libro di Bordieu, questa non te la concedo, sorry 😛 ), c’è da dire che gran parte degli uomini, facendone parte, non la percepiscono. Quindi parte dell’incomunicabilità delle istanze femministe risiede nel parlare di qualcosa che molti di noi non percepiscono. Magari, ecco, uomini che se ne rendono conto dovrebbero “tradurre” discorsi del genere in qualcosa che sia più condivisibile, perché usare lo stesso linguaggio del femminismo non funziona. Quello che mi preoccupa di più, insomma, è la retorica in sé, il modo di comunicare e quindi di porre le basi di una presa di coscienza. Altrimenti, come ho scritto, lo capisco magari io (e con le mie evidenti discrepanze), ma a tanti altri non importa nulla. Dunque, se si vuol combattere lo status quo, bisogna farlo con una pluralità di linguaggi; senza scuse, ma sapendo che con quello che si fa oggi, non si ottiene poi molto.

Femminista Militante – Ma scusami, se quando scrivevi questo articolo ti mancavano delle nozioni assolutamente basilari, mi sfugge allora perché riproporlo adesso. Non dico di nasconderlo con onta, ma davvero non capisco che senso abbia riproporlo nella nostra discussione. Contiene ragionamenti che partono da presupposti sbagliati e a cui mancano punti molto importanti, quindi perché?
Poi scusami-2, ma la questione di differenze “naturali”, ancorché minime, non regge proprio. Non c’è nulla di naturale nella propensione a scegliere robe “da maschi” o “da femmine” (tra l’altro, come si decide quali sono queste robe? Su cosa si fonda questa ripartizione? E siccome cambia nel tempo, come cambia e perché? Ecc.), semplicemente siamo socializzat* così fin da bambin*. Per me ad esempio ha funzionato al contrario: tutto quello che quando ero piccola mi veniva imposto come “da femmina” per principio lo rifiutavo, e ne son ben consapevole. Dopodiché rimane ad esempio lo “stereotipo” del raccontare tutto alle amiche (per fare un esempio), ma perché di nuovo l’abitudine si forma con la relazione (positiva o negativa che sia) al modello culturale dominante. Tanto per dirne un’altra, molto terra terra ma che spero renda l’idea, anni fa ho avuto una discussione con un’amica che diceva che le donne sono più brave a pulire casa, che quando lo fanno gli uomini non sono proprio capaci e che allora ci sarà pure qualcosa di “naturale”. E ovviamente di naturale non c’è nulla, c’è solo l’abitudine atavica di occuparsi del focolare domestico, anche se certo poi si sostanzia in comportamenti concreti. E in generale il discorso si allarga: non c’è proprio nulla di naturale nelle propensioni a cosa piace o non piace fare (anche esulando dalle questioni prettamente di genere, hai letto Bourdieu e so che hai ben presente la questione della trasmissione intergenerazionale dei diversi tipi di capitale e di come avvenga in maniera diversa a seconda della classe di appartenenza). In tutto questo poi, se fosse come dici e quindi qualcosa di “naturale” rimanga, bastano le persone transessuali a mandare all’aria i tuoi presupposti. Poi, non dico che non esista nessuna differenza *fisica*, ma al più rimane nel come godiamo il sesso, se proprio vogliamo, e cmq anche qui con attenzione a tutte le persone trans, o alle modalità molto differenti tra loro di come sperimentano piacere gli esseri dotati di vagina o di pene (parlo delle differenze all’interno di uno stesso “insieme”).
Sulla tua ultima parte concludo dicendo due cose: 1) rimando al finale del commento di Amica Femminista, per cui è bene guardarsi dallo spiegare alle minoranze come gestire le proprie istanze (e cmq esistono un milione e mezzo di modalità comunicative diverse, già portate avanti dalle lotte femministe, a cominciare dalle proposte di educazione di genere nelle scuole), più una postilla: dal parlare a chi è irrimediabilmente misogino non si ottiene granché, come dicevi tu stesso nei commenti precedenti, quindi “cambiare” modalità comunicative per gente così è inutile e controproducente; 2) le lotte femministe degli ultimi anni mi sembrano ben lungi dal non aver ottenuto “poi molto”.
Ho fatto volutamente esempi molto stupidi, e certo non stavo intendendo che tu ti riferissi a cose così terra terra, banali e stereotipate. Ma volevo rendere l’idea, e da qui si allarga facilmente la questione anche al modo di sentire e percepire ed esprimersi ecc. diverso, se ho ben capito come la intendi, tra donne e uomini. E’ socializzazione, non “natura”. Se la costruzione stessa della famiglia, delle relazioni amorose, dei rapporti sessuali, cambia nel tempo e subisce continue modifiche, e non certo sulla base di motivazioni “naturali”, non vedo come possa non succedere lo stesso alle “propensioni” delle persone in base al loro sesso.

Me Medesimo –  1) Perché anche se nel frattempo ho letto altro, parecchi di quei dubbi non sono stati risolti né da Bordieu, né da Butler. Se leggo, studio e poi mi ritrovo quasi al punto di partenza, vuol dire che, oltre a una mia personale incapacità di progredire, questi discorsi hanno qualcosa di “mancante”, non so dire se nelle argomentazioni o nel contesto culturale di riferimento (o se nel linguaggio, per restare in tema). E in tutta evidenza sono pezzi che ho bisogno di recuperare, altrimenti non c’è ragione di rivedere quell’articolo.
2) Vuoi dire che la biologia non conta niente? Per carità, non dico nemmeno che questa superi la cultura, nella sua influenza: anzi, sono fermamente convinto che i due ambiti siano inscindibili, nel senso che è per la nostra particolare biologia che siamo in grado di produrre cultura, e di cambiarla. Ma continua a sembrarmi strano trovare corrispondenze marcate tra ciò che mi piace e ciò che è definito “da maschi”, pur non avendo ricevuto alcuna imposizione e, tra l’altro, rifiutandone attivamente alcuni banali capisaldi come lo sport, le auto e le dimostrazioni di forza.

Amica Femminista – Secondo me non abbiamo gli strumenti per determinare se i nostri atteggiamenti o preferenze siano frutto o meno del contesto socio-culturale, perche’ ci viviamo in mezzo.
Il genere e’ un costrutto artificiale, non e’ il sesso biologico, e’ una rappresentazione dell’identita’ creata da strumenti come il linguaggio, le norme sociali, la religione, l’arte, i media…
Se quindi nella nostra societa’ questi strumenti sono concordi da secoli, fino a che punto possiamo ritenerci scevri dalla loro influenza, solo perche’ da piccoli preferivamo le macchinine rispetto alle Barbie?
Per esempio, per citare un ambito di cui sai molto piu’ di me, chi di noi si definisce ateo puo’ considerarsi indipendente dalla morale cristiana e quindi dal suo fondamento teorico che e’ la filosofia platonica, o non e’ forse vero che influenza anche l’etica di molti non credenti?
Persino le materie per cui siamo portati non sfuggono a questa logica: se le donne avessero le opportunita’ di accesso ai ruoli in ambito dirigenziale o scientifico (dove latitano rispetto agli uomini) dovremmo prima modificare le strutture psicologiche che impediscono alle bambine di interessarsene e sono vive da secoli.

Me Medesimo – Allora vorrei farla io una provocazione, prendendo a prestito le idee di uno psicologo canadese contrario all’idea della costruzione sociale: per lui, se si toglie il fondamento biologico all’identità sessuale, si apre alla possibilità che questa sia infinitamente manipolabile, come il resto della realtà (lui critica il postmodernismo). Questa possibilità finisce col rendere vano lo stesso concetto che la ha generata, perché, osserva, “se si ammette che l’identità sessuale sia manipolabile, in quanto costruita socialmente, allora si ammette la possibilità che i programmi di ‘cura’ dell’omosessualità possano funzionare”. Si chiama Jordan Peterson e YouTube è pieno di video dove dibatte contro le femministe e i transgender su questioni di genere. A me non piace, per tutta una serie di motivi, ma questa sua osservazione mi ha inquietato. Essere transgender è solo una scelta? O c’è qualche cosa di biologico, che spinge chi lo è a non riconoscersi nel genere “canonico”, o nel sesso biologico tanto da cambiarlo chirurgicamente, ecc.?

Femminista Militante – Sociologa Impegnata, credo ci sia bisogno di un risposta da persone che sono molto, ma molto più preparate di me! 🙂 E Me Medesimo chiedeva anche dei consigli di lettura nei commenti più in basso, se anche qui avete qualcosa da suggerire, ché ammetto la mia incapacità di andare più nello specifico 😉

Sociologa Impegnata – Guarda, è un argomento di cui discutevamo proprio l’altro giorno con un’altra amica.
1) i “riparatori” degli omosessuali sono molto più queer di quanto si rendano conto. In generale tutte queste posizioni cattoliche sulla guarigione dall’omosessualità implicitamente negano un fondamento biologico dell’orientamento sessuale.
2) Per me il concetto di identità sessuale non ha alcun senso (è molto usato in psicologia, non in sociologia). Per me si può parlare di orientamento sessuale, identità di genere e espressione di genere che sono 3 cose ben distinte. Non so quindi cosa intenda sto canadese con “fondamento biologico dell’identità sessuale”.
3) in generale i discorsi sulla biologia a mio avviso lasciano il tempo che trovano. Discutere se le differenze di genere hanno un fondamento biologico o meno sposta il discorso su un piano che oscura i meccanismi di potere e le relazioni sociali che sessualizzano e naturalizzano i corpi. La dico meglio: io sono una donna e posso partorire e questo è un fatto ed è ciò che mi rende diversa da un uomo. Tuttavia il processo per cui la maternità diventa destino sociale (e biologico) è sociale. Per cui star qui a discutere su quanto uomini e donne siano simili o diversi non aggiunge niente alla discussione ma semplicemente fa perdere di vista le questioni di potere e i processi sociali. Anche perché la biologia è molto scivolosa: se per esempio sono sterile allora non sono più una donna? Lo stesso discorso vale per la “razza”: possiamo stare decenni a dirci che i neri hanno il cervello uguale ai bianchi ma questo non serve a depotenziare i processi di razzializzazione e di costruzione della negritudine. Poi per carità che le scienze “dure” abbiano un potere enorme di plasmare i modi in cui ci rappresentiamo e rappresentiamo gli/le altri/e è indubbio per cui è utile decostruire e de-naturalizzare le differenze ma soprattutto le disuguaglianze. Però io non partirei da lì, ecco.
4) una volta a un convegno sull’intersessualità uno dei relatori ha raccontato la storia di una ragazza che alla nascita era stata assegnata al sesso maschile e che in realtà crescendo si era “scoperta” femmina e ha detto una frase del tipo “col cavolo che il genere è una scelta ed è sociale, per me è solo un dato biologico“. Ora, io non so cosa significhi sentirsi nel corpo sbagliato per cui non pretendo di giudicare questo modo di descrivere la propria esperienza. Mi interessa molto, invece, riflettere sui processi – di medicalizzazione, in questi caso, ma sociali in generale – di costruzione binaria del sesso e del genere che portano a operare chirurgicamente dei/lle bambini/e o che costringe le persone trans a operarsi per poter cambiare i documenti. Peraltro altrettanto problematici sono, a mio avviso, i farmaci che permettono di stoppare la pubertà in ragazz* trans perché se da una parte può sembrare una grande conquista e una grande libertà, dall’altra medicalizza le persone e le costringe a incasellarsi nel sistema culturale e sociale che è all’origine del loro disagio.
Non so se ho risposto, onestamente non mi sento di avere risposte su questi temi, semmai ho un sacco di domande! 🙂 p.s. non me ne volere Me Medesimo ma il tuo articolo ha davvero tanti tanti limiti (che però non ti illustrerò qui!)

Me Medesimo – Una risposta molto articolata su cui dovrò “studiare” un po’ 😀 e di cui ti ringrazio. Certamente quel mio articolo ha i suoi limiti per il fatto che non ho mai studiato sociologia, quindi sono apertissimo a rivalutazioni critiche. Il dubbio che mi sovviene su due piedi, però, riguarda proprio la prospettiva sociologica, che nonostante tutta la complessità sembra porsi il limite di ogni disciplina, ossia di “espungere” le interpretazioni e i dati delle altre discipline e tentare una strada maestra. Comunque ne riparleremo, grazie!
A proposito, su Jordan Peterson vi metto in guardia: quando lo scopriranno qui in Italia, ce lo faranno ingoiare con la forza.
[link al mio articolo “Neomarxismi postmoderni e dove trovarli”]

Sociologa Impegnata – Dispostissima a riparlarne (a voce però, oppure la prossima volta che sono di nuovo insonne!). Grazie a te per esserti letto il mio pippone!

Me Medesimo – Quando sarai insonne potrai scrivere direttamente sul mio blog, se vorrai; a voce la vedo un po’ complicata al momento, ma chissà un giorno. Eventualmente occuperò la pagina di Femminista Militante con un post a sorpresa.

**

CONVERSAZIONE PARALLELA

Amica Femminista – Il cartello ha un messaggio forte e volutamente provocatorio.
Non significa che la probabilita’ che le vittime parlino sia piu’ alta di quella che si vantino i carnefici.
Significa che nonostante in molti conoscano persone abusanti a vari livelli, si attivi spesso un muro di omerta’ a proteggere e minimizzare.
Penso che mano sulla coscienza se abbiamo amiche donne conosciamo tutti storie di uomini violenti anche solo verbalmente: quanti ne vengono emarginati dai propri conoscenti per questo? La mia risposta in 32 anni di vita e’: quasi nessuno.
Ammesso e non concesso che a voi commentatori non sfugga mai un commento sessista, quanti dei vostri amici riprendete se lo fanno? E quante volte invece ci fate su una risata, perche’ vi sembra innocuo?
Gli uomini (specie se bianchi, eterosessuali e occidentali) si trovano nella posizione di detenere un privilegio storico nei confronti delle donne e di altre minoranze (se non ammettiamo questo non andiamo da nessuna parte). Significa che devono SCUSARSI personalmente o cospargersi il capo di cenere per questo? No, significa che devono esserne consapevoli e lavorare insieme per creare una societa’ equa e non solo tollerante.
Intervenire se un amico fa un commento sessista, alzare la voce se la loro collega guadagna meno a parita’ di mansioni, tagliare fuori dal gruppo un compare che ha maltrattato la compagna. Questo significa il cartello. Perche’ ogni volta che non lo fate significa che in fondo questo privilegio vi sta bene.
Io non mi scuso ogni giorno con un omosessuale o un emigrato perche’ sono bianca, eterosessuale ed europea, ma sono consapevole che indipendentemente dai miei meriti sono nata in una societa’ privilegiata (dopo secoli di politiche estere aggressive), per cui non faccio battute razziste o omofobe e mi impegno perche’ chi ha questi comportamenti sia emarginato o punito, a seconda della gravita’ della situazione.
Ma soprattutto non mi permetterei mai di dire a queste comunita’ cosa rivendicare e come.

Me Medesimo – Capisco, ma se devo tirare in ballo un altro esempio quotidiano, penso a una amica che si è fidanzata con un cretino, non ho idea di cosa ci trovi (scusa la trivialità dell’argomentazione, ma questo soldi non ne ha, voglia di farne nemmeno, prospettive limitate al suo orticello, idee da utente medio di internet e quindi zero interessi culturali, nessuna voglia di provare altro di diverso, non lo so, sarà un drago a letto, è l’unica cosa che mi viene in mente); insomma, questo non perde occasione di sminuirla in pubblico, criticando ogni cosa che lei fa (questo non va bene, quello è fatto male, avevo detto di fare così e hai fatto colì e infatti non funziona ecc), cosa che lo rende terribilmente patetico, cercando di farsi grande nello sminuire la compagna, che pure avrà i suoi difetti, ma è molto più capace di lui in molte cose. Anche se mi dà un po’ fastidio, l’unica cosa che posso davvero fare è non frequentarlo da solo, non fare l’amico, non reggergli il gioco; e fare invece i complimenti possibili a lei, tutti meritati, darle il giusto riconoscimento. Non posso invece mettermi lì a fargli la paternale, perché quando ci incontriamo siamo sempre tutti insieme e, beh, “non si fa”, inutile girarci intorno. Lei, la mia amica, in ogni caso non accetta supinamente e lo punzecchia a sua volta, non è remissiva né niente, ma dico, saranno affari suoi? O deve arrivare il cavaliere a salvare la gentil donzella dal bruto di turno? – E non uso la metafora a caso, dato che le femministe americane ora se ne escono con la critica della cavalleria, che implica l’inferiorità della donna se un uomo le tiene aperta la porta (“credi che non sia capace di farlo da sola?”), invece di essere semplici, moderne buone maniere. Diciamo che se le cose degenerassero, interverrei; non escludo che un giorno, all’ennesima sua polemica, possa rispondergli che non dovrebbe farlo, perché sembra un cretino (essendolo). Ma sono piuttosto sicuro che l’unico risultato sarebbe qualche battuta sarcastica, poi qualche scusa banale a lei, e lei che lo difende con un po’ di sarcasmo e un po’ di sincerità. E magari niente più uscite.

Femminista Militante – No, vabbé, non ci stiamo capendo. Questo è un esempio molto molto specifico, che riguarda (anche) un’amica e la sua scelta della persona con cui accompagnarsi. Il punto è molto più ampio e generale e mi rifaccio agli esempi che ti ha fatto Amica Femminista sopra, quindi a quelli decisamente più strutturali e che tutt* vediamo succedere ogni santo giorno. Poi certo, nella situazione di cui sopra farai attenzione, nel caso di ulteriori violenze interverrai ecc, ma qui si esula un po’ dalla violenza strutturale e sistemica del patriarcato sulle donne – e in generale su chiunque non rientri nei canoni perfetti del maschio-bianco-etero.
Chiosa: la critica alla cavalleria (che personalmente mi trova d’accordo) è molto, molto oltre la questione delle “buone maniere”, perché ha sempre avuto un’unica direzione: l’uomo che fa gentilezze alle “signore” (e tra l’altro solo alle “signore”, mica alle poco di buono, se proprio vogliamo allargarci). Quindi questa io la rifiuto, mentre invece tenere aperta la porta a chicchessia da parte di chicchessia è questione, ripeto, profondamente diversa. E non sto a dirti quante volte ci ho fatto caso, anche nel ‘galateo’ automobilistico, al fatto che se io donna (e pure giovane, mettiamoci su anche questa) cedo il passo a uomini, in particolare più grandi, questi si fermino e si crei un’impasse che si rompe solo se passo io per prima. Ecco, questa è la “cavalleria” che nasconde uno stereotipo, in un certo senso ancora più antipatico perché si ammanta di gentilezza e di innocuità.

Amica Femminista – Scusa Me Medesimo ma questo esempio non e’ calzante.
Lo sarebbe se fosse lui il tuo amico. E allora sarebbe secondo me opportuno dirgli che le manca di rispetto e se esagera, smettere di frequentarlo.
Se l’amica e’ lei, piu’ che dirle che il suo compagno non la sta rispettando non puoi fare.
Pero’ scusami, se assisti ad una scena in autobus in cui un tizio ne insulta un altro dandogli del frocio di merda, dici qualcosa o hai paura di essere visto come un cavaliere che considera gli omosessuali inferiori e inabili a difendersi da se’?
E’ semplicemente essere civili.

Me Medesimo – Infatti, non ci capiamo. Certo io non capisco granché. Prima dite che bisogna intervenire, in generale, poi però l’esempio non calza perché c’è di mezzo l’amicizia. Quindi bisogna intervenire strutturalmente, per la generale violenza sociale, e quindi essere civili; tipo intervenire su un autobus nel caso due sconosciuti fossero protagonisti di una scena come quella descritta. In quel caso, essere civili non è “da cavaliere”, perché a questo punto lo stereotipo si nasconde più nella “buona maniera” che non nell’intervento sull’autobus. Dunque, se si interviene in una situazione sociale, va bene; se c’è di mezzo l’amicizia, dipende; se si tratta di buone maniere, è cavalleria, ossia accettazione di stereotipi. Potrei anche essere d’accordo (non sulla cavalleria, perché senza di quella, o meglio senza una certa attenzione alle buone maniere, anche se – come dite voi – basate su un presunto preconcetto, rischia di decadere anche la remora a fare attenzione all’altro, e perciò di autocontrollarsi), ma ho bisogno di rifletterci parecchio – davvero parecchio – e vi chiedo allora di aiutarmi con qualche lettura, perché alcuni vostri argomenti mi paiono così lontani, così divergenti, così “eh?” (il che non è comunque un male, anzi), da farmi sentire come i vecchi socialisti del primo Novecento, i quali, pur combattendo per l’emancipazione della donna, si preoccupavano degli atteggiamenti “poco ortodossi” delle compagne di partito nelle loro rivendicazioni. Altri tempi, certo, e anche brutto da dire (ovvio che non è rivolto a voi personalmente, lo dico sempre in forma generica), ma nel mio caso deve essere un effetto collaterale della difficoltà di comunicazione.

Amica Femminista – L’esempio non calza perché si parlava di emarginare persone violente nella nostra diretta cerchia di amicizie, e lui non lo è. Non puoi emarginare uno che non frequenti se non quando portato da lei.
Se lui fosse un tuo amico, che è quello che si diceva, ti si chiederebbe per senso civile di riprenderlo ed emarginarlo.
In questo caso tu conosci la vittima, quindi al limite se sei in confidenza puoi rapportarti con lei.
Essere “cavalieri” è relativo a comportamenti di nobiltà ed educazione specificamente da parte di un uomo nei confronti di una donna in quanto tale.
Intervenire quando chiunque (uomo, donna, gatto) subisce un abuso è senso civile.

Me Medesimo – Mmh, questo lo ho capito già di più!
[immagine di Ben Stiller truccato da cavernicolo]

Amica Femminista – Ti faccio un esempio reale: quando uno che frequentavo si è sentito rifiutato e mi ha minacciata per diverso tempo al punto da rivolgermi alla polizia, non l’ho tenuto nascosto.
Quasi chiunque dei nostri conoscenti comuni può dire di saperlo, alcuni sanno di simili precedenti della stessa persona.
Le donne l’hanno sempre schifato, tra gli uomini in diversi sono rimasti in amicizia con lui perché non erano affari loro o non avevano “entrambe le versioni”.
Questa è la situazione del cartello.
Una in cui un tizio fa la merda immonda, i suoi amici lo sanno ma non ne parlano se non addirittura lo coprono.
La situazione del cartello è quando fanno manifestazioni quando una ragazza viene violentata per esempio, aprono gruppi Facebook di solidarietà, dicono che però lei era facile.
Non raccontiamoci che la situazione del cartello, in diverse declinazioni di gravità, non sia reale. Perché oltre alla mia conosco altre esperienze reali che provano il contrario, e credo tutti noi.

Me Medesimo – Ok, penso di aver afferrato, ora. No, io personalmente non ho avuto esperienze così gravi, né qualcuno vicino a me ha detto mai nulla del genere. Comunque, dovesse capitare, non sarò di quelli che accettano come se fosse normale.
Però avete visto come un cartello del genere non è facile da capire, vero? Provocazione quanto vi pare, ma non è qualcosa che centra lo scopo, se alla fine lo capisce a fatica uno come me (nel senso di uno già convinto della necessità di emanciparsi) e per il resto c’è ostilità. E voi mi direte “ma l’ostilità c’è sempre in qualsiasi modo e qualunque cosa si faccia“, ok, certo, ma il punto è proprio il fatto di partire dal dato fondamentale che i discorsi femministi non fanno breccia, se non con molta fatica, in una situazione culturale, sociale, storica, economica e via dicendo, per cui chi dovrebbe capire è disinteressato, impossibilitato o assolutamente convinto del contrario.
Un po’ come quando si dà del razzista a qualcuno che è convinto di non esserlo: cosa succede più spesso, che il tizio se ne accorge e cambia idea, o che si incazza e diventa ancora più razzista? Non dico di non dirlo, ma di farlo in altri modi.

Amica Femminista – E’ vero, e’ un messaggio volutamente forte ed estremo nonche’ uno slogan da manifestazione (non scrivi un cartello con “Come mai ogni donna conosce un’altra donna vittima di violenza fisica o verbale di vario livello, ma pochissimi uomini si schierano apertamente contro conoscenti colpevoli di abusi fisico o verbali di qualunque livello?“).
Ed e’ anche vero che affermazioni come queste rischiano di sollevare polemiche, ma forse e’ proprio questo lo scopo no? Invitare al dibattito e alla riflessione, anche con toni accesi.
Come diceva “quello”, la rivoluzione non si fa con i guanti di seta.

Me Medesimo – No, non si può scrivere in quel modo, è vero. E nel nostro caso è servito allo scopo. Solo che il nostro caso è un po’ particolare, perché alla fine siamo già d’accordo sulla questione di fondo….

***

Considerazioni a caldo – Devo dire di essere rimasto colpito alquanto negativamente dalla loro prospettiva. Hanno detto che il mio vecchio articolo possiede tanti limiti; credo che per loro valga, in un certo senso, il contrario: è una interpretazione sociologica illimitata, che vede nella costruzione sociale l’unico motore della “produzione” del genere. Come si è visto, i dati biologici non hanno importanza e persino la psicologia lascia il tempo che trova; anzi, queste cose “nascondono i rapporti di potere” che definiscono i ruoli di genere, le aspettative sociali ecc., che ci rendono maschi e femmine, eterosessuali e omosessuali, e tutte le varianti e le gradazioni. Tutto ciò che riguarda la sessualità e il suo ruolo è una scelta e una costruzione sociale.

Io credo che questa prospettiva sia in qualche modo errata, perché siamo in assenza di giusti limiti interpretativi. Non è assolutamente multidisciplinare, come invece dovrebbe essere (per quel che si propone): dal mio punto di vista, uno studio serio sulla sessualità non può prescindere da determinate materie, non può espandere una sola prospettiva (culturale, sociale, biologica, psicologica, filosofica che sia) fino a renderla totale, onnicomprensiva, unica via maestra per spiegare un tale fenomeno. Soprattutto se – e questo è un dubbio tremendo – il risultato di altre ricerche metta in dubbio, contraddica, quella via maestra. Questa eventualità mi ha fatto persino balenare l’idea (sbagliata) che la paura reazionaria di una “ideologia gender” non fosse del tutto peregrina; non perché abbiano ragione sul fatto in sé, frutto di un complottismo ignorante che apre alla discriminazione, bensì perché l’atteggiamento femminista, con questa sociologia estrema, è più ideologico che scientifico, più politico che effettivamente “sessuologico”.

In parte è anche ovvio: il femminismo è anzitutto un movimento politico. Ma se si espande a interpretazione della realtà sessuale nel suo complesso, dalla condizione femminile al movimento LGBT e seguenti, allora non può scegliere cosa va bene e cosa no, cosa può utilizzare per le sue battaglie e cosa può lasciar fuori perché non fa il suo gioco. Deve diventare, appunto, multidisciplinare; oppure, assumere chiaramente di avere una prospettiva parziale.

Forse persino il nome dovrebbe cambiare: “femminismo” non è più adeguato, se il concetto di femminile è solo uno dei molti aspetti di una sessualità costruita socialmente. Ma qui sento subito la loro obiezione: non sei tu a doverci dire come fare il nostro lavoro, specie se non vi partecipi. Giustissimo, neanche a me piace quando mi dicono come devo fare il comunista; era solo una considerazione a margine.

Avrete notato come mi sia fermato di fronte alle argomentazioni della Sociologa Impegnata; una serie di informazioni dettagliate come quella non poteva ricevere risposta adeguata, soprattutto su un social media, a maggior ragione per il tempo che mi sarebbe occorso per elaborare il tutto (ancora non ho finito, figuriamoci). Comunque continuerò ad approfondire alcuni temi e ricerche, specie su Judith Butler, che è la più importante fautrice della costruzione sociale dei ruoli di genere. Solo quando avrò una comprensione adeguata dei termini, potrò fare una critica consapevole (e costruttiva, spero) al femminismo.

Per il momento, posso dire di aver risolto i miei dubbi: posso cioè tranquillamente dichiarare di non essere femminista.

*

P.S.: l’unico slogan femminista che mi ha fatto riflettere è stato “uomini, non è il femminismo che vi sminuisce, è il maschilismo che vi costringe ad essere in un unico modo”. Mi pare vero, e drammatico.

P.P.S.: mi rifiuto di utilizzare gli asterischi per aumentare l’inclusione di genere! Non lo farò mai perché è orribile a vedersi e grammaticalmente folle. Userò semmai maschile e femminile, non sempre nello stesso ordine, e lascerò al maschile i sostantivi neutri. A tutto c’è un limite, che diamine.

Annunci

Informazioni su GoatWolf

Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basti sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi. Vedi tutti gli articoli di GoatWolf

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: