Una nota sul Piccolo Timoniere

DENG XIAOPING

Più mi informo sul sistema cinese, più scopro di avere una sorta di ammirazione per quest’uomo. Il suo pragmatismo è contagiante, la sua interpretazione politica è illuminante.

È riuscito dove Gorbaciov ha fallito – anche se è stato molto più brutale con gli oppositori, confermando che il sistema monopartitico non tollera dissensi.

Il fatto è che non riesco proprio a vedere questa “svolta capitalista” in Cina come un abbandono del comunismo. Di quello maoista sì, ma l’aver conservato la struttura fondata dai rivoluzionari sta rendendo possibile la piena realizzazione della NEP e delle idee di Bucharin, senza uno Stalin a penalizzare tutto (nel senso di rendere il lavoro “penale”, forzato, come punizione, condanna alla schiavitù).

Quel che, secondo me, non capiscono coloro i quali dicono che la Cina è “comunista solo a parole” e ha “abbracciato il capitalismo“, sia che si tratti di comunisti, sia che si tratti soprattutto di neoliberisti, è che la nuova potenza asiatica ha mantenuto una traiettoria ideale collettivistica. Ovvero, non ha “abbracciato il capitalismo” come ideologia, ma solo come mezzo per realizzare i suoi scopi (scopi collettivi secondo la dirigenza del PCC). In pratica sta sfruttando il capitalismo per modernizzare il Paese e arricchire la popolazione (poco? Certo più delle politiche disastrose di Mao).

Se lo Stato mantiene il controllo e la direzione della macroeconomia, vuol dire che sta direzionando il mercato libero per far sì che vada dove si vuole che vada: a farlo qui in occidente, i neoliberisti metterebbero mano alla pistola.

Certo, parliamo sempre di modelli. La realtà è cosa diversa: la repressione del dissenso, la violenza istituzionale, il controllo e la censura culturali, l’arroganza generale del potere, sono tutte cose profondamente odiose. Tienanmen fu un orrore (e Deng ne fu massimo responsabile), come sono orrori la situazione del Tibet e la vicenda del Falun Gong.

Ma dal punto di vista ideale, credo di aver trovato nella Cina moderna quel modello di costruzione del socialismo che già mi aveva colpito nell’autogestione jugoslava.

Perché non ha senso cercare una via alternativa alla modernità e al progresso, se si finisce in povertà e arretratezza. Il comunismo dovrebbe rendere più giusta la società facendo star meglio le persone, non peggio.

È un peccato che non esistano traduzioni delle opere di Deng Xiaoping, ma ho trovato un blog con i Selected Works in tre volumi, tutti in inglese. Voglio approfondire le sue idee, anche perché ho scoperto che, ognuno dal suo punto di vista, abbiamo fatto la stessa valutazione di Mao: grande rivoluzionario, pessimo presidente. Io per onestà intellettuale, lui forse più per interesse politico, ma siamo d’accordo sulla questione di fondo.

Oltre tutto, sebbene io non sia in generale una persona pragmatica, sono però per la ricerca di soluzioni razionali, e l’attenzione per la competenza tecnica mi interessa molto più che la posizione ideologica (“non importa di che colore è il gatto, l’importante è che acchiappi i topi“). Mi piace il controllo, ma non una centralizzazione paralizzante. Ritengo poi che lo Stato sia una struttura ormai divenuta ineliminabile e che perciò debba essere utilizzato per il vantaggio e il benessere di tutti, non per opprimere, né per coprire i privilegi. In qualche modo, avendo superato dialetticamente il furore dell’adolescenza, sono approdato a un diverso approccio al comunismo, più simile ai riformisti come Nagy, Dubcek, Gorbaciov, ma con punte di radicalità come Tito e, appunto e forse più di tutti, Deng.

Per me il comunismo è progresso e giustizia. Senza questo orizzonte, senza industria, ricchezza redistribuita, produzione socializzata e razionalizzata ma fluente, si capovolge tutto, e si arriva al socialismo reazionario, nazionalista e ruralista, che tanto piace ai neofascisti. A quel punto è meglio il neoliberismo.
[naaa, almeno una socialdemocrazia]

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2 responses to “Una nota sul Piccolo Timoniere

  • redpoz

    Interessante la tua riflessione sullo sfruttare il capitalismo come un mezzo. Non sono sicuro di essere d’accordo, ma la trovo molto interessante.

    Peraltro ricordo che questa era (non so se lo sia ancora) la politica dell’Etiopia di Meles Zenawi (sul punto consiglio libro di Alex De Waal “the real politics of the Horn of Africa”).

    Ma se questa e’ la traiettoria, bisognerebbe chiarire in che modo Cina (ed Etiopia) stanno sfruttando il capitalismo / modernizzazione per arricchire la popolazione, tutta la popolazione. Tassazione? Semplice “trickle-down”? C’e’ progetto per i decenni a venire?
    Perche’ se si accetta semplicemente che la ricchezza comporti anche enormi disuguaglianze, allora non credo corretta la tua interpretazione…

    • GoatWolf

      Al di là dei toni entusiastici della nota, credo che valga davvero la pena cercare di comprendere sia l’evoluzione teorica del pensiero di Deng in merito a questa “strana” conciliazione, sia il concreto sviluppo dei meccanismi sistemici di governance economica della Cina popolare, perché in realtà non è un’idea del tutto nuova, anzi è (o sembra essere) una versione radicalizzata di ciò che abbiamo avuto noi negli anni Cinquanta. Ovvero, un doppio sistema pubblico-privato a dominanza pubblica, che se da noi è stato smantellato perché erodeva l’autonomia del settore privato, in Cina è divenuto il motore dello sviluppo trentennale di tutti i settori.

      Ora, che questo sviluppo abbia dei lati agghiaccianti, sono lungi dal metterlo in dubbio; lo sviluppo è ipertrofico e dà luogo a situazioni folli, pur di mantenere un ritmo di produzione e di investimenti al passo con gli obiettivi. Poi, mi chiedo anche se questa versione radicale della teoria keynesiana (penso si possa dire), possa avvenire anche in democrazia o non si possa disgiungere da forme autoritarie.

      Su come esattamente questo sviluppo crei ricchezza e migliori la situazione di tutte le classi, è ovviamente più difficile da determinare, ma credo che un tassello importante sia la centralizzazione del credito: è lo Stato, il governo, a decidere sui movimenti di capitali, non i privati. Infatti ancora adesso vengono adottati i famosi piani quinquennali di staliniana memoria, ma adattati al doppio sistema; parte della ricchezza prodotta viene redistribuita con investimenti in infrastrutture sparse per il paese, aumentando la modernizzazione di aree via via più estese e interne (come questo sia realizzato e a cosa si rinunci specularmente, deve essere studiato). Direi, dunque, che la risposta più probabile alle tue domande sia “progetto per i decenni avvenire”.

      Interessante, da questo punto di vista, che la mentalità collettivista comune alle maggiori potenze asiatiche verta proprio sul lungo termine; mal si concilia con le aspirazioni individuali, ma consente di mantenere una determinata rotta secondo pianificazioni generali. In Cina, forse, più che altrove, per l’eredità delle forme di governo maoiste.

      Ma non dobbiamo nemmeno dimenticare che il modello primigeneo è la Singapore di Lee Kuan Yew. Con la differenza che il capitalismo singaporiano è veramente selvaggio, ma è tenuto a bada grazie a un sistema di convenienza politica e controllo della popolazione che, penso io, funziona anche per le dimensioni ridotte dell’isola. Ecco, se in Cina avessero adottato, invece, il “trickle-down”, lì avrebbero abbracciato il capitalismo in quanto ideologia, secondo me.

      Un libro interessante, che però ancora non ho avuto tempo di leggere con attenzione, dovrebbe essere “Maonomics” di Loretta Napoleoni, anche se è già di qualche anno fa. Forse varrebbe la pena dare un’occhiata anche alla raccolta di scritti di Xi Jinping, quantomeno per farsi un’idea di cosa pensi questo nuovo timoniere. Vedremo cosa combineranno tra qualche anno, comunque, perché il tentativo di entrare nella WTO imporrebbe di rinunciare a diverse caratteristiche del sistema attuale.

      Cercherò il libro di De Waal, grazie!

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