Anacronismo nei giudizi (un abbozzo)

Il monumento a Indro Montanelli è stato imbrattato, qualche giorno fa, da alcune attiviste che non accettano l’omaggio a un uomo il quale, da giovane fascista colonialista (24 anni aveva), andò in Etiopia e lì si comprò una moglie dodicenne. Sul momento ho pensato a un giudizio anacronistico, perché per quanto riprovevole sia l’episodio, lo si sta giudicando con gli occhi di oggi, con la mentalità e la cultura di oggi, che si è affermata e rafforzata dopo la fine del fascismo e del colonialismo, grazie a una guerra spaventosa (lasciamo da parte i rigurgiti neofascisti/leghisti degli ultimi tempi e prendiamo il meglio della nostra civiltà).

Certo, quando mi capitò anni fa di sentir parlare Montanelli da Bisiach [qui un video parziale dell’intervista, non ne ho trovato uno integrale] di questa sua sposa bambina, Destà, mi fece ribrezzo, senza alcuna giustificazione. Eppure qualcosa mi pareva “corretta” nella posizione di Montanelli, perché nel dire che le ragazzine africane “a quell’età sono già donne”, stava sottolineando una diversità culturale, per me inaccettabile, ma pur sempre reale (che poi lui ne abbia approfittato venendo da un’altra cultura, razzista sì, ma che già distingueva tra adolescenza ed età adulta, è altra storia).

Poi ho letto questo articolo: “Teniamola, la statua di Montanelli, ma con la vernice rosa”, di G. Marchetta, e mi sono sorte spontanee alcune considerazioni.

Questo della distanza storica e culturale (e perciò della possibilità di anacronismi nei giudizi) è un problema su cui mi interrogo spesso. Non tanto sulla vicenda di Montanelli, che mi ha sempre lasciato esterrefatto (sia per la sua naturalezza nel raccontarla, sia per la mostruosità della cultura familiare abissina); quanto per il problema della distanza storica e culturale che, davvero, è una delle cose più complesse nella formulazione di un giudizio sensato.

Da una parte, mi verrebbe da dire “la barbarie è sempre barbarie”, altro che relativizzare i contesti; altrimenti non ci sarebbero nemmeno persone nello stesso continente africano a battersi per la fine dell’infibulazione e delle spose bambine. Così come tante altre pratiche antichissime, tipiche di culture per altri versi affascinanti, come le deformazioni fisiche a scopo estetico (penso ai “piedini” delle donne cinesi prima della Rivoluzione). Ma il fatto di rifiutarlo non è forse il frutto della mia cultura europea e occidentale? Di quella parte, almeno, che valorizza la dignità dell’individuo, la libertà di autodeterminarsi, il rispetto della diversità come valore e non come divisione. E qui si annida anche una possibile contraddizione: non è forse questo rispetto che apre alla relativizzazione, per non scadere nell’assolutismo della propria posizione contro tutte le altre?

D’altro canto, è pur vero che nella nostra cultura (europea, occidentale) restiamo bambini e adolescenti molto più a lungo che in altre. Ricordo di un bambino palestinese, invitato in una trasmissione Rai, anni fa, che parlava come un vero adulto della situazione nella sua città; ammetto che mi fece impressione, ma ancor di più me ne fece Fiamma Nirenstein che, al contrario, lo trattò con condiscendenza e da vero bambino (ci mancò solo che dicesse “ooh com’è carino!”). Bertinotti le fece giustamente notare che quello, bambino non lo era più, perché “sotto le bombe si cresce in fretta”. Con questo ovviamente non voglio mettere sullo stesso piano una situazione drammatica di crescita in un contesto di guerra, con una cultura retrograda che (in modo speculare tra colonizzatori e colonizzati) mette le donne sullo stesso piano degli animali domestici. Voglio solo dire che il problema di determinare quando e come si diventa adulti, è in effetti una questione relativa al contesto, al momento storico e alla quotidianità vissuta.

Probabilmente è per questa costante precarietà dell’esistenza che cerchiamo punti fermi da cui muoverci, una base su cui ancorare almeno una parte delle nostre convinzioni. Una linea sulla sabbia, insomma, che tracci il confine tra ciò che riteniamo giusto e ciò che rifiutiamo. Ma è sempre così difficile! Se ti apri troppo, rischi di accettare l’inaccettabile; se ti chiudi troppo, rischi di rifiutare tutto, in blocco.

E i monumenti? Cosa celebrano? La storia? Con quale distanza culturale? Magari con Montanelli la distanza non c’è, come non c’è con il colonialismo italiano ed europeo, per dirla con l’autrice dell’articolo; ma se penso alla statua di Cristoforo Colombo rimossa a Los Angeles perché era un “conquistatore genocida”, mi viene da ridere. Un anacronismo colossale. L’unica cosa che rileverei a proposito di Montanelli, è che il monumento non glielo hanno fatto per il suo passato, ma per la sua carriera giornalistica, che non si dovrebbe ricondurre di per sé alla questione di Destà (sul fatto che sia stato gambizzato dalle BR o censurato da Berlusconi dobbiamo stendere il velo dell’oblio?). Però è pur vero che celebrare una persona vuol dire spesso dimenticarne i lati oscuri, mentre dovrebbe essere presa per quel che è, nella sua interezza; penso a tanti personaggi della storia moderna, “santificati” dall’idealismo e dalla propaganda, che hanno fatto un bel tonfo cadendo dal piedistallo. Non fossero stati tanto osannati, non avrebbero subìto questo destino, perché quando la delusione è grande, il perdono è difficile.

Ma sto iniziando a divagare. L’abbozzo termina qui. L’unica cosa che continuo a chiedermi è se Destà si sia mai sentita vittima, come abbia vissuto la vicenda, se non stiamo riversando sulla sua figura nostre concezioni, nostri problemi, nostre recriminazioni.

P.S. – Ammetto, senza per questo concedergli nulla, di apprezzare la sincerità di Montanelli sulla vicenda. Almeno non fu ipocrita nel parlare di qualcosa che sapeva benissimo gli sarebbe costata parecchio.

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2 responses to “Anacronismo nei giudizi (un abbozzo)

  • redpoz

    Sul dibattito relativo alle statue ti consiglio questo articolo apparso sul Guardian qualche tempo fa: https://www.theguardian.com/us-news/2018/sep/24/early-days-statue-removed-san-francisco-native-americans

    Riguardo la questione del “relativismo”, e’ un tema che mi interessa da vicino (perche’ strettamento connesso al sistema legale – vedi i diritti umani) e sul quale mi sono interrogato spesso, senza trovare risposte.
    Due considerazioni che mi aiutano:
    – mi pare utile ricordare come l’attuale cultura occidentale (e ogni altra) sia il frutto di un processo storico, senza garanzie. Una “battaglia” se vogliamo: letta cosi’, in fondo, sostenere l’una o l’altra posizione non appare lesivo di alcuna cultura. Ma, soprattutto, in quanto evoluzione non c’era nessuna garanzia che l’occidente dovesse necessariamente sviluppare questo sistema, dunque dovremmo ammettere che non v’e’ garanzia che altre culture vi si adeguino
    – sull’accettanza di certe pratiche e possibilita’ per lo meno di “armonizzare” attorno ad alcuni principi cardine tutte le culture, credo il lavoro migliore resti quello di Delmas-Marty basato sul principio della logica “fuzzy”: in pratica, si possono immaginare alcune “linee rosse”, ma occorre anche ammettere che queste linee sono abbastanza vaghe e ogni cultura le contestualizza in modo differente

    • GoatWolf

      Come sempre, anche sulle questioni più spinose, fornisci indicazioni fondamentali. Sono pienamente d’accordo sulla storicità della cultura occidentale, tanto che in altri ambiti mi sono anche attirato critiche quando ho detto che fenomeni come il giacobinismo fanno parte delle “sofferenze della democrazia” (definizione non mia), ossia quei momenti in cui, per giungere alla moderna società tollerante e aperta, si è fatto l’esatto contrario. E come dici tu, senza alcuna garanzia di ottenere quel risultato!

      Possiamo dire, allora, che in questo particolare momento storico siamo tendenzialmente convinti che alcune tra le pratiche di altre culture siano per noi inaccettabili; che prima forse lo erano (se rapportate ai nostri costumi) e in futuro potrebbero anche esserlo di nuovo, ma mai nelle stesse forme. Quindi nel caso di Montanelli ciò che ci provoca disprezzo è la sua esperienza in relazione alla nostra cultura, mentre rispetto a Destà dobbiamo considerare che era cresciuta in un contesto diverso dove la sua situazione era normale, e pur tuttavia non la possiamo accettare dal nostro punto di vista attuale.

      Questo mettendo da parte tutte le ipocrisie che ci sommergono. Anche perché il nazismo, da solo, ha confermato la persistenza sotterranea di culture antiche e feroci accanto alla modernità.

      Ammetto di immaginarmi alcune delle persone giustamente indignate che protestano, avendo però in mente una scena falsata, tipo Destà con l’aspetto da bimba piccola che piange e grida “no no no” mentre Montanelli cerca di tenerla ferma. Corroborata dal fatto che, come lui stesso riporta, la ragazza era “restìa”. Ma noi cosa ne sappiamo? E’ il giornalista che sminuisce? Sono gli indignati che esagerano? E se fosse, dico per dire, che lei era restìa perché un marito straniero bianco non le andava, ma un abissino nero sì? Più familiare, più accettabile per lei? La sto sparando, intendiamoci, ma chi si ferma a pensare a queste cose? A provare a invertire i punti di vista? Ciò non toglie che dal nostro, la cosa rimane inaccettabile e lui ha contravvenuto a una nostra tendenza culturale, rispettando semmai quella altrui.

      Grazie anche per l’articolo, lo leggerò appena posso, e scusami per questa risposta un po’ buttata così.

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