Note sull’educazione nei regimi totalitari

libro e moschetto

Nel sistema fortemente strutturato dei totalitarismi, l’educazione fu un mezzo di enorme importanza per la formazione del cittadino-modello. L’educazione totalitaria annullava i diritti e le aperture democratiche, subordinava i bisogni individuali a quelli del regime e si estendeva oltre la scuola, per organizzare anche il tempo libero degli studenti. Lo Stato, che con l’avvento della società di massa aveva assunto un ruolo guida nell’organizzazione delle società moderne, nei regimi totalitari venne esaltato ed esasperato nelle sue qualità (e quindi anche nei suoi limiti) come apparato unificante del pensiero e dell’azione; l’educazione e le pratiche pedagogiche divennero perciò tutt’uno con i programmi di sviluppo economico, politico e sociale, portando la pianificazione nazionale a livelli mai raggiunti prima a cavallo tra XIX e XX secolo. In questo ambito, l’attenzione al tempo libero come momento di educazione e indottrinamento ulteriore, costituì uno dei punti più originali, ancorché coercitivi, della formazione extrascolastica totalitaria.

Tuttavia, è bene non scadere in comparazioni superficiali. I tre principali totalitarismi europei, ossia fascismo, nazismo e stalinismo, presentano non solo punti in comune, come ci si aspetterebbe, ma anche differenze piuttosto importanti.

Nel fascismo si ha il primo esempio della formazione di una scuola improntata al servizio di un regime dittatoriale. Sono distinguibili due fasi: inizialmente, la scuola è riorganizzata in modo sistematico secondo le direttive della Riforma Gentile del 1923, dai tratti fortemente conservatori, gerarchica e molto selettiva. Introduce l’insegnamento della religione nella scuola elementare, per fornire al popolo una concezione del mondo; distingue i corsi tra letterari-umanistici e tecnici, i primi adatti alla formazione delle classi dirigenti, i secondi per le classi subalterne; i cicli scolastici si concludono con gli esami di Stato, l’accesso alle università è riservato a chi ha frequentato il liceo. Nonostante sia stata definita da Mussolini “la più fascista delle riforme”, il problema avvertito dallo stesso regime è l’eccessiva rigidità del sistema selettivo, che cozza con le necessità di ammodernamento e mobilitazione di massa. La seconda fase vede allora prevalere, dal 1925 in poi, la vera e propria fascistizzazione della scuola, con vari provvedimenti che conformano l’educazione all’ideologia del regime e ai suoi interessi: introduzione del libro di testo unico nella scuola elementare, estensione dell’insegnamento della religione alle scuole secondarie, giuramento di fedeltà al regime da parte di tutti i docenti, ideologizzazione dei programmi di studio, progressiva militarizzazione della scuola, tentativo di collegare questa con il mondo del lavoro in vista della pianificazione a lungo termine dei processi di sviluppo. Inoltre viene introdotta l’organizzazione delle attività extrascolastiche, attraverso la costituzione dell’Opera Nazionale Balilla per i bambini e della Gioventù Italiana del Littorio per gli adolescenti, che attraverso feste, gare, comizi, raduni e altre iniziative, occupano il tempo libero degli allievi e ne espandono l’indottrinamento e il coinvolgimento, conformando così la cultura nei termini del regime. Negli anni universitari, aderendo ai Gruppi Universitari Fascisti, si possono affiancare agli studi altre iniziative ideologiche, come la frequenza della Scuola di Mistica Fascista o la partecipazione ai Littoriali (gare universitarie di varia natura). La caratteristica principale di questa educazione extrascolastica è quella di svolgersi in maniera parallela all’educazione formale nella scuola e a quella informale nella famiglia, occupando ogni momento della vita individuale e creando così una cultura di massa conformistica e disciplinata, nell’adesione ai valori morali e allo stile di vita previsti dal fascismo. Il culmine del processo è la Riforma Bottai del 1939, con l’elaborazione della Carta della scuola che, a causa della guerra, non avrà una realizzazione concreta.

Il nazismo si presenta come la forma più brutale e violenta di irreggimentazione ed esclusione. Ispirata dalle idee espresse nell’opera di Hitler, Mein Kampf, l’educazione nel regime nazionalsocialista è immediatamente improntata alla militarizzazione di tutte le attività scolastiche ed extrascolastiche e all’indottrinamento pervasivo ai valori fortemente razzisti dell’ideologia. Le similitudini con il regime di Mussolini sono molte: giuramenti di fedeltà al Fürher di insegnanti e studenti, irreggimentazione in organizzazioni paramilitari, ideologizzazione dei testi di studio. Ma i caratteri autoritari e soprattutto razzisti sono sperimentati con maggiore efficacia e una diffusione capillare: i testi scolastici eliminano tutti gli elementi culturali non conformi all’ideologia del Partito, indebolendo gli studi tramite l’appiattimento sui principi del razzismo e della disciplina militare; l’educazione fisica assume un ruolo determinante per coniugare la sanità del corpo con la “corretta” forma mentis (aspetto presente anche nel fascismo); i docenti devono aderire alla “lega nazionalsocialista degli insegnanti” per compiere un aggiornamento ai principi ideologici del regime e contribuire così a una pedagogia specificamente nazista. La formazione delle classi dirigenti è affidata alle Scuole “A. Hitler” e ai Castelli dell’Ordine, sotto il controllo per Partito, mentre la vita dei giovani è assorbita, tra i 6 e i 18 anni, dalla Gioventù Hitleriana: la partecipazione a campeggi, sedute di propaganda, gare ginniche e altre attività è accompagnata dal controllo dei progressi di ogni singolo ragazzo, da valutare tramite un apposito libretto, un registro su cui segnare i risultati delle attività e tenere d’occhio l’efficacia della manipolazione ideologica. L’educazione nazionalsocialista è la forma più pervasiva, brutale e organica di condizionamento ideologico a tutti i costi, per ottenere un popolo militarizzato, pronto alla guerra e all’obbedienza, razzista senza reticenze. Si può dire che il nazismo abbia realizzato senza esitazioni o mediazioni di sorta ciò che nel fascismo è andato costruendosi nell’arco della sua esistenza, ossia una scuola integrata nel regime e pienamente funzionale ai suoi interessi e obiettivi, un’organizzazione giovanile con un piano di indottrinamento a medio termine e l’instillazione di concetti elitari e razziali volti all’esclusione della diversità dalla comunità nazionale.

L’educazione sovietica ha seguito percorsi differenti. Nel periodo che va dalla Rivoluzione d’Ottobre all’ascesa al potere di Stalin, nel 1927, la pedagogia è stata improntata a una grande sperimentazione, con vari modelli applicati per trovare, innanzitutto, una radicale alternativa e innovazione rispetto ai metodi arcaici ancora diffusi in gran parte dell’ex-Impero zarista. E, inoltre, per stimolare la formazione dell’uomo nuovo, l’individuo consapevole delle sue capacità e inserito allo stesso tempo nella collettività, pronto a cooperare per il bene comune anziché perseguire finalità egoistiche. Al centro delle sperimentazioni, aperte ai principi scientifici e alle novità, c’è la fondazione della scuola politecnica del lavoro, che si impegna a creare una unità sinergica tra l’apprendimento scolastico e il lavoro nelle fabbriche; i programmi privilegiano il sapere tecnico-scientifico e le sperimentazioni volte ad ampliare l’orizzonte culturale degli allievi, per superare la vecchia educazione religiosa e nazionalista pre-rivoluzionaria. Un’esponente di primo piano è sicuramente l’educatrice Nadežda Krupskaja, la quale ritiene la formazione di una disciplina cosciente l’obiettivo principale dell’educazione, da raggiungere tramite metodi didattici che stimolino la creatività, la coscienza sociale, l’autonomia; anche grazie al suo impegno, si creano le organizzazioni giovanili del Partito: il Komsomol, per i giovani adulti, tramite cui organizzare attività improntate alla didattica politecnica per attuare i principi del leninismo, e l’Organizzazione dei pionieri di tutta l’Unione, per le attività extrascolastiche rivolte ai bambini. Nel periodo della NEP si assiste inoltre a una diffusione crescente di scuole di cultura e istituti professionali, aumentando la varietà di approcci educativi. Questo periodo, breve e intenso, si conclude con la generale “normalizzazione” conseguente all’avvento del periodo dittatoriale più duro, oggi definibile appunto come stalinismo, durante cui la scuola assume forme più canoniche, con orari, programmi, valutazioni e pratiche didattiche rivolte all’efficienza e alla rapidità. Lo studio torna a essere sistematico e viene slegato dal lavoro, abbandonando l’attivismo e le sperimentazioni. Allo stesso tempo, si irrigidisce anche il contenuto degli insegnamenti, allineandolo alle posizioni ufficiali dello Stato con nuovi libri di testo e metodi didattici; il sistema scolastico si espande rapidamente e aumenta la sua efficienza, mentre l’attivismo pedagogico viene ufficialmente condannato. Tra le teorie originali sviluppate negli anni Trenta, va ricordata quella di Anton S. Makarenko che coniuga elementi ideologici rivoluzionari con principi di organizzazione militare e vede negli studenti e negli insegnanti due collettivi in collaborazione. Criticando l’attivismo pedagogico, Makarenko sostituisce all’idea della spontaneità individuale quella della disciplina, che fonda la pedagogia direttiva, ossia un tipo di indirizzamento dell’individuo verso l’integrazione nel collettivo, laddove lo spontaneismo può aprire a tendenze egoistiche. La maturazione, attraverso la disciplina, della responsabilità, è uno dei risultati più importanti dell’azione pedagogica, perché unisce l’applicazione delle regole collettive alla comprensione della loro ragion d’essere, contribuendo così alla formazione di linee prospettiche condivise tra i pensieri individuali e quelli collettivi, ossia la coscienza politica rivolta all’edificazione della società socialista. Un punto di particolare lontananza dagli altri due totalitarismi, oltre a una relativamente “minore” pressione manipolatoria, è l’atteggiamento nei confronti della religione: nonostante la dichiarata libertà di culto e di ateismo, la lotta ideologica contro il pensiero religioso, volta a sradicarlo, è stata una costante della propaganda fino all’inizio della Seconda guerra mondiale; questo sia per questioni ideologiche (il marxismo è una corrente filosofica basata sul materialismo, e con Stalin questo aspetto viene irrigidito), sia per questioni storiche legate al passato zarista, in cui la Chiesa aveva il controllo totale dell’educazione e propugnava un nazionalismo conservatore e reazionario (probabilmente per questo, durante la guerra il regime staliniano fermerà la repressione religiosa e permetterà agli ortodossi di riprendere i sentimenti di difesa spirituale della nazione).

In conclusione, possiamo pensare a questo: non vi sono dubbi che questa attenzione pervasiva alla totalità della vita individuale sia culturalmente povera e strategicamente fallimentare, autoritaria, impositiva e conformistica; l’organizzazione delle attività extrascolastiche è in effetti il metodo più efficace per inquadrare la popolazione in un progetto unitario di Stato che diventa al tempo stesso una comunità omogenea. Ma bisogna anche rilevare l’importanza di un’educazione estesa oltre le sue agenzie formali, come un problema centrale nella società di massa anche in ambito democratico: l’estensione cioè del momento educativo a ogni esperienza di vita, per cui lo sviluppo individuale e personale trova nel proprio contesto di appartenenza un terreno fertile, una società educante dove ciascuno trovi strumenti e possibilità di migliorarsi e di formarsi, contribuendo al miglioramento della società stessa. I totalitarismi hanno percepito il problema, dandovi però risposte coercitive e brutali.

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Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basti sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi. Vedi tutti gli articoli di GoatWolf

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