Aforismi a buon mercato, vol. 7

Aforismi 51 – 61

Sommario

  • L’originale imitato da tutti
  • Complimenti per la coerenza
  • Nun te reggae più
  • Quattro punti consequenziali
  • La questione della metafisica
  • Gentilianamente
  • Filosofi oggi?
  • Caducità della conoscenza e della tecnologia
  • Attualità e inattualità di un’opera
  • Stimolato da Furio Jesi
  • Sì però a sinistra?

51 – L’originale imitato da tutti. Il celebre “libretto rosso” fu uno dei testi più diffusi e influenti della stagione politica tra il ’68 e i primi anni Ottanta, non solo in Cina, ma in tutto il mondo. Ciò che distingue l’edizione originale dalle ristampe odierne è il fatto che fu prodotta e distribuita direttamente dal Partito Comunista Cinese in molte lingue (Edizioni in Lingue Estere, Pechino 1967). Avere questa edizione, al di là del contenuto, vuol dire avere un oggetto che porta con sé le storie di chi lo ha ricevuto, letto, studiato nel cuore del momento storico e politico che lo ha generato. Nessuna ristampa, per quanto bella, può restituire quest’aura.

52 – Complimenti per la coerenza. Dico una banalità, che però pare sfuggire a parecchie persone. Il comunismo, in generale, non è un blocco unico e coerente, non è una ideologia fatta e finita e non ha un solo possibile sbocco (con buona pace di Stalin e altri “ortodossi”). Il fascismo e il nazismo invece sì. Se lo stalinismo può essere visto come un tradimento o una degenerazione, il fascismo è e resta sempre fedele a se stesso. La coerenza tra teoria e pratica, nel comunismo del XX secolo, è stata relativa e dubbia; la lotta per un mondo giusto si è spesso capovolta nel suo contrario (non sempre, non dovunque, ma in diversi casi). La coerenza tra teoria e pratica nel fascismo vecchio e nuovo invece è sempre stata, in ogni caso, assoluta. Dunque, se il comunismo non sfocia per forza nel Gulag, il fascismo finisce sempre nella guerra e nei lager. Io posso essere comunista senza una dittatura, senza usare violenza e senza disprezzare la democrazia che può anche darmi torto; un fascista? Ne dubito fortemente. Specie un neofascista, un neonazista, o comunque si mascheri un estremista xenofobo e sciovinista di oggi, che non ha nemmeno la scusa di esserci cresciuto, nel totalitarismo. Per questo l’indulgenza attuale verso partiti del genere (nuova e preoccupante in Germania, “normale” in Italia) è l’equivalente di una zappata sui piedi delle nazioni democratiche liberali.

53 – Nun te reggae più. Mi riesce ancora difficile ricollocarmi politicamente. Dopo la fine che ha fatto Rifondazione, non ho più trovato un partito da cui mi sentissi rappresentato davvero. Il PD non mi è mai piaciuto come non mi piacevano DS e PDS; quello che resta di Rifondazione è in mano a gente che forse non ha capito cosa è successo (sugli altri micro partitini fuoriusciti stendiamo un velo pietoso); SEL aveva qualcosa di interessante, ma si appiattiva su Vendola; SI non ho ancora capito che senso avesse; LeU si dà la zappa sui piedi da solo. Naturalmente sono cambiato anch’io, ed è parte del problema: sono moderato rispetto a PaP e radicale rispetto al PD, ma lì in mezzo c’è appunto LeU che vaga senza idee chiare e non riusciamo a incontrarci (beh, forse vuol dire che è il partito giusto, invece). Mi sento un radicale razionale, che vuole politiche forti ma senza slogan e robe da “duri e puri”, un bolscevico menscevizzato, un socialdemocratico massimalista. Mi sento una contraddizione in termini. [LeU non esiste più, in pratica. L’aforisma risale a qualche mese fa]

54 – Quattro punti consequenziali.

1) Se il massimo della modernità è la globalizzazione, e il socialismo non rappresenta più il futuro, allora è chiaro che l’aspirazione delle “masse” sia rivolta al passato, al ritorno, alla reazione, alla nostalgia.

2) Se le “masse” non vogliono andare avanti in senso progressivo, la sinistra non può avere una base reale, perché non interessa a nessuno sacrificarsi (che è il prezzo del progresso). Né inseguire la destra sul terreno del regresso paga, perché come si suol dire, nessuno preferisce la copia all’originale.

3) Per costruire una nuova versione del progresso, dobbiamo impegnarci in un lavoro teorico enorme, che ridefinisca una progressione alternativa; mettere da parte l’appiattimento su posizioni liberiste corrette (che da Blair a Renzi ha dimostrato di non pagare) e ricominciare dalla critica che diede origine alla sinistra. Ossia, ritornare allo spirito critico dei Giovani hegeliani e delle lotte teoriche fino agli anni Venti del XX secolo.

4) Rapporto tra Stato e religioni, questioni di cittadinanza, diritti civili e organizzazione della famiglia, ruolo della donna, battaglie sul lavoro, contro lo sfruttamento e tante altre cose che ci assillano oggi, erano già tutte presenti in quei dibattiti di un secolo fa. Se stiamo tornando alla situazione di allora, non è solo un rischio, ma anche un’opportunità di riprendere un discorso critico che può aprire a una adeguata alternativa del moderno, anche se “post”.

55 – La questione della metafisica si ripropone costantemente come problema di impostazione del pensiero, per esempio nello strutturalismo, che fu accusato di reintrodurre la metafisica nella prospettiva filosofica marxista. In linea generale, la metafisica è effettivamente una forma di pensiero puro, la cui libertà al di là del mondo fisico consente di ampliare la creatività stessa del pensiero; ma non si può negare, secondo me, che un rischio di dogmatismo si nasconda sempre nell’idea che l’Idea, qualunque essa sia, abbia un valore assoluto e universale, cui si connette l’altro rischio, di dovervisi conformare in modo necessario. Per questo c’è, e sempre ci sarà, una sorta di diffidenza verso la metafisica. Cacciari, che invece ritiene impossibile una filosofia non metafisica, sembra orientarsi sulla linea di una metafisica come “programma”, più che come spiegazione reale della natura; in questo senso siamo tutti, costantemente, metafisici in ogni nostro pensiero. L’astrattezza, cui non sfugge lo stesso Cacciari (come in quell’articolo sul Capitale e l’Operaio, assurti a soggetti ontologici, anziché essere materialisticamente capitale finanziario e mondo del lavoro), rimane pur sempre una caratteristica fondamentale dell’idea che ci formiamo del mondo circostante.

56 – Gentilianamente.

“Il più gran difetto, per illustrare il bene col male, è in generale quello, che la scuola, tutta la scuola, è astratta, appartata dalla vita; e lo scolaro nella scuola dimentica di esser figlio, fratello, amico, uomo, nella ricchezza di significati che ha questa parola. Dalla prima classe elementare all’università, si pensa tutt’al più che la scuola debba preparare alla vita; e in questa stessa avvertenza si conferma l’errore, che la vita rimanga al di là della scuola, come un futuro, da non confondere col presente. E così nella scuola si parla un linguaggio tutto speciale, che non è quello della famiglia e della società; e il maestro finisce con l’essere un uomo così specializzato e quasi scemo di sé, che lo distingui subito a vederlo in una folla, anche a non conoscerlo. E l’insegnamento diventa una professione, un mestiere. L’anima nella scuola si professionalizza tutta, assume certi abiti e una certa fisionomia, che si rispecchia in tutte le sue manifestazioni. Il maestro non è un semplice uomo, ma fa il maestro; fa l’uomo, cioè. Un’aria artificiale lo avvolge, e intristisce l’opera sua, togliendo ad essa quella vivezza e quel sapore, che è proprio d’ogni reale atto dello spirito, sensazione o sentimento, fantasticare o pensare, speculare o contrattare, pregare o combattere, comunque lo si chiami. Si rilegge, dopo tanti anni che s’è usciti da una scuola siffatta, una pagina, che allora leggemmo in un’antologia; e si prova una stretta al cuore a paragonare quell’umanità che ora vi sentiamo palpitare dentro, con quelle spiegazioni di parole, con quelle analisi grammaticali, a cui allora la lettura allora unicamente servì. Che freddo doveva esserci, e noi eravamo così piccini, e avevamo tanto bisogno di calore!”
(G. Gentile, Sommario di pedagogia generale, II, par.14)

Una bellissima testimonianza, che rende ancor più strana la forma disciplinare e gerarchica che, infine, Gentile diede alla scuola. In realtà, non è così strano se si vede il problema dal punto di vista della sua filosofia, per cui il fascismo non era solo una situazione politica, bensì (hegelianamente, direi) una manifestazione dello spirito italiano nella storia, compimento dei moti risorgimentali e forma di società organica e compatta, in cui l’educazione scolastica è parte integrante della vita spirituale e materiale. Non solo istruzione, ma formazione della persona nella sua totalità. Dal mio miserabile punto di vista, il pregio e il difetto del pensiero pedagogico di Gentile vertono sullo stesso punto: una visione filosofica organica che tende alla persona ma mira al regime. Andrebbe confrontato in modo critico con Freire e Makarenko.

57 – Filosofi oggi? Cosa possono fare davvero, oggi, i filosofi? Non dare risposte pronte, bensì insegnare il modo giusto di porre le domande. Perché il modo in cui si pone la domanda determina la risposta che si riceve.

58 – Caducità della conoscenza e della tecnologia. Questa era l’enciclopedia Barsa, una delle migliori del Brasile, comprata negli anni Novanta da un’amica per la casa e i figli. Quanti dei nostri padri e nonni hanno fatto lo stesso, e non costava certo pochino. Ora non serve più, con internet e la facilità di accesso all’informazione. In casa non poteva restare, così lei voleva donarla a qualche scuola, ma non la voleva nessuno. Non è aggiornata, né aggiornabile. Grazie a dio la biblioteca pubblica accettava donazioni, così la Barsa ha avuto una seconda chance. O sarebbe finita al macero. Mi chiedo solo una cosa: quando l’elettricità scomparirà e torneremo all’età della pietra, e tutta la cultura digitalizzata svanirà, senza libri concreti, cosa ci resterà?

59 – Attualità e inattualità di un’opera. Ogni opera scritta in un dato momento storico è calata in un contesto ben preciso; ma tra gli elementi che propone esiste un doppio livello di attualità: il primo, legato alla contingenza che ha prodotto le caratteristiche dell’opera, la lega al momento storico, al luogo, alle condizioni in cui è sorta e di cui risente. Il secondo livello riguarda l’attualità futura, ossia quel nodo di tematiche la cui validità può perdurare nel tempo o venire riscoperta alla luce di nuove condizioni, interpretazioni e rivalutazioni (o ripensamenti). D’altra parte, anche l’inattualità che sovviene può mantenere un suo nucleo di valore e riuscire a suggerire nuove valutazioni dell’opera in altri contesti; proprio per la differenza, o addirittura la dissonanza, che esprime. Senza la consapevolezza di questo doppio livello, si rischia di produrre qualcosa di troppo ristretto o troppo vago, e/o di interpretare una data opera come genericamente “inutile” o, in maniera speculare, come “universale”.

60 – Stimolato da Furio Jesi. La cultura di destra (senza le ironiche virgolette che sono sempre tentato di apporre al primo termine) ho tentato di studiarla, di comprenderla, perché è importante capire le ragioni dell’avversario, ma devo dire di esserne rimasto sconcertato. È, come dice Jesi, una propaganda di idee e concetti facilmente digeribili da parte di chi non ha voglia di sforzarsi nei ragionamenti e nelle analisi. Una volta ho avuto una discussione con un ragazzo che si dichiarava “orgogliosamente fascista” (seppur dimostrando una intelligenza rara da quelle parti), il quale mi diceva che per lui era fondamentale la posizione di Evola, anche se arrivava sempre a conclusioni antistoriche. Se però avesse dovuto cercare un “vate” per la cultura della destra moderna, avrebbe visto bene il giornalista Marcello Veneziani. Allora ho letto Rivolta contro il mondo moderno di Evola, e Sinistra e destra. Risposta a Norberto Bobbio di Veneziani. Non sono riuscito a finirli. Troppe stronzate, dal mio punto di vista. Evola è terrificante: magia, mitologia, mistica e un razzismo “spirituale” spaventoso, uniti a un radicalismo reazionario che arriva a bacchettare persino il fascismo, per le sue velleità moderniste. Veneziani ha le sue idee, per carità, ma secondo me dovrebbe studiare di più e meglio prima di mettersi a fare le pulci agli altri. Ah, non dimentichiamoci di intellettuali come De Turris, dei cui atteggiamenti ho parlato qui.

61 – Sì però a sinistra? Continuando sulla questione di una cultura che rimastica parole vuote e si regge su icone bidimensionali, anche dalle nostre parti non siamo messi proprio benissimo. Il problema culturale odierno della sinistra è di ricercare una sorta di verginità perduta, attraverso la mitizzazione di personaggi e periodi storici che all’epoca furono discussi e criticati anche in forme drastiche, proprio in seno alla stessa sinistra. E’ valido per Berlinguer, ridotto alla questione morale, a sua volta ridotta a slogan; è così per personaggi di cui alla fine si sa poco, come i mitici (nel senso di mitologici) presidenti sudamericani Lula, Morales ecc., visti come rivoluzionari “legali” (in realtà, uomini politici come tutti gli altri); è così per artisti, giornalisti e scrittori, che andrebbero ascoltati e letti con attenzione, invece di essere citati come evangelisti. Forse perché oggi la citazione funziona meglio sui social network, si diffonde meglio una frase qualsiasi e la si può stampare sulle magliette e gli striscioni, anziché prendere qualche grosso intervento in qualche riunione del Comitato Centrale o in qualche Congresso, leggerselo, contestualizzarlo ed estrarne criticamente i contenuti attualizzabili. Forse vogliamo anche noi un cavaliere teutonico liberal-marxista che ci faccia sentire intelligenti, giusti e migliori, senza troppi sforzi di analisi critica…

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Informazioni su GoatWolf

Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basta sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi. Vedi tutti gli articoli di GoatWolf

2 responses to “Aforismi a buon mercato, vol. 7

  • redpoz

    Molto interessante il n. 54
    Ho qualche perplessita’ sul primo punto: la globalizzazione e’ il culmine della modernita’? Ed e’ davvero incompatibile col socialismo? Forse dovremmo approfondire maggiormente il rapporto fra globalizzazione, neoliberismo e consumismo. Non credo tutti i tre i termini siano coessenziali.

    Altrettanto problematico e’, per me, il pensiero sul “post”, che troppo spesso mi sembra affetto da a-sistamticita’ e, in quanto tale, non in grado di sorreggere un pensiero alternativo “olistico”.

    • GoatWolf

      Non credo siano incompatibili, ma che nell’attuale stagnazione a sinistra sia questa la percezione più diffusa, dato che la terza via blairiana è considerata la fusione della modernità economica con la liberazione dei costumi. Così, nei casi estremi (e complottistici), si individua in un Soros il presunto guru della sinistra, anziché in uno sbiadito Che Guevara, che rischia di trapassare nel pantheon neofascista.
      Ma personalmente considero la globalizzazione un dato di fatto, che può trasformarsi in internazionalizzazione con un lavoro politico cosciente.
      Qui però c’è il vero scoglio, il post-moderno, che ci costringe a ricostruire un pensiero contemporaneamente forte e flessibile.
      In effetti quei quattro punti partono dalla riflessione su questo brano, opinabile:

      “Capitalismo e modernità.
      di Pasquale Setola
      Quarant’anni fa il notevole filosofo cattolico Augusto Del Noce aveva capito ciò che per il progressismo storicistico italiano era incomprensibile, e cioè che la modernizzazione radicale del costume borghese non costituiva affatto una tappa di avvicinamento progressivo al socialismo, ma apriva la strada alla società ultracapitalistica (cui pure Del Noce si era messo ideologicamente al servizio).
      È esattamente quel che è avvenuto negli ultimi quarant’anni: il capitalismo ha modernizzato il costume e nello stesso tempo ha creato una società ancora più ingiusta ed inegualitaria di prima.
      Il progressismo storicistico, convinto che i cosiddetti residui autoritari, pastorali, paternalistici, sessistici, moralistici, della cultura borghese costituissero l’essenza del capitalismo, quando ne erano invece solo un supporto storico e culturale transeunte, non aveva capito che era il capitalismo stesso, spinto dalla sua intrinseca logica ad allargare la mercificazione universale dei beni e dei servizi, a premere per la capillare distruzione delle residue istanze culturali borghesi, incompatibili con l’onnimercificazione.
      Mario Tronti, già fondatore teorico dell’operaismo e impegnato politicamente nel Pci-Pds-Ds-Pd, ha scritto, anche in senso autocritico, che scambiare la dinamica della modernizzazione radicale del costume borghese con un avvicinamento alla transizione al socialismo fu un grande errore, in quanto nulla può essere più moderno del capitalismo.”

      Su questo punto si erano scontrati Lenin e i bolscevichi da un lato, e tutti gli altri gruppi riformisti e rivoluzionari dall’altro. Per questo Gramsci aveva parlato della “rivoluzione contro il capitale”; d’altronde, oggi lo scontro è tra due destre, una liberista globalista e l’altra nazionalista e regionalista, di reazione retrograda alla modernità capitalista. La sinistra è in un limbo di “modernità alternativa” che non trova più spazio.

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