Le rivoluzioni del 1917

L’anno scorso si è commemorato il centesimo anniversario della Rivoluzione russa. Avevo pubblicato alcuni appunti di studio per ripercorrere l’evoluzione delle idee che hanno accompagnato i moti rivoluzionari attraverso tutto l’Ottocento e gli inizi del Novecento, passando dal populismo (da intendersi in un’accezione diversa da quella attuale) al marxismo e alla formazione dei gruppi più importanti. Oggi, a un anno di distanza, voglio ripercorrere proprio gli eventi del 1917. In ogni caso, per una minuziosa ricostruzione storico-politica degli eventi rivoluzionari dal Febbraio all’Ottobre, dalla prospettiva personale di protagonista degli eventi, si veda: Trotsky L. D., Storia della Rivoluzione russa, Newton&Compton, Roma 1994. Per uno studio generale recente, consiglio: A. Salomoni, Lenin e la Rivoluzione russa, Giunti, 1998.

Le rivoluzioni del 1917 scoppiano in un quadro di crisi resa irreversibile dalla Grande guerra. La decisione dell’Impero russo di entrare in guerra, tra l’altro al fianco di potenze liberali quali la Francia e il Regno Unito, contro gli Imperi autocratici prussiano e austro-ungarico, è dettata da interessi commerciali e geopolitici della stessa entità di quelli che avevano spinto alla guerra contro il Giappone. Dello stesso livello, se non peggiore, sono però anche le forze armate, che sin dai primi mesi di conflitto si rivelano impreparate e inefficienti. Una eclatante successione di sconfitte, con perdite enormi tra morti e feriti, oltre a deficienze gravi nell’equipaggiamento e approvvigionamento dei soldati, porta nel giro di due anni alla quasi totale dissoluzione dell’esercito. Nel 1916 la tensione sociale è in costante aumento, il divario tra le città e le campagne cresce ed è aggravato dall’ostilità tra operai e contadini, mentre l’inflazione è fuori controllo; la situazione disastrosa al fronte, dove i tedeschi continuano a conquistare vaste regioni, spinge la popolazione a schierarsi contro la guerra con proteste e scioperi sempre più frequenti, che il governo reprime brutalmente. La crisi del sistema di controllo statale diventa lampante quando iniziano a verificarsi defezioni nella polizia e nell’esercito, con i soldati che si rifiutano in varie occasioni di sparare sui manifestanti.

Il 1917 si apre con una crisi alimentare senza precedenti, che impone il razionamento con tessere e file per l’approvvigionamento, cui però non si riesce a far fronte. Una nuova ondata di proteste e rivolte fomenta lo sciopero delle officine Putilov (1), a Pietrogrado, che in pochi giorni coinvolge un numero enorme di operai. La Rivoluzione di Febbraio costituisce la prima rivoluzione di massa dopo il gennaio del 1905, cui partecipano larghi strati della popolazione: il 23, circa novantamila operai in sciopero si uniscono alle donne che manifestano per la Giornata internazionale della Donna (2); il 24 gli scioperanti salgono a duecentomila; il 25 lo sciopero è generale. Il 26 si diffondono gli scontri armati, ma gran parte dei soldati fraternizza con gli insorti. Infine, il 27, gli insorti occupano la Fortezza di Pietro e Paolo, liberano i prigionieri politici e saccheggiano l’armeria. Lo Zar, tornato dal quartier generale, ordina di sciogliere la Duma, nonostante il parere contrario dei suoi ministri, ma i deputati si rifiutano di obbedire, si alleano con il rinato Soviet degli operai e dei soldati di Pietrogrado e formano il famoso Governo provvisorio, di orientamento liberale. Ai primi di marzo, Nicola II abdica, il granduca Michail rinuncia al trono e la storia dello zarismo si chiude definitivamente. La famiglia reale viene arrestata pochi giorni dopo.

La portata della Rivoluzione di Febbraio è spesso stata sottovalutata e, come talvolta accade con i giudizi dati in epoche successive, ritenuta semplicemente il preludio di quella d’Ottobre; in realtà è un evento autonomo, con caratteristiche peculiari e gravido di possibilità, almeno all’inizio. Con essa cade un’autocrazia durata trecento anni, si passa alla forma repubblicana, si riconoscono pienamente i diritti civili a lungo attesi, aprendo a possibilità democratiche mai sperimentate in precedenza. È una rivoluzione in gran parte spontanea, di amplissima partecipazione popolare e basata sulla commistione di disperazione costante, anelito al cambiamento e desiderio di pace, tanto al fronte quanto in casa. Ogni evento delle giornate di Febbraio è stato provocato da operai, soldati e contadini e molti dei susseguenti cambiamenti di rotta è stato frutto di un movimento popolare di massa, spesso disorganizzato e privo di una coscienza esatta dell’azione, a fronte di una classe politica invero colta alla sprovvista: nessuno dei partiti organizzati, nemmeno i bolscevichi, si aspettava una rivolta vittoriosa come questa (pare che lo stesso Lenin, in una intervista rilasciata in gennaio a Zurigo, avesse detto che con tutta probabilità la sua generazione non avrebbe visto la rivoluzione).

La particolarità della situazione rivoluzionaria è ben evidenziata dal modo in cui il potere si trasferisce dall’autocrazia ai rappresentanti del popolo. Si costituiscono nello stesso giorno il Governo provvisorio, formato dagli eletti della Duma (generalmente di orientamento liberale), e il Soviet degli operai e dei soldati, formato dai rappresentanti di fabbrica (che riunisce menscevichi, socialisti rivoluzionari e vari senza partito). Entrambi gli organismi hanno una propria legittimità e rappresentano rispettivamente la borghesia liberale e il coacervo di fazioni socialiste e anarchiche proletarie. Si attesta così una dualità di potere che si regge su un equilibrio alquanto precario: nei primi tempi, gli interessi dei due organismi sono virtualmente identici e questo permette la prospettiva della convocazione di una Assemblea costituente; ma nel momento in cui appaiono le contraddizioni, il conflitto diventa inevitabile. Il Governo provvisorio ha in mano il controllo politico istituzionale, il Soviet quello militare, dei trasporti e delle comunicazioni.

L’uomo più in vista del Governo provvisorio è A. F. Kerenskij, unico socialista, impegnato in politica sin dal 1905, in qualità di avvocato difensore di vari prigionieri politici. Appartiene ai trudovichi (letteralmente “lavoratori”, ma traducibile come “laburisti”), un gruppo del Partito dei socialisti rivoluzionari che unisce tendenze populiste e nazionaliste in difesa degli interessi della piccola borghesia. Sebbene contrario ai crediti di guerra, Kerenskij riconosce la necessità di difendere il territorio russo. La sua abilità oratoria e la sua opposizione all’autocrazia lo hanno presto reso molto popolare, tanto da essere stato arrestato e poi tenuto d’occhio dalla polizia per tutto il periodo di attività parlamentare, fino al Febbraio, quando si afferma come capo rivoluzionario figura in certo modo super partes tra i liberali e i socialdemocratici. Nominato Ministro della Guerra, Kerenskij si prodiga per la continuazione del conflitto, andando apertamente contro le rivendicazioni popolari. La motivazione è la difesa della patria e delle conquiste democratiche della rivoluzione, cui segue l’organizzazione di un’offensiva militare nel corso del mese di luglio, detta “Offensiva Kerenskij”, che dopo un iniziale successo si conclude con l’ennesima, dura sconfitta russa.

Sul fronte dei soviet, i bolscevichi sono inizialmente in netta minoranza, dato che Lenin e diversi altri rivoluzionari sono bloccati all’estero da tempo; ma la risonanza delle giornate di Febbraio preoccupa gli Imperi centrali, che temono una ripresa della fiducia nazionalista in Russia e quindi una nuova offensiva. Coscienti delle proteste popolari russe contro la guerra e delle strategie pacifiste dei socialdemocratici, le autorità tedesche decidono di far rientrare in patria diversi rivoluzionari, tra i quali Lenin, su un treno speciale, sperando che la sua azione politica sia coerente con la critica della guerra. Alla metà di aprile, il capo dei bolscevichi arriva a Pietrogrado trovando un partito molto propenso al compromesso con la maggioranza menscevica e con il Governo, nel quadro della dualità di potere; quindi espone un cambio di tattica nelle famose Tesi di aprile, costituenti il nucleo del futuro programma bolscevico. In questo documento viene innanzitutto condannata l’idea di continuazione del conflitto come “difesa della rivoluzione”, in quanto la guerra è strettamente legata gli interessi del capitale, dunque è una guerra imperialista (3) e appoggiarla vuol dire rinunciare in via definitiva alla possibilità del passaggio alla fase socialista della rivoluzione. Si ribadiscono la nazionalizzazione e la redistribuzione delle terre, la soppressione dell’esercito, la creazione di un’unica banca nazionale e il controllo della produzione sociale da parte dei soviet. E il punto più importante: “la necessità del passaggio di tutto il potere statale ai Soviet dei deputati operai”, trasformato nel celebre slogan tutto il potere ai Soviet, che impone la fine della dualità di potere, la rottura con il Governo provvisorio e la continuazione della rivoluzione verso il socialismo.

Naturalmente, Lenin è anche cosciente delle difficoltà di attuare queste tesi senza un “ostinato e paziente” lavoro di “spiegazione” degli errori politici del Governo provvisorio e della maggioranza menscevica, ponendo in primo piano il lavoro politico a breve scadenza rispetto a qualsivoglia azione sul medio e lungo termine. Le sue tesi sono avversate da molti esponenti dei Soviet, in particolare da Plechanov, ormai in completa opposizione ai bolscevichi, e dal Governo provvisorio, che vede in questo programma la longa manus del nemico tedesco, accusando pertanto Lenin di essere un agente al soldo della Germania. In luglio, con l’inizio dell’Offensiva Kerenskij, a Pietrogrado riprendono le manifestazioni per la pace, che si trasformano presto in una rivolta; i bolscevichi sono contrari, ritenendola prematura, ma tentano comunque di prenderne il controllo per incanalarla verso obiettivi realistici. La rivolta delle “giornate di Luglio” è repressa dai reparti dell’esercito fedeli al Governo e i bolscevichi sono messi fuori legge. Lenin fugge in Finlandia.

Il disastro dell’Offensiva Kerenskij, intanto, affossa del tutto la residua popolarità del Ministro e del Governo provvisorio. In agosto un generale, Kornilov, tenta di accordarsi con Kerenskij per riportare l’ordine con un intervento militare, ma una volta compreso il rischio di un colpo di stato controrivoluzionario, il Ministro rifiuta e si ritrova con le truppe di Kornilov a marciare su Pietrogrado. Sono proprio i bolscevichi del soviet cittadino a organizzare le difese e a contare con un ampio appoggio della popolazione, sconfiggendo il generale. Il partito ne esce enormemente rafforzato e in poco tempo conquista la maggioranza nel Soviet; in settembre ne viene eletto presidente Lev Trotsky, appena uscito dal carcere e passato dai menscevichi ai bolscevichi.

Tutto il potere ai bolscevichi

Il periodo tra settembre e ottobre vede alcune novità. Il Soviet di Pietrogrado costituisce un comitato militare rivoluzionario che lo pone in contrasto diretto col Governo provvisorio; la dualità di potere non è più solo politica, contando entrambi gli organismi su proprie guarnigioni armate. Inoltre, entrambi emanano direttive che spesso si annullano a vicenda, contribuendo a rendere ancor più difficili i rapporti. La possibilità di prendere il potere è causa di tensioni all’interno dei bolscevichi, perché mentre Lenin vede maturata la capacità del popolo di prendere in mano il proprio destino e quindi di decidere al di là della mediazione degli stessi soviet, altri come G. E. Zinoviev e L. B. Kamenev sono convinti che una vittoria relativamente facile sarebbe soppiantata dalle difficoltà di far fronte alla crisi di approvvigionamento delle città, preferendo all’insurrezione un’alleanza strategica con altri partiti socialisti, in vista dell’elezione dell’Assemblea costituente. Le voci di una insurrezione provocano la reazione sdegnata di Gorkij, che scrive articoli molto duri su una rivista socialista indipendente, paventando il caos totale, dovuto all’immaturità delle coscienze civili e morali delle fasce di popolazione che avrebbero partecipato; qui si ritrova la diversa concezione rivoluzionaria su quali siano i requisiti adatti per passare all’azione, se cioè la “maturità” debba essere culturale, dei soggetti in quanto persone, o delle condizioni materiali e sociali, che permettono di far progredire le persone al seguito degli eventi storico-politici. Come Gorkij la pensano i liberali, i menscevichi e una parte dei bolscevichi; il resto del partito leninista, dopo diverse riunioni preparatorie, decide invece di assumere in concreto il ruolo di avanguardia rivoluzionaria e provocare quella trasformazione che dovrà avviare la costruzione del futuro socialista.

Il clima della capitale riflette quello dell’intero paese. La Rivoluzione di Febbraio è stata un ciclone che ha spazzato via il vecchio regime e ne ha abbattuto o nascosto i simboli, ma in generale ogni cosa è rimasta in uno stato di sospensione, in cui la guerra sembra non avere fine, la fame continua a fomentare rivolte, il Governo continua a reprimere il dissenso con le armi. In questo periodo iniziano le requisizioni forzate di grano dalle campagne, mentre l’attività politica di base, con propaganda talvolta irresponsabile e agitazioni di ogni tipo si sperimenta, in effetti, una ebollizione sociale costante, continuata anche dopo la risposta alle “giornate di Luglio” e accresciuta con l’Affare Kornilov. Il punto è che la decisione dei bolscevichi di passare all’azione, certamente sotto la forte spinta di Lenin, non è basata solo ed unicamente su una posizione ideologica, ma sulla concreta situazione sociale che ha permesso a questo particolare partito di recuperare credito e dunque, ora, di porsi alla testa di un movimento di operai e di soldati sufficientemente vasto da dare senso all’azzardo del potere. Il Governo Provvisorio ha rapidamente perso la sua legittimità agli occhi delle fasce sociali artefici del Febbraio e le possibilità di una evoluzione democratico-borghese della Rivoluzione sono infime. Le alternative realistiche sono o una nuova fase rivoluzionaria improntata al socialismo (alla cui testa potrebbero mettersi tanto i bolscevichi, quanto i socialisti rivoluzionari), o una dittatura militare reazionaria che recuperi alcune forme di autoritarismo pre-rivoluzionario conciliandole con una forma repubblicana sotto il controllo dell’esercito.

In ottobre, l’ebollizione sociale raggiunge il culmine; a differenza di luglio, i tempi sembrano sufficientemente maturi per passare ai fatti con maggiori probabilità di successo. Trotsky è il principale pianificatore dell’insurrezione, che viene fissata nella stessa data del II Congresso panrusso dei soviet. Nella notte tra il 24 e il 25 ottobre, le truppe rivoluzionarie occupano tutti i punti nevralgici della città: le poste, la centrale telefonica, la stazione ferroviaria, la banca di Stato, i palazzi governativi e infine il Palazzo d’Inverno, sede del Governo provvisorio; i ministri sono arrestati, Kerenskij riesce a fuggire dopo aver opposto un ultimo tentativo di resistenza. Al mattino viene dichiarata la Repubblica dei Soviet. La rapidità e la coordinazione dei reparti bolscevichi rendono l’Ottobre una delle insurrezioni meno violente della storia, anche se di lì a poco gli eventi prenderanno una piega drammatica.

Il giorno dopo, 26 ottobre, i rivoluzionari mantengono le promesse dello slogan “pace con la Germania, terra ai contadini” tramite due decreti fondamentali, emanati dal neoeletto Consiglio dei commissari del popolo, le cui implicazioni sono però lontane dal risolvere del tutto la situazione. Il Decreto sulla pace, primo atto ufficiale del governo degli operai, dei soldati e dei contadini, contiene due appelli: uno alle potenze belligeranti e in particolare alla Germania per la cessazione delle ostilità e l’inizio delle trattative, senza annessioni né indennità territoriali ed economiche; un altro al proletariato dei paesi europei più avanzati, affinché si unisca alla Repubblica sovietica per affrancare il mondo dalla guerra e costruire insieme il futuro socialista. Sebbene in questo caso specifico non si parli di rivoluzione europea, il coinvolgimento del proletariato internazionale nel processo di pace ne può diventare il preludio, comunque superando la crisi nazionalista causa del fallimento della Seconda Internazionale; intanto, si gettano le basi per la controversa pace di Brest-Litovsk. Il successivo Mandato contadino sulla terra ratifica in via formale il processo già realizzato di fatto dai contadini dopo il Febbraio: abolizione dei diritti di proprietà fondiaria, confisca e redistribuzione degli appezzamenti secondo le misure stabilite dai soviet rurali, mantenimento dell’ordine pubblico durante il passaggio di regime. Nei successivi due anni, circa centocinquanta milioni di ettari saranno occupati e redistribuiti; questo processo di riforma radicale è in concreto un passaggio della terra dai grandi proprietari ai comitati contadini, ossia la formazione della piccola proprietà terriera che, nei dibattiti socialdemocratici degli anni precedenti, è posta all’origine della formazione della borghesia. I bolscevichi, in sostanza, accettano il rischio della transizione borghese, incanalandola però in un tentativo di conciliazione tra due mondi ancora in conflitto, la città e la campagna, gli operai e i contadini, entrambi rivoltosi, attivi e reciprocamente ostili.

Un pragmatismo che si rivela fondamentale nella difesa della rivoluzione, a maggior ragione se si tiene in conto l’attività delle organizzazioni operaie a partire dal mese di marzo, con l’intromissione dei comitati di fabbrica nei processi di produzione e le spinte per l’autogestione, fino alle rivendicazioni di ripartizione delle fabbriche come proprietà collettiva, in maniera analoga a quanto accade nelle campagne; ma anche questa tendenza, almeno in parte, si rivela in contraddizione con i piani per uno sviluppo industriale generale, che richiede accentramento e piani direzionali su larga scala, a opera di uno Stato-imprenditore i cui obiettivi pongono già un limite all’autogestione operaia. I decreti sulla giornata di otto ore e il controllo operaio, pur ratificando anche in questo caso processi già in atto, non risolvono le contraddizioni sorte da questa difformità di obiettivi tra governo e organizzazioni operaie, aumentando le tensioni tra nuovi scioperi e misure disciplinari in risposta. A questo stato di cose si aggiunge la decisione più che controversa di sciogliere l’Assemblea costituente, convocata già dal Governo Provvisorio per la fine di novembre e rinviata al gennaio del 1918: la netta predominanza di deputati eletti tra le fila dei socialisti rivoluzionari, che come si è visto è l’altro grande partito radicato nelle masse, spinge i bolscevichi a non accettare alcun compromesso, negando così la possibilità di dare un fondamento giuridico al nuovo Stato tramite l’equilibrio delle forze in campo. I bolscevichi ottengono infatti solo 175 su 707, mentre i socialisti rivoluzionari di varie tendenze ne ottengono oltre 400, il resto diviso tra rappresentanti di gruppi nazionali, cadetti e menscevichi (oramai realmente in minoranza).

In ogni caso, il tempo per le decisioni politiche pacifiche si esaurisce quasi subito. Il Trattato di Brest-Litovsk sancisce una pace con la Germania a condizioni durissime, che prevedono la cessione di vasti territori ricchi di risorse e il pagamento di sei milioni di marchi per risarcimento di guerra; nel frattempo, le forze controrivoluzionarie si riorganizzano nell’esercito dei “bianchi”, che aggrediscono da più punti il territorio sotto il diretto controllo dei bolscevichi (corrispondente grossomodo alla Russia europea). Generali quali Krasnov, Denikin, Vrangel, Judenič e Kolčak, riportano vittorie importanti contro i “rossi” grazie all’aiuto delle potenze straniere, che vedono nel bolscevismo un pericolo simile a un’epidemia di peste: il governo degli operai, dei soldati e dei contadini diventa un mito che alimenta le speranze nella rivoluzione europea e mondiale, le sue azioni scompaginano consolidate usanze diplomatiche con la pubblicazione di trattati segreti e ricusazioni di impegni presi dall’autocrazia zarista (o dal Governo Provvisorio), per cui è necessario distruggere un tale governo e insieme a esso le velleità insurrezionali dei lavoratori in Europa. La Russia diventa una vera e propria “fortezza assediata”, che difende la sua rivoluzione con due organizzazioni destinate a essere i pilastri del futuro potere sovietico: l’Armata Rossa, organizzata e diretta da Trotsky contro l’Armata Bianca, e la Čeka, la “Commissione straordinaria per la lotta alla controrivoluzione e al sabotaggio” diretta da F. Dzeržinskij per colpire il nemico interno.

 

NOTE

(1) Erano state tra i “punti caldi” della rivoluzione del 1905 e rappresentano una delle realtà operaie principali del Paese. Nel corso della Grande guerra promuovono almeno quarantadue scioperi, cui partecipano circa centosessantamila operai.

(2) Fino al 1918 la Russia utilizzò il calendario giuliano, indietro di tredici giorni rispetto a quello gregoriano; quindi il 23 febbraio corrisponde al 8 marzo. Per lo stesso motivo l’anniversario della “rivoluzione d’ottobre” cade il 7 novembre.

(3) Sulla natura dell’imperialismo, concetto nuovo diffusosi in quegli anni grazie agli studi di R. Hilferding, Lenin scrisse una delle sue opere più famose, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, nel 1916. La mutazione in corso del capitalismo da industriale a finanziario implica il passaggio dall’esportazione delle merci (caratteristica del vecchio capitalismo fondato sulla libera concorrenza) all’esportazione di capitali (nuovo capitalismo monopolistico), dovuta al fatto che nei paesi economicamente più avanzati il capitalismo ha raggiunto una maturità tale da non avere più spazi interni per espandersi. La ricerca di nuovi spazi per investimenti redditizi porta a rivolgere l’attenzione all’esterno, verso i paesi meno sviluppati, dividendo l’intera superficie terrestre fra i monopoli. Questa fase ultima ha come conseguenze la speculazione finanziaria, la conflittualità irrazionale tra ricerca del profitto e bisogni della popolazione, la guerra come strumento di conquista dei nuovi spazi.

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Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basta sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi. Vedi tutti gli articoli di GoatWolf

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