Considerazioni attuali, 3

Sommario

  1. Sul razzismo estivo
  2. Sulla qualità del razzismo in Brasile
  3. Sulle anatre “rosse” in un barile
  4. Sulle ultime novità dall’America Latina
  5. Di nuovo su Trump

1 – Sul razzismo estivo. Ogni giorno che passa e vedo nuove notizie di pestaggi, aggressioni e persino uccisioni di gente di colore (italiana o straniera, mussulmana o cattolica, di genere maschile o femminile, regolare o clandestina) in ogni parte d’Italia, ho sempre meno voglia di restare qui. Tutta questa violenza immotivata non è una “reazione” (a cosa, poi?), è uno sfogo di istinti bassissimi e irrazionali, moralmente sdoganato da un gruppo di delinquenti al vertice dello Stato. In quale fossa settica stiamo scivolando? L’educazione generazionale non ha fallito, è stata semplicemente eliminata. Sono disgustato e provo una vergogna mortale per il mio Paese.

2 – Sulla qualità del razzismo in Brasile. La mia esperienza in questa nazione, dove il razzismo è un problema endemico, mi ha mostrato un diverso modo di intendere il problema. In un certo senso, è un razzismo “fluido”: se i neri sono certamente discriminati e occupano le fasce più povere ed emarginate della popolazione, è anche vero che un nero ricco è trattato come un bianco, poiché più del colore della pelle conta il colore dei soldi [mmh, sarà che per una volta hanno ragione i capitalisti democratici? Che i soldi annullano le differenze?]. Allo stesso modo, un bianco povero è considerato spazzatura come i neri poveri. Questo però non vuol dire che un nero sia accettato in quanto nero; essere “nero” sembra dispregiativo di per sé, quindi un nero ricco, o amico dei bianchi, non è proprio “nero”, semmai è scuro, pardo, cafe-com-leite, o altre gradazioni più o meno esistenti, che non sono nero (insomma, berlusconianamente abbronzato). Se invece è un povero emarginato, per quanto chiara sia la sua pelle, resta sempre un preto (ossia “nero” inteso come colore, in portoghese) – e a proposito di linguaggio: al contrario che da noi, lì è il nome del colore a essere offensivo, perciò preto riferito a una persona è da razzisti, mentre negro è politicamente corretto. Molto usata anche la locuzione afro-brasileiro, sebbene alcuni movimenti per l’orgoglio nero parlino di raça negra, ossia di “razza”; non ho approfondito molto la questione, ma questo modo di usare il termine può essere inteso anche come “stirpe”, o “famiglia”, o più in generale a indicare un gruppo riconoscibile. Comunque sia, il Brasile è un altro esempio di come la diversità, senza l’educazione al rispetto e alla convivenza, non basta da sola a rendere più tollerante e aperta una società.

3 – Sulle anatre “rosse” in un barile. Il mio amico di destra, Roque, ne spara di continuo contro i “rossi”, e ha gioco facile, come sparare alle anatre in un barile. Una delle sue battute preferite è sottolineare il fatto che “non si vede mai nessuno fuggire dagli Stati Uniti per raggiungere Cuba“, oppure, specularmente, che “i venezuelani scappano in Brasile, i cubani negli USA, i coreani del nord nella Corea del Sud, ma tu continua pure a credere al tuo amichetto che ti dice che il socialismo è meraviglioso“. Certamente è una provocazione, ma solo fino a un certo punto. Se penso a tutti i tedeschi orientali che sono scappati in occidente, anche a costo della vita (specialmente a causa del Muro), non posso certo negare che una dittatura socialista sia innanzitutto una dittatura, con tutto quel che comporta. Ma il punto è la dittatura, non il socialismo, almeno non del tutto. Il socialismo si adatta benissimo ai contesti democratici. Ci sono differenze molto grandi tra una situazione e l’altra, non si può fare di tutta l’erba un fascio, attaccandosi alle apparenze più evidenti per negare anche ciò che va oltre. Sarebbe come dire “il sole sorge a est, dà una volta lungo tutto il cielo e tramonta a ovest, ma tu continua pure a credere alla teoria eliocentrica“. Suvvia. Il socialismo non è meraviglioso, ma tenta di recuperare quella giustizia che il capitalismo stronca. Nacque nel XIX secolo per questo. Le illusioni sulla bontà del capitalismo, sul fatto che funziona, si infrangono costantemente sulle sue stesse contraddizioni.

4 – Sulle ultime novità dall’America Latina. In ogni caso, tra un pazzo furioso come Maduro, un infido come Ortega e altre situazioni imbarazzanti (si pensi a Lula), mi rendo conto che è difficile trovare un buon terreno per difendere le sinistre radicali. Non che la stagione progressista latinoamericana appena conclusa non sia stata foriera anche di cose buone, ma se qualcuno riponeva in essa una speranza di rinascita internazionale, è stato deluso.

Prediamo il Venezuela: ha dato supporto a Chavez (nessuno scappò allora) e ha potuto rompere con una tradizione classista antica e brutale, ma è un altro esempio di populismo messianico che del materialismo socialista non ha tracce; ha basato tutto sulla nazionalizzazione di risorse che per secoli sono state sottratte al paese, senza però andare oltre una effimera redistribuzione assistenzialista della ricchezza, pronta ad avvitarsi su se stessa in assenza di economia reale. A me, Chavez non è mai piaciuto molto, volendo essere il nuovo Fidel Castro senza averne la storia e la statura politica; ma riconosco che come líder, nonostante un linguaggio da populista, riferimenti mistici e una buona dose di censura, ha dato un momento di “respiro” alle classi povere del paese. Ora però c’è Maduro, che è un folle (dice di parlare con lo spirito di Chavez attraverso un uccellino) e, non avendo il supporto del predecessore, se lo è costruito a forza di repressioni. Una marea di gente sta scappando, lasciando il Venezuela senza professionisti e mano d’opera, riversandosi nei paesi vicini. L’economia è al collasso, l’inflazione a livelli inimmaginabili, cibo e medicinali non esistono quasi più. L’opposizione lotta in strada e chiede aiuto per difendere la libertà e la democrazia. E tutto questo è oro puro per gli anticomunisti. Grazie, Nicolas.

E il Nicaragua? Come proteste e repressioni sta andando sulla stessa linea, ma ancora non è a quel livello. Ortega, che in teoria sarebbe una specie di eroe nazionale, essendo stato uno dei fautori della rivoluzione sandinista contro Somoza e primo presidente del Nicaragua liberato, ha passato vent’anni all’opposizione e, stanco, ha deciso di allearsi con liberisti e conservatori per tornare in auge. Del sandinismo è rimasto solo l’orpello del FSLN, che sembra giocare con la simbologia comunista più che viverla, e intanto Ortega sta facendo quello per cui Somoza fu cacciato via (nepotismo, corruzione, censura, repressione, sfruttamento). Altri già lo chiamano dittatore. Grazie anche a te, Daniel.

Infine, leggete questo vecchio articolo su Evo Morales (del 2016). Io la penso pure così. Da tempo ormai vedo le sinistre latinoamericane darsi la zappa sui piedi, tra veri e propri scandali e scivoloni di immagine come questo. So che sono fasi, che nulla resta puro quando è al potere ecc. ecc., ma dopo l’orrore delle dittature militari foraggiate dagli USA e le lotte per la democrazia e il socialismo pagate col sangue e la tortura, assistere alla corruzione e all’ “impagliaccimento” di leader e seguaci (non più di compagni, non più di collettivo politico) mi fa incazzare.

5 – Di nuovo su Trump. Ancora non riesco a credere che sia presidente. Un populista puro, in cui l’americano medio si rispecchia, anche grazie al contatto diretto garantito da Twitter – e addio alle mediazioni di apparato e di informazione. Qualunque verità scomoda diventa una fake news. Ora i giornalisti sono addirittura diventati “nemici del popolo” (per essere un anticomunista, deve apprezzare molto Stalin). Come fanno a sopportarlo, se con tutti gli altri una minima battuta fuori posto è motivo di dimissioni? Un suo amico, un italo-americano imprenditore di cui non ricordo il nome, ha detto a SkyTG24 che lui non va agli incontri internazionali come un diplomatico, che non sa farsi rispettare, bensì come un New York businessman, che pensa a portare a casa risultati. Direi che è proprio questo il problema. Trump sta entrando in guerra commerciale con mezzo mondo. Sta riportando confusione dove finalmente si era trovata un po’ di pace, come nei rapporti con l’Iran. Sta persino resuscitando le “guerre stellari” di Reagan. Una passione per gli anni Ottanta, sembrerebbe. E la risposta di Schwarzenegger, suo collega di partito, sulla questione energetica, è fantastica:

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Informazioni su GoatWolf

Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basti sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi. Vedi tutti gli articoli di GoatWolf

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