Lo sviluppo del marxismo in Russia tra XIX e XX secolo

Riprendiamo il percorso storico e teorico iniziato con gli appunti su “Populismo e rivoluzione in Russia“, ricostruendo per quanto possibile la diffusione del marxismo nella Russia zarista, il suo sviluppo e le battaglie ideologiche dei gruppi che a esso si sono ispirati. Il periodo preso in considerazione va grossomodo dal 1872 al 1909.

La crisi del populismo, tanto sul piano pratico quanto su quello teorico, lascia un vuoto politico negli ambienti intellettuali della società russa. Tuttavia si creano nuove possibilità di elaborazione ideale; il dibattito politico-filosofico si arricchisce della ricerca di categorie concettuali più adatte all’interpretazione della realtà del Paese, alle prese con la nascita di forme di produzione capitalistiche, che favoriscono l’interesse per i frutti più “estremi” della critica hegeliana, ovvero le teorie economiche e filosofiche di Karl Marx e Friedrich Engels. La diffusione del marxismo in Russia viene spinta dalla traduzione del primo libro de Il Capitale nel 1872, a opera di alcuni ex-populisti che nel corso degli anni Ottanta costituiscono a Ginevra la prima associazione russa dichiaratamente marxista, “Emancipazione del lavoro”, di cui fanno parte Vera Zasulič e Georgij Plechanov. Questi è il primo ad accettare l’idea di una fase di sviluppo capitalistico come fase di transizione verso il socialismo, avversata invece da gran parte dei populisti, scrivendo una serie di opere che contribuiranno alla base teorica della socialdemocrazia russa.(1)

L’associazione, critica nei confronti del populismo e interessata a diffondere il socialismo scientifico, fonda una collana editoriale dedicata alla pubblicazione e alla diffusione in Russia delle traduzioni di tutte le opere di Engels e Marx allora disponibili; questa iniziativa riesce in effetti a emarginare le idee populiste e a porre le basi per la fondazione di un partito socialdemocratico vero e proprio.

Il successo del marxismo si innesta sul fallimento del populismo come teoria sociale, fornendo dal canto suo le ragioni scientifiche per continuare a credere, idealisticamente, nella possibilità del cambiamento. La stretta correlazione tra teoria e prassi è uno degli elementi che avvicinano l’analisi marxista al pensiero filosofico russo: la palingenesi dell’umanità passa per la riforma profonda delle condizioni sociali, ovvero la natura ideale dell’autorealizzazione è dominata dai problemi reali della materialità quotidiana; dunque, comprendere le leggi oggettive delle dinamiche sociali, che provocano storture e ingiustizie, apre la strada alla soluzione dei problemi tanto materiali quanto morali dell’umanità.

La stessa nascente borghesia trova nelle tesi di Marx sullo sviluppo storico-economico delle società la propria vocazione palingenetica, ritenendosi la forza trainante che fa uscire l’Impero dal feudalesimo per portarlo, attraverso lo sviluppo di se stessa, verso il socialismo. In un certo senso, il populismo ha propugnato una fede nella trasformazione, mentre il marxismo ne offre la “certezza” scientifica. Inoltre, il populismo rivoluzionario aveva visto minate alla base alcune concezioni ideali di fondamentale importanza: il popolo contadino si era rivelato molto più vicino allo zarismo e al suo sistema arcaico, anziché alle istanze progressiste dell’intelligencija; di conseguenza, realizzare il socialismo senza passare per la fase capitalistico-borghese, intesa come fase di maturazione sociale preparatoria, diventava impensabile.

Questo sviluppo capitalistico di fine secolo, conseguente all’abolizione del sistema feudale, non è comparabile con quello europeo e americano, ma dal punto di vista russo è impressionante. Quanto più ci si avvicina al Novecento e alla Grande guerra, tanto più i ritmi di sviluppo dell’industria, del capitale di base e del prodotto interno lordo crescono vertiginosamente; il mercato interno inizia ad espandersi sia per i mezzi di produzione che per i beni di consumo, mentre aumentano anche i depositi nelle Casse di risparmio; la Siberia diventa la nuova frontiera, popolandosi di agricoltori e lavoratori che accrescono ulteriormente la produzione e l’esportazione di prodotti e materie prime. Anche i trasporti, in particolare le ferrovie, aumentano il chilometraggio nell’ordine di decine di migliaia. La Russia, insomma, affronta un periodo tutt’altro che sonnolento per entrare nella modernità. Proprio per questo, la solidità dell’autocrazia continua a frustrare ogni tentativo di riforma, aumentando la pressione di antagonismi sociali sempre più acuti, «e l’esperienza della storia insegna che, quando le trasformazioni sono mature e il potere non risulta in grado di realizzarle, o la società comincia a marcire, o comincia la rivoluzione» (Gorbaciov).

La complessità del movimento marxista in Russia si evolve altrettanto velocemente. I marxisti legali, guidati da Struve e annoverante, tra gli altri, Bulgakov,  Berdjaev e Frank, sono il primo gruppo a vedersi riconosciuto dalla censura il permesso di diffondere legalmente le proprie idee: sono loro a ritenere la borghesia come la vera forza progressista nel contesto semifeudale che caratterizza l’Impero russo, insistendo perciò sulla necessità del capitalismo fino a ritenere sufficiente l’approdo alla fase democratica riformista, attraverso cui realizzare gradualmente la via al socialismo. In questo modo, il capitalismo perde la sua natura di sistema basato sullo sfruttamento per diventare un obiettivo fine a se stesso, di cui il socialismo scientifico rappresenta il massimo sviluppo e perfezionamento. Le istanze rivoluzionarie sono pertanto abbandonate, la minaccia da queste paventata scompare, e ciò spiega la tolleranza delle autorità nei loro confronti.(2)

Un altro gruppo è quello degli economicisti di Kuskova e Prokopovič, i quali operano una forte riduzione del marxismo a determinismo economico, ritenendo ogni espressione e azione umana un semplice frutto della base economica della società; lo stesso socialismo è un’evoluzione naturale dell’economia, perciò non può essere realizzato dall’azione di una classe o di un partito, in quanto il vero soggetto storico creativo è l’economia stessa. Il compito del proletariato si risolve piuttosto in un’azione rivendicativa dei diritti derivanti dallo sviluppo economico, e dei loro interessi immediati. Questa rigida posizione determinista, avversata dagli altri marxisti russi, contribuisce a escludere gli economicisti dalla scena politica all’inizio del Novecento, anticipando le critiche all’indirizzo simile intrapreso dalla Seconda Internazionale.(3)

I marxisti rivoluzionari sono invece costretti alla clandestinità. Tra loro, il pensatore più importante a cavallo dei due secoli è Plechanov, autore di scritti politico-filosofici fondamentali per il marxismo russo. Il suo primo contributo è la traduzione della seconda edizione del Manifesto del partito comunista (1882), di cui Marx apprezza la fedeltà all’originale tedesco, contrariamente alla prima edizione tradotta da Bakunin e “tradita” con una terminologia anarchica estranea al contenuto. In seguito, Plechanov continua la collaborazione con Engels e Kautsky, a partire dalle traduzioni di cui si è detto, per poi condurre studi approfonditi sul materialismo storico e la situazione sociale della Russia: tra le sue opere più importanti nello sviluppo del marxismo vanno ricordate Il socialismo e la lotta politica, del 1883 (ritenuto da Lenin l’equivalente russo del Manifesto), e Sul problema dello sviluppo della concezione monistica della storia del 1895, in cui pone la concezione materialistica della storia in contrapposizione alle idee populiste.

L’autorevolezza filosofica che acquista alla fine dell’Ottocento lo fa assurgere a “padre del marxismo russo” e viene considerato un maestro da molti giovani rivoluzionari, tra i quali Martov e Lenin, rispettivamente futuri capi delle fazioni menscevica e bolscevica del POSDR. La linea di interpretazione di Plechanov viene definita come “marxismo ortodosso”, sia per la contrapposizione netta al riformismo di Eduard Bernstein, sia per i caratteri che assume sul piano teorico: il pensiero marxista, in special modo sulla scia delle opere dell’ultimo Engels, comprende in sé le leggi materialiste dialettiche su cui si fondano la realtà naturale e la sfera sociale, quindi anche discipline filosofiche come l’etica, la logica, e via dicendo. In tal modo, non è solo un metodo bensì un sistema, una concezione teorico-pratica della rivoluzione, della società umana e del loro sviluppo storico e naturale. Plechanov difende perciò il marxismo da riduzioni e deviazioni, tentando di recuperarne la dimensione filosofica di matrice hegeliana; per questo si batte contro i marxisti legali accusandoli di propagandare le idee di Bernstein, e scrive un pamphlet contro il rigido determinismo degli economicisti. 

La fondazione del Partito Operario Socialdemocratico Russo, nel 1898 a Minsk in condizioni di semiclandestinità, segna il primo passo verso la nuova politica rivoluzionaria in Russia. Scopo principale è riunire tutte le organizzazioni socialiste di vario orientamento nell’Impero. La critica al populismo e alle sue premesse teoriche sull’eccezionalità della situazione russa vengono definitivamente sancite con l’adozione del marxismo come concezione teorico-pratica della rivoluzione; si riconosce però anche una continuità con lo spirito rivoluzionario, in particolare con l’esperienza di Narodnaja volja. Rottura e continuità, dunque, che non si limitano a un’affermazione di principio: Lenin  riprende diverse questioni poste dal giacobinismo dell’organizzazione nei suoi scritti, e tornerà anche in anni successivi sul populismo e sui rapporti tra i grandi movimenti rivoluzionari russi, riconoscendo il valore delle sofferenze e delle lotte ottocentesche come prodromo alla rivoluzione proletaria.

Dopo il primo Congresso del POSDR sorge un giornale clandestino, l’Iskra (“Scintilla”), cui collaborano Lenin, Martov, Plechanov, Zasulič e Struve, tra gli altri. Nel primo numero sono presenti l’articolo di Lenin I compiti urgenti del nostro movimento e quello di Martov I nuovi amici del proletariato russo, in cui entrambi sottolineano la necessità dell’unione tra lotta economica e lotta politica: le agitazioni del frammentato movimento operaio erano principalmente lotte economiche, su salari e trattamenti sul lavoro; in polemica con gli economicisti, che prospettavano una alleanza del proletariato con i liberali per ottenere appunto benefici economici, Martov e Lenin sostengono che senza l’unità fra il movimento operaio e la socialdemocrazia, ossia senza la direzione politica coerente delle lotte, questo rischia di arenarsi in una posizione passiva, finendo col diventare un’appendice della borghesia e farne il gioco.

Bolscevismo e menscevismo – Al II Congresso del POSDR, però, le differenze tra i due iskristi sull’organizzazione del partito provocano la scissione in due correnti che presto diventeranno inconciliabili: i bolscevichi e i menscevichi. Il Partito, riunito tra Londra e Bruxelles nel 1903, riunisce molti gruppi di diverso orientamento, che concordano sui punti fondamentali di un Programma pensato per conciliare le posizioni moderate e radicali. Articolato in due parti, nella prima pone gli obiettivi a lungo termine e quindi la prospettiva storica e teorica del partito, cioè il superamento del capitalismo, l’instaurazione della dittatura del proletariato e la costruzione del socialismo (programma “massimo”); nella seconda pone invece gli obiettivi immediati di azione politica: eliminazione dell’autocrazia e istituzione della repubblica, diritti civili e politici per tutti secondo il modello costituzionale, diritti sociali per operai e contadini come la giornata lavorativa di otto ore, una nuova riforma agraria per il superamento definitivo del feudalesimo, ecc (programma “minimo”). Questo programma viene votato quasi all’unanimità.

Sullo Statuto, invece, le discussioni si accendono proprio tra gli iskristi, perché l’organizzazione del partito è il punto su cui si scontrano due concezioni dalle conseguenze decisamente diverse. Per Martov, i membri del partito dovevano potersi esprimere in modo autonomo rispetto ai dirigenti centrali, mentre per Lenin era necessaria l’unità d’azione del partito, secondo il metodo che diverrà poi noto come centralismo democratico. Le definizioni proposte per l’articolo 1 differivano di poco sul piano semantico, ma nella sostanza erano il mezzo di affermazione della linea organizzativa principale di entrambe le fazioni: quella di Lenin richiedeva ai membri la partecipazione attiva ad una delle organizzazioni del partito; quella di Martov accettava la presenza di tutti coloro che, sotto la direzione del partito, collaborassero con una delle sue organizzazioni (anche senza farne parte direttamente).

La votazione dà la vittoria a Martov, ma nelle sedute successive Lenin ottiene i voti sul controllo del comitato di redazione dell’Iskra e sulla composizione degli organi centrali del partito; nonostante la sconfitta sulle regole, Lenin approfitta del momento favorevole per chiamare la sua azione bolševiki, ossia “maggioritari”, mentre quella di Martov (e di Plechanov, che si schiera con lui) accetta di chiamarsi menševiki, cioè “minoritari”.

Il dissenso sulle regole e i requisiti dei membri del partito va molto oltre una battaglia congressuale. Lenin ha espresso chiaramente le sue idee sull’organizzazione nel famoso scritto del 1902 Che fare?, in cui si prospetta la figura del rivoluzionario di professione, organizzato in un partito centralizzato e disciplinato, con pochi membri totalmente dediti al lavoro politico, in grado di mettersi alla testa del movimento operaio come avanguardia del proletariatoMartov e i menscevichi accusano i loro avversari di voler così trasformare quello che dovrebbe essere un partito di massa in un’organizzazione giacobina; l’idea di “avanguardia” alla testa del proletariato tradisce inoltre l’idea autenticamente marxiana della presa di coscienza della classe lavoratrice e della sua maturazione verso il cammino rivoluzionario. L’impostazione menscevica riprende una idea evoluzionista del materialismo storico, guardando cioè all’evoluzione sociale per tappe indicata da Marx ed Engels, per cui nella Russia ancora semifeudale c’è bisogno di una rivoluzione condotta dalla borghesia che, secondo i menscevichi, va aiutata nel suo compito storico, sostenuta perché possa avviare la modernizzazione capitalistica propedeutica al socialismo, alla formazione di una vera classe operaia cosciente e preparata, alla istituzione di una repubblica liberale come in Occidente.

La socialdemocrazia ha un ruolo di rappresentanza delle istanze economiche del proletariato in un quadro liberale, arrivando ad abbassare il tenore politico delle sue azioni in favore dello sviluppo di una politica democratico-borghese. Le lotte economiche di cui la socialdemocrazia si farebbe carico, nelle intenzioni di Martov, renderebbero il partito aperto a tutti gli operai di qualsiasi orientamento, attivi o in sciopero, quindi un partito largo, di massa. Dunque, la rivoluzione socialista del programma “massimo” viene sospesa a tempo indefinito, mentre il programma “minimo” assume il ruolo centrale nell’alleanza stabile con i liberali per una rivoluzione democratica.

Questo evoluzionismo sociale viene criticato e rigettato totalmente dall’analisi di Lenin, il quale sostiene nello scritto Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica, del 1905, che i compiti e gli obiettivi della fase preliminare della rivoluzione socialista hanno certamente un carattere democratico-borghese, ma la realtà della borghesia russa non lascia spazio a illusioni sul fatto che possa farsi guidare verso il socialismo. L’acquisizione dei diritti tramite una rivoluzione democratica spingerebbe semmai alla conservazione del sistema liberale, con la consapevolezza, ottenuta proprio grazie al marxismo, che il periodo di egemonia borghese verrebbe presto o tardi superato in favore del socialismo. Pertanto la borghesia russa si trasformerebbe in una forza controrivoluzionaria, pronta a sfruttare il terreno democratico per giungere a un compromesso con l’autocrazia zarista, anziché rovesciarla, trovando il modo di attuare una modernizzazione controllata dall’alto e in opposizione alle rivendicazioni di carattere socialista del proletariato. Il progetto di una rivoluzione democratica propedeutica a quella socialista, insomma, può essere realizzato in Russia solo da una forza che abbia come obiettivo concreto il socialismo stesso, agendo così da garante per un processo unico e continuo; questa forza è il Partito Socialdemocratico che, in quanto avanguardia del proletariato, aiuta quest’ultimo a realizzare una rivoluzione democratica contro la borghesia, anziché con essa.

Il problema fondamentale è che la Russia non è però pronta per una rivoluzione socialista. Il cammino verso il socialismo comporta una trasformazione democratico-borghese sul piano politico, cui però non corrisponde la trasformazione economica; il processo unico dell’analisi leniniana è rischioso, in quanto nel paese non ci sono i mezzi di produzione sufficientemente sviluppati per consolidare la futura società socialista. Per questo è indispensabile che la rivoluzione non si risolva soltanto in Russia, ma che si diffonda al livello internazionale, soprattutto nei paesi di capitalismo avanzato dove la classe lavoratrice è già cosciente e predisposta al socialismo. Sebbene ai primi del Novecento il marxismo sia in ribasso nella cultura politica europea, soprattutto tedesca, lasciando spazio al revisionismo riformista, i bolscevichi sono convinti che il successo di una rivoluzione socialista nel loro paese possa risvegliare lo spirito di rivolta delle masse sfruttate, facendo scoppiare la rivoluzione in Europa. In questo modo, il proletariato russo ancora impreparato riceverebbe l’aiuto dal proletariato internazionale per costruire il socialismo.

La rivoluzione del 1905 – La situazione socio-politica russa, all’inizio del Novecento, è tutt’altro che tranquilla. I processi di modernizzazione e lo sviluppo capitalistico in atto nell’economia e nelle forme sociali, non trovando sbocchi nella possibilità di riforme, aumentano la pressione e lo scontro con lo zarismo, sfociando in nuove agitazioni nelle campagne e nelle città e ridando persino vita alle pratiche terroristiche dei socialisti rivoluzionari.

L’incapacità dell’autocrazia di comprende la realtà del proprio paese raggiunge il culmine nel gennaio del 1905: a seguito di uno sciopero generale cui aderiscono oltre duecentocinquantamila operai, il sindacato autorizzato “Unione dei lavoratori di fabbrica” organizza una marcia a Pietroburgo per portare una petizione allo Zar Nicola II chiedendo la concessione di riforme politiche ed economiche. Il Ministero dell’Interno non ha autorizzato la manifestazione, quindi l’esercito imperiale apre il fuoco e reprime con brutalità una manifestazione pacifica, scandita da inni sacri e icone religiose, lasciando a terra centinaia di morti e migliaia di feriti. La reazione a questa violenza inaudita è una sollevazione generale, cui si accompagna la nascita di sindacati autonomi, partiti politici ben definiti e la creazione di una nuova forma di democrazia assembleare di base, il soviet (“consiglio”), un organismo rassomigliante al mir delle comunità rurali, in cui operai e in seguito anche soldati si riuniscono per discutere delle azioni da intraprendere.

Con l’espandersi dei disordini in tutto il territorio dell’Impero, Nicola II concede la creazione della Duma, una camera di rappresentanti di varia estrazione, e fa redigere un manifesto in cui concede alcuni diritti civili fondamentali, senza per questo lasciare spazio ad alcun discorso costituzionale. Il soviet di Pietroburgo diventa presto una sorta di parlamento “parallelo”, mentre anche in altre città i comitati di sciopero si trasformano in soviet che prendono in carico le funzioni pubbliche. I tentativi di cooperazione tra città e campagna però non riescono e il fronte rurale cede, in quanto meno organizzato; le truppe imperiali, una volta pacificate le campagne, riescono a schiacciare le resistenze militari nelle città. Ripreso il controllo, il regime restaura molte forme del vecchio potere, ridimensiona la Duma affiancandole un Consiglio di Stato dominato dallo Zar, ma in qualche modo l’autocrazia è costretta a cedere sul parlamentarismo, varando una “legge fondamentale” nell’aprile del 1906.

Nel decennio successivo a questa prima rivoluzione russa del Novecento, i partiti politici assumono caratteri moderni nell’organizzazione e nel funzionamento; il POSDR, da cui erano già usciti diversi gruppi in rotta con gli iskristi, continua a essere scisso nelle due fazioni di Lenin e Martov, aggravando le cose in occasione del III Congresso, cui partecipano i soli bolscevichi, che modificano l’art. 1 dello Statuto nella versione di Lenin, mentre i menscevichi rifiutano gli inviti per protesta, organizzando una Conferenza separata. Tra il V Congresso e le varie Conferenze, il dissidio diventa insanabile e dal 1912 le due fazioni operano come partiti distinti.

Le altre anime del bolscevismo – Anche all’interno del bolscevismo diverse correnti si formano con intenti e visioni diverse, le più importanti delle quali sono l’empiriomonismo di Aleksandr Bogdanov e la “costruzione di Dio” afferente al gruppo di Maksim Gorkij. Le due visioni arrivano a collimare nell’esperienza della Scuola di Capri e l’affascinante tentativo di creare una cultura completamente proletaria che unisca la spiritualità religiosa, rivista in chiave terrena, con la coscienza critica del socialismo, in alternativa alla cultura borghese e alle idee di Lenin.

Dopo il fallimento della rivoluzione del 1905 e il successivo periodo reazionario che costringe alla fuga o alla prigione molti rivoluzionari, le dispute sulle tattiche e le strategie da adottare in vista di una nuova rivoluzione dividono i bolscevichi in due ali: Bogdanov è a capo dell’ala sinistra, radicale, e argomenta che nel proletariato non possono far breccia le astratte formule marxiste, esso deve prendere coscienza di ciò per cui vale la pena lottare attraverso una visionarietà ideale, che restituisca il senso della rivoluzione, la conquista dell’utopia, la formazione dell’uomo nuovo, un futuro migliore della miseria presente; questo, più che discorsi e formule economiche, può riaccendere la scintilla del fervore rivoluzionario. La produzione filosofica di Bogdanov approfondisce la distanza ideologica dalle posizioni di Lenin, tramite la reinterpretazione del marxismo alla luce dell’empiriocriticismo sviluppato da Mach e Avenarius. La teoria della conoscenza empiriocriticista è compatibile con il marxismo, sostiene Bogdanov, in quanto riconcilia il materialismo con l’idealismo, avendo annullato sul piano della conoscenza la distinzione tra fenomeno fisico e fenomeno psichico, ritenuta una falsificazione dell’esperienza, laddove tra individuo e ambiente non vi è separazione reale.

L’unione di marxismo ed empiriocriticismo, cui dà il nome di empiriomonismo, si fonda sul concetto di esperienza come principio cardine della realtà: per Bogdanov l’esperienza esiste come frutto del lavoro con cui l’individuo si adatta all’ambiente; il mondo dei fenomeni diviene allora il frutto del lavoro sociale di trasformazione della natura in base alle necessità e alla soddisfazione degli interessi dell’umanità. L’esperienza socialmente organizzata corrisponde alla dimensione fisica, quella individualmente organizzata alla dimensione psichica, e il lavoro sulla natura è il momento in cui le due esperienze si rivelano unite. Quando si verifica uno scarto tra le due dimensioni, ossia la falsa percezione che queste siano separate, l’espressione sociale di questo scarto è la divisione in classi; l’identità delle due dimensioni è invece espressa nel collettivo, che diventa così il principio alla base del proletariato. Esso rende possibile la riorganizzazione dell’esperienza sociale per la soddisfazione degli interessi dell’umanità, arrivando a eliminare i limiti imposti all’uomo dalla natura. Il compito della filosofia, in questo sistema, è di creare una scienza dell’organizzazione dei processi di produzione e socializzazione, intesi come processi universali. La rivoluzione politica, a questo punto, si rivela inadeguata e insufficiente a raggiungere questo risultato, che ha invece la necessità di una costante crescita culturale, nello specifico di una cultura proletaria originale.

Uno dei sostenitori più entusiasti delle prospettive aperte da questo sistema filosofico è Gorkij, il quale fa parte di un gruppo di marxisti, i bogostroiteli, ossia i “costruttori di Dio”, comprendente tra gli altri Lunačarskij e Bazarov, interessati a una particolarissima forma di commistione tra socialismo e religione. Riprendono l’idea di Feuerbach secondo cui l’uomo ha alienato da sé l’essenza della propria natura per proiettarla in una realtà trascendente cui dare il nome di Dio, e su questa idea elaborano una sorta di ateismo religioso, intriso della suggestione nietzschiana sulla trasvalutazione di tutti i valori che però trova l’energia vitale necessaria nella collettività in lotta per una nuova umanità solidale, piuttosto che in una individualità ribelle e anticonformista. Nel suo racconto Confessione, Gorkij descrive i “costruttori di Dio” come coloro i quali costruiscono un nuovo concetto di Dio, fatto di ragione e bellezza, che esiste nell’uomo e non al di fuori di esso, in opposizione a chi, bramoso di dominio, usa l’idea di un Dio esterno all’uomo per soggiogare il mondo. Questi costruttori sono i lavoratori, che creano Dio dalla potenza del collettivo e lo aiutano a prendere coscienza della lotta per la divina costruzione universale; altre scene del racconto rendono metaforicamente l’idea della possibilità di compiere miracoli attraverso la fede ardente nelle proprie capacità, perché un popolo unito in un comune sentimento di amore e di giustizia rigenera se stesso nella forma di Dio.

I “costruttori di Dio” e Bogdanov si incontrano idealmente e personalmente nell’esperienza della Scuola di Capri, allorché Gorkij, in un periodo di cure sull’isola italiana durante il 1909, ha l’idea di fondare una scuola di partito con cui promuovere lo sviluppo della cultura proletaria attraverso lo studio delle arti, della filosofia e della spiritualità. Invita sia Bogdanov che Lenin a farne parte, riuscendo a farli incontrare in un’occasione che segnerà le sorti della rivoluzione russa: le discussioni ideologiche tra i due capi bolscevichi si svolgono nel corso di una serie di partite a scacchi nella villa di Gorkij, assurgendo a partita simbolica tra due concezioni del bolscevismo che si attestano ben presto come del tutto opposte. Bogdanov e i “costruttori di Dio” costituiscono la sinistra del partito, sono radicali sul piano ideologico rispetto al pragmatismo leniniano, e ritengono le loro posizioni filosofiche meglio rispondenti alle esigenze dell’attivismo rivoluzionario; riescono infatti a far convivere il fervore fideistico delle visioni puramente ideali con la più rigorosa organizzazione, di cui la Scuola di Capri è il perfetto esempio.

Lenin, dal canto suo, rigetta la possibilità di conciliare il marxismo con la religione e contro la filosofia di Bogdanov (e i bogostroiteli) scrive Materialismo ed empiriocriticismo, in cui lo accusa di introdurre elementi indebiti dell’idealismo nelle concezioni del materialismo dialettico. Sostiene che la teoria marxiana della conoscenza si basa sul principio del rispecchiamento, per cui le percezioni e le rappresentazioni sono immagini di fenomeni la cui esistenza è indipendente dalla coscienza e dal pensiero. Sebbene in questa critica Lenin decurti almeno in parte il marxismo dei suoi stessi elementi dialettici (correggerà poi la sua interpretazione nei Quaderni filosofici), il risultato politico è di convincere il partito bolscevico ad espellere Bogdanov. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre, Bogdanov e il gruppo di Gorkij tornano a occuparsi della cultura proletaria fondando il Proletkult, l’organizzazione artistica e letteraria volta a creare una psicologia collettivistica contrapposta all’individualismo borghese.

NOTE

(1) Marx per primo rimase stupito dell’attenzione al suo lavoro in Russia, un paese che aveva sempre avversato come baluardo della reazione in Europa. La traduzione in lingua russa del Capitale avveniva a meno di cinque anni dall’edizione originale tedesca e precedeva di quindici anni quella inglese. Tuttavia non sopravvalutò la cosa, ritenendola più il frutto di curiosità tra i giovani intellettuali, sempre pronti a interessarsi verso quanto arrivava dall’Europa.

(2) In seguito, dopo un’iniziale alleanza con i marxisti rivoluzionari di Plechanov e la partecipazione alla fondazione del POSDR, il gruppo si sposterà su posizioni sempre più riformiste e liberali, rinunciando al materialismo storico come principio filosofico (giudicato estraneo alla capacità creatrice dell’uomo) e recuperando elementi idealistici, etici e morali di stampo religioso. Dopo lo scioglimento ufficiale del gruppo, alcuni svolteranno verso il liberalismo e l’anticomunismo, altri svilupperanno i temi della religione e della spiritualità russa nel primo ventennio del Novecento.

(3) In effetti il revisionismo marxista si sviluppa nella Seconda Internazionale attraverso varie correnti, da quella prettamente riformista di Bernstein, che abbandona i concetti di rivoluzione e dittatura del proletariato in favore di una politica di riforma costante della società borghese, a quella positivista di Kautsky, il quale assume la prospettiva delle scienze naturali e giunge a una visione fatalistica della storia, il cui esito inevitabile è il passaggio dal capitalismo al comunismo a causa delle contraddizioni interne alla struttura economica.

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Informazioni su GoatWolf

Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basta sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi. Vedi tutti gli articoli di GoatWolf

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