Stare in chiesa e pensare di salvarsi

The_Cathedral

In queste ultime settimane sono tornato in chiesa dopo decenni. Non per mio desiderio, ma per fare compagnia ad alcune persone con le quali, dopo la funzione, vado a pranzo. Ieri è stata la terza domenica passata a sentire i canti, le preghiere e le omelie, guardando tutte quelle persone così partecipi e speranzose invocare Dio e la sua gloria. Questo mi ha fatto riflettere di nuovo su alcuni aspetti della religione e della spiritualità su cui non mi soffermavo da tempo.

Più o meno l’iter è stato finora lo stesso. Superati i primi venti minuti di noia e incredulità per il successo che ancora oggi ottiene la religione organizzata, comincio a guardarmi intorno con più attenzione, tralasciando le decorazioni che ormai conosco a memoria e concentrandomi sui volti e gli atteggiamenti dei fedeli. Alcuni sono pieni di speranza e sembrano sinceri nella loro adorazione, hanno un sorriso accennato e gli occhi luminosi; altri sono “abituati” e stanno tra i banchi come se assistessero a uno spettacolo, ben inseriti nel loro ruolo; altri ancora sono lì per dovere, perché si fa, volenti o nolenti, per salvaguardarsi agli occhi di Dio e poter mostrare a tutti che sono dei buoni cristiani. Ci sono gli “assistenti” del prete, che nella chiesa dove vado non solo solo i chierichetti, ma anche un gruppo di fedeli che si occupa di tutto ciò che serve, dal suonare campanelli a pregare insieme al sacerdote, al distribuire le ostie e raccogliere le offerte (devo aggiungere che si tratta della chiesa più grande e importante della città, sempre affollata). C’è il coro, che canta ogni due per tre e riempie i tempi di attesa con sottofondo di musiche sacre. E poi c’è il prete, che recita le formule di rito, ripete i gesti che scandiscono la messa e pronuncia l’omelia, il sermone, che si rivela l’unica parte “creativa”, riflessiva se si vuole, della funzione. Una riflessione sui brani delle Scritture letti durante il rito, la cui profondità dipende dal prete stesso (finora, niente di eccezionale).

Una cosa che mi ha colpito è come la funzione sia gradualmente cambiata nel corso degli anni, fino a diventare sul serio uno spettacolo: quando ero bambino, la chiesa era un luogo di silenzio, la messa era monotona, le luci erano basse e si respirava un’atmosfera, come dire, “contrita”, quasi sofferta. Ora si canta, si suona mentre si aspetta che la fila per la comunione si esaurisca, si cantano persino alcune parti che prima erano recitate, c’è luce ovunque e un sacco di gente va avanti e indietro, fatta eccezione per il momento della consacrazione dell’ostia e del vino.

E qui mi riscopro conservatore, come il personaggio del professore in Un sacco bello. Pur essendo di fondo un anticlericale, io penso che la chiesa sia un luogo di raccoglimento, dove rifugiarsi per riflettere sulla propria interiorità spirituale. Al di là di come la si intenda, la religione è anche questo specchio di se stessi, in cui riconoscere le proprie mancanze e prendere coscienza del proprio comportamento. Credo perciò che questo tipo di attività abbia bisogno di silenzio e di penombra; la recitazione monotona, indipendentemente dal suo contenuto, aiuta a entrare in uno stato di concentrazione utile allo scopo (come un mantra privo di significato). Fare della messa una festa, per quanto gioiosa possa essere parlando della gloria divina, che non dovrebbe essere qualcosa di lugubre per definizione, secondo me fallisce invece nella missione principale, l’introspezione. Guarda caso, l’unica parte che in queste domeniche mi dà meno fastidio è la recitazione del Credo, che è appunto monotona e priva di musica.

Scendendo nel prosaico, io conosco diverse di quelle persone che schematizzavo prima. Alla fin fine sono tutte credenti convinte, ma come spesso accade sono anche ipocrite; pregano e nominano Dio e Gesù e santi vari, poi tornano nella loro quotidianità e peccano senza alcuna vergogna, senza alcun freno, sempre convinte di essere nel giusto. Alcune sono persino dedite alla costante fregatura degli altri, allo sfruttamento di tutto ciò che è possibile sfruttare, senza dare in cambio alcunché, avide, avare, sempre pronte a diffondere maldicenze, eppure sempre in prima fila o accanto al prete a servire, pregare, cantare, con le loro belle vesti bianche indossate per l’occasione.

Credono di salvarsi? Credono sul serio che a Dio importi di canti e osanna? Come se questo lo distraesse dal comportamento che continuano imperterriti a intrattenere con i loro “fratelli e sorelle”? Uno mi ha persino detto “oh, ateo, anche tu qui ad ascoltare la parola di Gesù? Chissà che non trovi la salvezza!“, lui che ha divorziato, ha convissuto e si è risposato (totale: tre donne e tre figli), mente, ostenta, parla male alle spalle ed è generalmente bigotto e razzista. Un altro, che passa la sua vita ad arricchirsi e a prendere tutto ciò che può dagli altri evitando accuratamente di retribuire, se non nel minor modo possibile, se ne sta lì a suonare la campanella per dire quando inginocchiarsi, tutto bello accanto al prete e ai chierichetti. Sono sicuro che loro credano di essere salvi, per il solo fatto di credere e di andare in chiesa. Saranno sempre nel giusto, solo per questo. Hanno un posto assicurato in Paradiso, accanto a un Dio che a questo punto, se dà così tanta importanza alla professione di fede piuttosto che alle azioni quotidiane, deve somigliare un po’ a Mao Tse-Tung…!

Eppure sono tutti lì a darsi la mano, a sorridersi augurandosi la pace di Cristo, a chiamarsi “fratello” e “sorella”, prima di tornare a fregarsi a vicenda… Ma, come dice mia moglie, chi ha ucciso Abele? 

Infine, anche se può sembrare oscuro, voglio concludere dicendo cosa penso che si debba realmente fare in chiesa, cioè quale sia l’unica cosa ragionevole da chiedere a Dio (o meglio sarebbe, se esistesse). Non è la salvezza. Non è la salute. Non è la pace, né la felicità, né la realizzazione di desideri, per sé o per gli altri. L’unica cosa che si può chiedere, dopo aver seriamente riflettuto sulle proprie mancanze, è che la sofferenza che si proverà nel corso della vita non sia superiore a quella che si merita. Per il resto, si accetta tutto in silenzio, fino alla morte.

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Informazioni su GoatWolf

Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basta sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi. Vedi tutti gli articoli di GoatWolf

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