Bancarotta ideologica?

Volete prenderlo sul serio? Ma lo sentite come parla? Usa la parola “tecnocrate”! Sembra un sociologo degli anni Settanta!

(da un episodio di APB, serie cancellata dopo la prima stagione)

Non so esattamente cosa scrivere, ma mettiamola così: la sinistra, non solo in Italia, sta scivolando verso la bancarotta ideologica. Ho la sensazione persistente che le varie anime della sinistra continuino, imperterrite, a mancare il punto fondamentale. Da un lato, quello radicale, c’è uno “sloganismo” inconcludente, fatto di rivendicazioni fuori dalla realtà, parole d’ordine antiquate, idee riciclate e una generale disperazione; dall’altro, il lato moderato, c’è un appiattimento imbarazzante sul liberismo, con il silenzio sullo sfruttamento, la rassegnazione rispetto al potere economico, i tentativi spesso patetici di salvare il salvabile con un po’ di assistenzialismo e tante promesse sul futuro che migliorerà. Ora, io non ho una ricetta pronta per aprire una nuova strada, ma direi che non mi sento rappresentato da nessuno.

Ho la sensazione di far parte di una sinistra così minoritaria da non esistere, un marxista che ormai guarda con diffidenza ai marxisti, ma che non si arrende alla passività rispetto allo stato di cose presente. Un “eretico” per forza di cose, anche se non c’è più molto cui disobbedire. Sono stanco di sentire discorsi scopiazzati, appunto, dai sociologi degli anni Settanta, stanco del “patriarcato imperialista che domina la società fallocratica dell’industrialismo in cui si riduce la vita a lavoro alienante di produzione del capitale tecnocratico” e chi più ne ha, più ne metta. Sono stanco dell’ideologismo: posso capire che tutto sia frutto dell’ideologia dominante, ma concentrarsi sull’analisi di questa ideologia in ogni singolo aspetto del vivere quotidiano è altrettanto ideologico, anzi, è quasi metafisico, idealistico, persino paranoico, lasciando spazio a teorie del complotto per cui ‘sta maledetta borghesia opererebbe in piena coscienza, e minuziosamente, per mantenere in funzione meccanismi sociali messi appunto per costringere ‘sto cazzo di proletariato ad accettare la schiavitù salariata.

Altrettanto sono stanco del vuoto di idee della sinistra moderata, che non elabora niente, non riflette su nulla, non porta avanti discorsi programmatici, né tanto meno appronta visioni sociali coerenti, che guidino un’azione politica sensata. Semplicemente si accetta lo stato di cose con un atteggiamento che sembra dire “meglio che certe cose le facciamo noi anziché la destra”. E infatti, in Italia la vera destra moderna, liberale e capitalistica è il PD. Non si può nemmeno definire socialdemocratico, forse è meno liberista di gruppetti ininfluenti come quelli di Monti o Giannino, ma lo è molto più di altri partiti di destra che tentano di proporsi come tali. C’è ora questo altro gruppo dei fuoriusciti, che finché sono stati dentro non hanno però brillato per tendenze socialiste; e poi si arriva direttamente a Sinistra Italiana, che è però più vicina al radicalismo sloganistico che denunciavo prima.

Sembra più una corsa a definire identità e appartenenze, che una serie di posizioni reali (e realistiche) rispetto ai problemi del paese. Io dico che dovremmo ripartire dalla ragion d’essere della sinistra: la difesa del mondo del lavoro. Ma non per “salvarlo” con strenue difese o esotiche ricette, semmai per comprenderlo nei suoi mutamenti e adattarvi le proprie interpretazioni. Dico una banalità: la globalizzazione economica ha mutato il capitalismo in forme impensabili nel Novecento, e con esso sono mutate le forme di sfruttamento; vogliamo occuparcene, invece di inveire contro quello che aveva senso forse nel ’68, o nel ’77, ma difficilmente ne ha oggi?

Io sono a favore della modernità, dello sviluppo e dell’internazionalismo. Ho adorato il comunismo perché sembrava portare tutto questo, un mondo nuovo, in cui le capacità dell’economia capitalista fossero al servizio del trinomio della Rivoluzione, in cui all’ottimismo sciocco dei liberali si sostituisse il realismo dei critici materialisti. E oggi vedo una grossa fetta di sinistra fare discorsi che difendono il locale, il nazionale, l’identità, la comunità, certo con prospettive e parole diverse rispetto al “socialismo degli imbecilli”, eppure stranamente inquietante, quasi retrogrado, con un’attenzione enorme a pensatori conservatori come Heidegger contro la tecnica, contro la scienza applicata alla produzione, contro la scienza stessa, ecc.. Io capisco, lo dico veramente, il bisogno di struttura, di pensiero forte (anche perché il pensiero debole è inconcludente, come il postmodernismo), e che per trovare qualcosa di interessante è necessario tornare ai testi del XX secolo, se non prima; però non possiamo neanche fossilizzarci su quelli, ripetere a pappagallo le stesse teorie, le stesse interpretazioni, le stesse parole d’ordine.

Andiamo avanti, cerchiamo di inserirci nel nuovo secolo, diciamo qualche “follia” tipo che la flessibilità va bene se è tale in entrata, oltre che in uscita. E che il controllo statale della concorrenza è buono per garantire a tutti l’accesso al mercato. E che la Cina, al netto del suo odioso autoritarismo, ha trovato una bella sintesi tra capitalismo e socialismo. Usciamo dagli schemi, reinventiamo il comunismo, portiamo Marx in America e vediamo cosa ci dice. Tutto, pur di non rimanere immobili, muti, emarginati, inconcludenti. Come fare, non lo so. Basta che si faccia qualcosa, e che questa cosa sia moderna e progressiva, o la bancarotta è dietro l’angolo.

*

A me la produttività razionalizzata dei fast food piace. Un po’ meno il cibo, ma è questione di gusti. Non venite a rompermi le scatole col “grigio mondo di McDonald’s”, che di grigio non ha nulla, anzi è un circo colorato e luminoso che si regge su un dinamismo esasperato, per questo funziona e si diffonde a macchia d’olio. Piuttosto, cosa succede a chi ci lavora? Quali sono le conseguenze sull’ambiente? E sulla salute? E quanto è colpa dell’azienda, quanto dei consumatori? Perché dovrebbe essere diverso da piccole aziende a conduzione familiare? Non è una favola liberista di successo, ma neppure un incubo tecnologico. Aspetti positivi ne ha: fornisce cibo a basso costo, dà lavoro a parecchia gente, ha un controllo qualità migliore di altre aziende. Quelli negativi sono risaputi. Valutiamo, allora, non stiamo a fare cartelli col pagliaccio che sgancia bombe atomiche.

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Informazioni su GoatWolf

Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basta sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi. Vedi tutti gli articoli di GoatWolf

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