I miei dischi dei Motörhead, pt. 2

boneshaker

E finalmente ecco la seconda parte! Procediamo con i successivi vent’anni dei Motörhead. Ero rimasto a Sacrifice, album del ventesimo anniversario; dopo quest’album cominceranno a festeggiare ogni cinque anni, sfornando un patrimonio di concerti su cd e dvd. Come dicevo alla fine dell’articolo precedente, gli anni Novanta sono un periodo favoloso, i Motörhead continuano a incidere dischi di alto livello con la nuova formazione a tre (Lemmy, Phil Campbell e Mikkey Dee) e consolidano definitivamente il proprio “stile di lavoro”. Almeno per quanto riguarda la produzione musicale, non conosceranno più crisi.

motorhead overnight 2

Continuano dunque con i capolavori: Overnight Sensation, secondo album dopo AoS ad avere la band in copertina (dove Lemmy prova un cambio di immagine tagliandosi i baffoni e riguadagnando dieci anni!), punta più sulla velocità, regalando perle come la folgorante Civil War, l’omonima Overnight Sensation, Crazy Like a Fox; non manca una “ballata” (non so se si possa davvero definire così) come I Don’t Believe A Word, né una canzone con continui cambi di ritmo come Eat the Gun. Gran ritmo anche in Love Can’t Buy You Money, che per alcuni sarebbe indirizzata a Würzel, ma a parte l’idea di qualcuno che se ne va via, non mi pare ci siano elementi inequivocabili. Molto belle anche Broken, Listen to Your Heart e Shake the World.

Snake Bite Love è altrettanto forte, veloce e potente, tanto che sembra riunire il meglio dei due dischi precedenti. È quasi impossibile azzeccarne uno dietro l’altro in questo modo. Bellissima l’entrata con Love for Sale, l’ode ai serpenti Snake Bite Love (guarda caso tra i miei animali preferiti), le veloci Desperate for You e Better Off Dead, le potenti AssassinTake the BlameDogs of War. Sul fronte dei “lenti” ci sono la malinconica Dead and Gone e Joy of Labour, dalle influenze blues. Probabilmente SBL è il culmine della produzione dei Motörhead negli anni Novanta e certamente uno dei miei preferiti in assoluto.

motorhead SBL back

Il guaio è che abituarsi a un successo dopo l’altro può rendere più grandi le delusioni; We Are Motörhead è l’album dei 25 anni, dichiaratamente autocelebrativo, divertente, ma inferiore ai precedenti. Se guardiamo al quadro generale, chiude la storia del gruppo fino a quel momento, riprendendo in ogni canzone elementi delle epoche passate, e prepara il terreno allo stile che poi rimarrà grossomodo invariato per il resto della carriera. Da segnalare subito il nuovo inno “ufficiale” del gruppo, We Are Motörhead, che parla di loro, li presenta al mondo, e diventa la perfetta introduzione ai concerti (insieme alla frase ormai classica di Lemmy “Hello, we are Motörhead, and we play rock’n’roll”, come se fossero degli sconosciuti :D). Poi, la cover dei Sex Pistols God Save The Queen, col video che all’epoca era in rotazione fissa su Mtv; divertente anche perché richiama un’idea che ebbero proprio i Sex Pistols: suonare a tutto volume la canzone su una barca lungo il Tamigi durante la cerimonia per il giubileo della Regina, nel 1977. Altre canzoni di rilievo sono See Me Burning, ottima apertura, Stay Out of Jail, Stagefright/Crash & Burn, la melodica One More Fucking Time, e (Wearing Your) Heart On Your Sleeve. Non è brutto, però è fiacco e anche oggi preferisco ascoltare altri.

Allo stesso tempo, esce la seconda raccolta ufficiale, Motörhead The Best of, in cui sono raccolti i migliori frutti della loro carriera, più alcuni inediti dal vivo come Fire Fire, e la cover di Bomber suonata dalle Girlschool per il St. Valentine’s Day Massacre EP.

Hammered mi ha fatto preoccupare. Ho pensato sul serio che i Motörhead stessero esaurendo la loro vena creativa, o meglio, che stessero perdendo lo smalto. Dopo WAM (giustificabile) questo è stato il secondo disco poco riuscito. È noioso, prolisso, con poche canzoni veramente belle. L’unica da considerare un capolavoro è Brave New World, una perla di nichilismo e disperazione. Ricordo al concerto di Valle Giulia che Phil Campbell presentò l’album dicendo qualcosa tipo “it’s a pretty nasty album, that goes right to your guts”, e con Brave New World aveva sicuramente ragione; inoltre, nel corso degli anni i testi del gruppo si sono fatti via via più complessi e lunghi, e in H raggiungono un livello superiore. Ma ciò non basta a risollevare un album alquanto brutto. Per esempio, l’apertura è Walk A Crooked Mile: a me pare confusa e slegata tra musica e cantato; Voices From the War sa molto di già sentito; Shut Your Mouth è sbagliata, non so come altro definirla. Già Kill the World e Dr. Love sono più belle e sostenute, specie la seconda, mentre Red Raw ricorda moltissimo Mean Machine, che è cosa buona e giusta. Down the Line è orecchiabile. Carina la chiusura spoken word con Serial Killer, che vede come seconda voce quella del lottatore Triple H, molto amico di Lemmy che per lui ha creato The Game, musica di entrata negli spettacoli WWE (questa canzone però è inclusa solo in una versione speciale dell’album).

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Il successivo Inferno invece è una bomba. Aggiustate le pecche di H, i Motörhead sfornano il miglior disco degli anni Duemila, potente e veloce come non mai. Parte con Terminal Show e prosegue con canzoni fortissime come Killers, la fantastica In the Name of Tragedy, Suicide e Life’s a Bitch. E non perde tensione neanche alla fine, con altri capolavori come In the Year of the Wolf, Keys to the Kingdom e la chiusura di stile con la canzone Whorehouse Blues, poi divenuta un momento di relax nei concerti. Per me, senza nulla togliere agli album seguenti, è l’ultimo grande disco dei Motörhead.

Da qui in poi, non ci saranno più cambiamenti effettivi di sound o sperimentazioni notevoli; la critica, a mio parere molto superficiale, per cui i Motörhead sono “meravigliosamente prevedibili”, forse guadagna un punto. Però, come dicevo nella prima parte, questa band va a periodi: se si ascolta un disco dei primi anni, uno di metà carriera e uno dei più recenti, sembra di ascoltare tre gruppi diversi con lo stesso cantante. Poi è chiaro che se ci si focalizza su un unico periodo, saltano all’orecchio i tratti caratteristici del momento. E gli ultimi dischi, per quanto belli e potenti, seguono anche un certo standard. Un meraviglioso standard, comunque!

Kiss of Death è il perfetto seguito, ripropone l’ottima qualità segnata da Inferno e lo dimostra già con l’apertura di Sucker; la velocità è ormai in secondo piano rispetto alla potenza, canzoni come One Night Stand, Devil I Know, Under the Gun e Living in the Past puntano molto sulla durezza e ritmi hard rock, così come il singolo estratto Be my Baby. Splendida God Was Never On Your Side, una delle canzoni più atee che Lemmy abbia mai scritto (di quell’ateismo che è più un essere contro, che una negazione motivata); nell’edizione limitata, la cover di Whiplash dei Metallica ha fruttato ai Motörhead un Grammy per la Best Metal Performance. Un po’ di déjà-vu in alcune canzoni.

Da notare che KoD è l’ultimo album con una copertina di Joe Petagno. Non so se la rottura dei rapporti sia avvenuta in fase di elaborazione o successivamente, comunque si può dire che lo Snaggletooth sia “morto”, proprio come si vede sull’album. Per quanto ne so, l’artista non voleva cedere i diritti sulla sua creatura e quindi si è rifiutato di continuare a disegnarla. I Motörhead hanno potuto continuare a utilizzarne le versioni vecchie.

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Motörizer segue la linea. Viaggia sul livello raggiunto senza scendere, ma nemmeno salire (o deviare). Per esempio, è bellissimo il singolo Rock Out, accompagnato da un video che celebra i fan; Runaround Man è un’ottima apertura; altre canzoni che mi sono rimaste in testa sono certamente When The Eagle Screams You Die e One Short Life, ma già altre come Time Is Right o Teach You How To Sing The Blues sembrano piuttosto stanche.

The Wörld Is Yours va molto meglio, è più vivace e originale rispetto al precedente, mantiene alto il ritmo e rimane certamente più impresso. Già il singolo Get Back In Line ne è un esempio, ma lo sono di più Born To Lose, Rock’n’Roll Music, Waiting for the Snake, I Know How to Die e Devils in My Hand. Il frutto migliore, alla fine dei conti, è il tour mondiale per i trentacinque anni del gruppo, a cui ho partecipato nella data di Londra, alla Brixton Academy (o meglio, O2 Academy Brixton, come si chiama ora), e da cui saranno tratti due corposi live su dvd e doppio cd, The Wörld Is Ours (Volume 1 e Volume 2).

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Questa la scattai io al concerto di Londra 2010

Aftershock si distingue purtroppo per l’inizio della “vecchiaia” di Lemmy: il suo modo di cantare comincia a essere un po’ impastato e anche la voce sembra leggermente diversa, come si nota in Heartbreaker. La cosa diventa più evidente nelle interviste e nelle esibizioni dal vivo, come nel video di Lost Woman Blues, per altro una bellissima canzone. Comunque, End of Time è velocissima, mentre Death Machine ricorda un po’ troppo Brave New World; meglio la breve Dust and Glass, altra ballata blues. Carina Going to Mexico, e magari Queen of the Damned, però non è che mi abbia colpito granché, come album. Ah, lo Snaggletooth sulla copertina è stato disegnato da un altro artista, Terje Aspmo, non so come se la siano cavata con Petagno e i diritti per nuove versioni, comunque chi se ne frega, giusto?

motorhead kiss

Bad Magic è l’ultimo disco di una carriera quarantennale. Thunder & LightningWhen the Sky Comes Looking for You, Victory or Die, Shoot Out All of Your Lights, The Devil, Electricity, la lenta e significativa Till the End, sono tutte ottime canzoni che rendono questo album un gran disco. Ora, non prendiamoci in giro: è chiaro che lo shock della morte di Lemmy dà a questo album un’aura di “testamento” e forse lo rende più prezioso di quel che è. Ma anche se non ho avuto tempo di ascoltarlo tanto quanto gli altri, mi è piaciuto sicuramente più di Motörizer e Aftershock. Ho letto in giro che è stato registrato come se fosse dal vivo, cioè con tutte le tracce di strumenti e voce registrate contemporaneamente, per dare una maggiore sensazione di ruvidità; io non ho orecchio per queste cose, vado più per la melodia, il ritmo e il testo, ma immagino che questo metodo dia un valore aggiunto, a chi lo sappia apprezzare.

Da un lato mi fa piacere che i Motörhead abbiano chiuso in bellezza, anche se involontariamente; dall’altro sento già che mi mancherà aspettare il prossimo disco, perché era l’unico gruppo che seguivo ancora, l’unico di cui non mi sarei mai stancato, e di cui avrei continuato a collezionare ogni cosa. Fino a qualche giorno fa, non sono riuscito ad ascoltare niente altro; non è stato volontario, piuttosto un automatismo, avevo in testa solo canzoni loro e non pensavo neanche a cambiare cd. C’è voluta la visita di un amico perché mettessi altri artisti nello stereo. Ma anche se Lemmy è morto e i Motörhead con lui, la musica vivrà in eterno e continuerà ad accompagnare me e tutti coloro i quali hanno avuto la fortuna di poterli ascoltare.

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Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basta sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi. Vedi tutti gli articoli di GoatWolf

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