I miei dischi dei Motörhead, pt. 1

motorhead covers

Questo articolo avevo intenzione di scriverlo già da tempo, quando mi proposi di aumentare gli articoli di musica con alcune discografie ragionate, quelle in mio possesso. Avevo iniziato con i Metallica, che stavo riascoltando dopo anni; tra le bozze, il prossimo sarebbe stato su Henry Rollins, e a seguire di altri gruppi, dai Pantera ai Sepultura, dai Black Sabbath ai Soundgarden, e così via. Questo sui Motörhead, che nelle intenzioni era il più importante, perché la band di Lemmy è sempre stata la più importante per me, lo avrei comunque rimandato a quando avrei avuto tempo di riascoltare oltre venti album, quindi era previsto per il 2016 inoltrato.

La morte di Lemmy e la conseguente scomparsa dei Motörhead cambiano tutto. Non vorrei essere melodrammatico, ma se n’è andato non solo un pezzo della storia del rock, ma anche un pezzo della mia storia, e di tutti quelli che hanno avuto la musica dei Motörhead accanto in tanti momenti della loro vita, come una furente colonna sonora. Inoltre, Lemmy è stato davvero una fonte di ispirazione: pur non avendo la minima attitudine a imitarlo, specie nei suoi eccessi, ne ho sempre ammirato la libertà di spirito, la sincerità e la sfacciataggine, quell’aura di anarchia individuale contro tutti i dogmi e i conformismi. E il look: ho sempre adorato il suo taglio di barba, la cintura di proiettili, la croce di ferro, gli stivali bianchi coi pantaloni neri (di una tamarrìa incredibile, e quindi ottimi per un amante del kitsch come me), oltre alle classiche chicche rocchettare. Per non parlare del simbolo del gruppo, lo “Snaggletooth” creato dall’artista Joe Petagno e reinventato costantemente per quasi tutte le copertine.

motorhead england

 

Conobbi i Motörhead quasi per caso. All’epoca non ero ancora molto addentro al rock; un giorno, al negozio di dischi, stavo cercando qualcosa che ricordasse i Led Zeppelin, ma più rock, come gli Iron Maiden, ma più veloce, tipo i Sex Pistols, ma meno raffazzonato. Ed ecco che il ragazzo se ne esce con una raccolta dei Motörhead: la prima canzone che parte investendomi come un treno è Mean Machine, ed è stato subito amore. Da allora ho continuato a collezionare i loro dischi, ad appassionarmi ai concerti dal vivo, a racimolare notizie sulle riviste di settore (prima fra tutte la mitica “Metal Shock“) e a cercare, in generale, tutto ciò che li riguardava. Magliette e cazzatine varie si sono sprecate. In effetti non credo di essermi mai appassionato così tanto a un gruppo quanto ai Motörhead, e me ne sono piaciuti parecchi!

Tre momenti sono stati veramente grandiosi. Il primo è quando sono riuscito a comprare il biglietto per un loro concerto a Roma, sulla scalinata di Valle Giulia, nel 2002; già mi pareva incredibile averne beccato uno, poi arrivato lì riuscii a trovarmi un posto proprio sotto il palco e, beh, il primo a uscire fu Lemmy e io me lo vidi davanti in carne, ossa e basso, quasi a poterlo toccare. Dopodiché mi allontanai perché il mosh pit proprio no, non fa per me😛 … Il volume della musica, che già prima con gli Hardcore Superstar e i Gamma Ray era così alto da farmi pensare “oddio qui ci resto sordo”, con i Motörhead arrivò a livelli assurdi. Era il mio primo concerto rock. Eccelso. Il secondo momento veramente grandioso è stato quando, circa tre anni più tardi, facendo uno strambo collage con Paint realizzai un tributo ai Motörhead, con varie copertine rimaneggiate e Lemmy con la testa di Snaggletooth; lo inviai al webmaster del sito ufficiale e qualche giorno dopo era pubblicato in una sezione dedicata al fan artwork! Un piccolo esempio della mia devozione, onorato sul sito ufficiale della band. Mi sono sentito al settimo cielo (quanto poco mi bastava allora). Infine il terzo momento veramente grandioso, la seconda volta che sono andato a un loro concerto: è stato a Londra nel 2010, alla Brixton Academy. A parte la bellezza del teatro, allestito come un giardino con portici e balconi, c’era l’emozione di vederli esibirsi nella terra di origine, in una delle loro “patrie” assieme al Hammersmith Odeon, da cui sono usciti alcuni dei live migliori. E come concerto dal vivo, è stato davvero eccezionale (qui un assaggio – meno male che qualcuno aveva una videocamera adatta, la mia era una porcheria). Per di più ho potuto visitare Londra, città magnifica in cui un giorno spero di tornare.

Ora passiamo alla poderosa discografia. Oggi mi limiterò a quella ufficiale; agli album in studio per essere precisi, e visto che la loro carriera è durata esattamente quarant’anni, questa prima parte sarà incentrata sui primi venti. Altre chicche, tra live, raccolte e rarità, le tratterò in una futura terza parte. Cominciamo dal principio? Ma sì, dai.

Motörhead è il nome della band, della canzone da cui ha avuto origine e del primo album. Nel 1975 Lemmy era alla ricerca di una strada nuova, dopo le sue esperienze con vari gruppi, soprattutto gli Hawkwind: per loro aveva scritto varie canzoni e, non potendo mantenere il nome scelto in origine di “Bastards”, Lemmy decide per “Motörhead”, dal titolo dell’ultima canzone scritta prima di essere cacciato via. Questo primo album è, come tutti gli inizi, un lavoro di formazione (peraltro soggetto a qualche vicissitudine, vedi la questione di On Parole e l’uscita ufficiale del ’77), risente molto della musica del periodo, ma presenta in nuce molti elementi che caratterizzeranno il gruppo in futuro, come la mescolanza di stili, l’ironia e la velocità. Oltre a Motörhead, contiene la riproposizione, in versione rock anziché psichedelica, delle canzoni scritte per gli Hawkwind The Watcher e Lost Johnny (per le versioni originali, guardate qui, qui e qui). Tra le originali, mi piacciono molto White Line Fever, Iron Horse/Born to Lose e la divertente Vibrator; da segnalare anche Beer Drinkers and Hellraisers, una cover dei ZZ Top. Mi pare importante aggiungere che la formazione classica dei Motörhead, con Ian “Lemmy” Kilmister, Phil “Philty Animal” Taylor e “Fast” Eddie Clarke, inizia qui dopo un breve periodo di assestamento con Lucas Fox (unica performance, la batteria in Lost Johnny) e Larry Wallis (chitarrista).

Motorhead classic

Con Overkill inizia l’età dell’oro. Un album veramente ottimo, da cui vengono molti cavalli di battaglia: Overkill, che apre l’album, diventerà la chiusura preferita dei concerti; Stay Clean ha sempre fatto parte di qualunque scaletta (e ce l’ho come suoneria); l’evocativa Capricorn, forse oggi dimenticata; la divertente No Class, famosa anche per la versione cantata assieme a Wendy O. Williams (poi dedicata alla sua memoria); Damage Case, adorata dai Metallica; la splendida Metropolis, che secondo Lemmy è un esempio di come lui non sappia scrivere testi sensati (ma quante canzoni hanno senso, senza essere degli sproloqui? Io la trovo immaginifica). Una canzone che invece conosce solo chi ha il disco, è Limb From Limb, che a me pare molto americana. Oh, i video “dal vivo” che ho messo, non sono davvero dal vivo: sono girati in studio con gli applausi finti e la musica in playback. Erano la pubblicità dell’epoca, anche se la differenza coi veri live è piuttosto evidente.

Il successivo Bomber è uscito nello stesso anno di Overkill e ne riflette tutte le caratteristiche. Direi che oggi se ne ricordano poche: Dead Men Tell No Tales, Stone Dead Forever e l’omonima Bomber, che chiude l’album, senza dubbio. Ma segnalerei anche Step Down (dove credo che canti Fast Eddie), Lawman e Talking Head. Da notare che è proprio grazie a questo album che i Motörhead hanno la bella pensata di farsi costruire un bombardiere di scena da usare nei concerti (qui un esempio; lo useranno fino a consumarlo, e farà la sua ricomparsa negli ultimi anni).

Ace of Spades è una pietra miliare del gruppo, ma anche del rock in genere. Ne esiste anche un documentario specifico, della serie Classic Albums. Le canzoni dovrei citarle tutte, ma limitandomi a quelle che sicuramente sono divenute più famose: la prima, Ace of Spades, è l’inno, la canzone-simbolo, la più famosa e iconica dei Motörhead, quella che praticamente conoscono tutti. Così marcante che verso la fine degli anni Novanta Lemmy si era pure scocciato di cantarla (ma, come disse lui stesso, “se vado a un concerto di Little Richard voglio sentire Long Tall Sally, quindi è chiaro che continueremo a suonarla”). Ricordo che quando ancora non li conoscevo bene, questa mi colpì moltissimo per la sua straordinaria velocità, la più veloce per una band già velocissima; poi scoprii che era la preferita di tutti e ne fui ben contento. Fantastica. Shoot You In The Back è caratterizzata da un’ambientazione western, passione testimoniata già dalla copertina dell’album. (We Are) The Road Crew è l’unica canzone che abbia mai sentito in cui si parla di tutti quelli che lavorano con un gruppo musicale, i roadies, il personale tecnico, la manovalanza che rende possibile la magia, e questo è un tributo veramente speciale che nessuno fa mai. Impossibile non citare le due canzoni, suonate sempre assieme, Bite The Bullet / The Chase Is Better Than The Catch, altro classico dei concerti. Poi direi anche The Hammer e Jailbait.

Iron Fist, in un certo senso, chiude l’età dell’oro. Non perché dopo ci sia stato un periodo di declino, ma perché i cambiamenti di line-up si sono riflettuti sullo stile e, se questi quattro album avevano una sorta di marchio comune, gli altri prenderanno nuove direzioni. In effetti si può dire che i Motörhead andavano “a ondate”, ognuna delle quali era grossomodo caratterizzata da una tendenza musicale, da sonorità riconoscibili tra un disco e il successivo. Comunque, quando si parla di “età dell’oro” si intende pur sempre il periodo che ha consacrato i Motörhead sulla scena musicale con classici intramontabili. Tra cui proprio Iron Fist, l’unica canzone a essere ancora oggi ricordata da quest’album, ed è un peccato che nessuno ricordi altri gioiellini come Heart of Stone, Sex & Outrage, America e (Don’t Need) Religion; ogni tanto viene ripescata (Don’t Let ‘Em) Grind You Down, che a me piace soprattutto per il testo, un incoraggiamento quando ne avevo bisogno.

motorhead robbo

A questo punto Eddie Clarke lascia il gruppo, venendo sostituito da Brian “Robbo” Robertson dei Thin Lizzy. Non è un periodo facile per i Motörhead, dato che il nuovo chitarrista si rifiuta di suonare gran parte delle canzoni del gruppo e sembra voler marcare in tutti i modi la distanza di stile che c’è tra lui e gli altri. Di conseguenza, la musica dei Motörhead cambia quasi di colpo: Another Perfect Day è il risultato dell’influenza melodica di Robbo. E non è per niente male! Anzi, sebbene all’inizio non sia andato granché (con un danno di popolarità che all’epoca fu pericoloso), oggi è senza dubbio uno dei dischi più raffinati della loro carriera. Ne è l’esempio perfetto I Got Mine, la mia preferita, così come la tosta Shine e la splendida Another Perfect Day. Per non parlare di quella che apre l’album, Back at the Funny Farm, probabilmente la più veloce, mentre One Track Mind è più hard rock. Molto belle anche Dancing On Your Grave e Marching Off To War. Che dire? Non è “tipico”, ma per me è ottimo. Lemmy disse che forse avrebbe dovuto sperimentare di più in questa direzione, anche dopo la partenza di (o meglio, il calcio nel culo a) Robbo alla fine del tour. Ma secondo me il disco è una piccola perla anche perché è unico.

Insieme a Robbo se ne va anche Philty Animal;  sostituiti alla batteria da Pete Gill (dei Saxon) e alla chitarra da due pretendenti arrivati a pari merito nelle audizioni, Phil “Wizzö” Campbell e Michael “Würzel” Burston, i Motörhead si prendono un momento di pausa per ricalibrarsi. A questo periodo non proprio facile appartiene la prima raccolta ufficiale, dall’emblematico titolo No Remorse: oltre a successi ben noti, la raccolta propone varie b-side come Too Late, Too Late e la cover Louie, Louie; canzoni dall’EP St. Valentine’s Day Massacre assieme alle Girlschool, Please Don’t Touch e Emergency; inediti quali Snaggletooth e, soprattutto, la famosa Killed By Death, che oltre ad avere un video strepitoso è stata sempre presentata in versione live (io l’ho scelta per commemorare la morte di Lemmy).

motorhead gill

Nuova formazione a quattro, quindi, con Orgasmatron come esordio in studio. Un album potente come il treno in copertina: si apre con Deaf Forever, un’evocativa storia vichinga, seguita da gioielli di velocità e ritmo come la già citata Mean MachineClaw. Se vi piace il rock da motociclisti, non potete non adorare Built For Speed; Doctor Rock è un altro classico dal vivo; e poi, naturalmente, Orgasmatron, inquietante e visionaria, evidentemente ispirata alla figura di Hitler. Lemmy una volta ha detto che ogni strofa descrive “un sostituto dell’orgasmo”, riferendosi alle smanie del dittatore (sulla questione Lemmy/nazismo ci torneremo in futuro). Del brano esiste anche una versione spoken word che mette in risalto l’oscura poeticità del testo.

Il successivo Rock’n’Roll è un altro album veloce e potente, in cui tra l’altro ritorna Philty alla batteria. Si tratta di un ottimo disco, che rende onore al titolo: Rock’n’Roll, Eat the Rich (composta per un film in cui Lemmy recita il primo dei suoi tanti piccoli ruoli da attore), Blackheart e Traitor lo dimostrano bene. Poi c’è Stone Deaf in the USA, una delle canzoni sul tema dei viaggi che ricorrono in vari album; un rock leggermente diverso, più melodico, caratterizza All for You. Ma il pezzo che preferisco è in realtà una b-side, struggente e arrabbiata, tra il rock e il blues: Just ‘Cos You Got The Power, uno dei migliori pezzi “anarchici” che abbia mai sentito. Dal vivo poi è pazzesca.

motorhead 1916

1916 apre quello che posso considerare il mio periodo preferito, gli anni Novanta: questo e i prossimi cinque album saranno una vera bomba. Partirei con Going to Brazil, altra canzone di viaggio, cui sono particolarmente legato per motivi personali; poi, la famosa I’m So Bad (Baby I Don’t Care), probabilmente la più conosciuta dell’album assieme alla velocissima R.A.M.O.N.E.S., tributo al grande gruppo punk e spesso suonato dalle due band riunite in concerto. Belle anche The One to Sing the Blues (tutt’altro che blues, comunque), No Voices in the Sky e l’inquietante Nightmare/The Dreamtime, lenta e onirica. Il pezzo che dà il titolo all’album, 1916, è invece una canzone che definire struggente è un eufemismo, è veramente triste, una riflessione dura e commovente sugli orrori della guerra, attraverso la descrizione della morte di un giovane soldato nella Prima Guerra Mondiale. Il ritmo è lentissimo, la musica è un lamento, la voce di Lemmy quasi non sembra rauca. Non mi vergogno a dire che la prima volta piansi e per lungo tempo non riuscii più ad ascoltarla. Ancora oggi mi turba. Forse è persino patetica, se letta freddamente; ma come si fa?

March ör Die, non so perché, viene considerato un album sotto tono, se non addirittura mediocre. Non capisco il motivo. Certo, la line-up cambia ancora, Phil Taylor fa un paio di canzoni e poi viene cacciato, stavolta per sempre;  viene sostituito solo per questo album da Tommy Aldridge, mentre fa il suo ingresso Mikkey Dee, l’eccezionale batterista dei King Diamond. Forse manca di coerenza? Boh. Ci sono diverse canzoni che a me sono rimaste impresse per testi e musica: Bad Religion, Jack The Ripper e Asylum Choir sono ottime, preludio alle prossime produzioni, anche se meno potenti; la cover di Ted Nugent Cat Scratch Fever è, se posso permettermi, quasi meglio dell’originale (so che dà fastidio, nemmeno a me piace sentire queste cose, ma stavolta ci sta, e comunque ho detto “quasi”); come classicissimo rock/blues da motociclisti (tipo George Thorogood) non può non piacere You Better Run. Infine, ci sono almeno altre tre canzoni fenomenali: la splendida ballata I Ain’t No Nice Guy, che vede la partecipazione di Ozzy Osbourne per un duetto, e Slash alla chitarra; la versione dei Motörhead di Hellraiser, inclusa nel terzo film della saga cinematografica, di cui già Ozzy aveva realizzato una sua versione proprio insieme a Lemmy. E infine, March ör Die, un’altra potentissima visione della guerra, stavolta folle e sanguinaria, funesta e disperata, con un testo forse tra i più lunghi e complessi.

Ai problemi di line-up si aggiungono guai con la casa discografica, così i Motörhead di affidano all’indipendente ZYX e realizzano uno dei miei preferiti, Bastards, poco pubblicizzato e per lungo tempo impossibile da trovare fuori dalla Germania. Un album pieno di rabbia, con canzoni di eccezionale velocità e potenza. Imperdibile la velocissima Burner, fantastica Death or Glory, bellissima Born To Raise Hell, realizzata per il film Airheads e realizzata insieme ad Ice-T e Whitfield Crane. Sonorità classiche per Bad Woman, ritmo incalzante in Liar, grande ballad Lost in the Ozone, bella tosta I’m Your Man… e un’altra canzone triste e dura: Don’t Let Daddy Kiss Me, denuncia contro gli abusi sessuali sui bambini. Dovrei metterli tutti, i brani; ma se opero una scelta, per questo come per gli altri, è solo per dare un assaggio, poi ognuno deciderà se ascoltare tutto o meno.

motorsacrifice

I Motörhead festeggiano i vent’anni di attività con Sacrifice: è forse l’album più potente del periodo, ha la copertina più bella dai tempi di APD ed è l’ultimo in cui c’è la formazione a quattro. Würzel infatti lascia il gruppo poco dopo, dedicandosi a generi alquanto differenti (incredibile il suo album di musica ambient!), ma se ne va in gloria: Sacrifice è un capolavoro, accompagnata da un video fantastico (nel quale già non compare più Würzel); Sex & Death è breve e veloce; Over Your Shoulder è invece più lenta e dura, come l’ossessiva War for War. Più “sperimentale”, per i continui cambi di ritmo, è Order/Fade to Black. Raffinato lavoro di batteria in Make ‘Em Blind, mentre si torna al rock classico in Don’t Waste Your Time. Da segnalare anche la bella chiusura con Out of the Sun.

Bene, vent’anni sono passati, Lemmy può ora contare su una band solida e continuare a sconvolgere le viscere del rock. Nella seconda parte chiuderemo gli anni Novanta e scandaglieremo il nuovo millennio, fino alla fine.

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