The Texas Chainsaw Massacre – storia di una saga

…*click*…
…Trrrrrrrr-T-T-T-T…. Trrrrrrrrrr-T-T-T-T-T….
….TrrrrrRRRRRRRRRWWRREEEEEEEEEEEAAAAAAAAARGH!… rrrT-rrrT-rrrT…

Innanzitutto lasciatemi dire che il titolo Non aprite quella porta mi ha a lungo fatto snobbare la saga di Leatherface e della sua simpatica famiglia, perché mi dava l’idea di una gran cavolata (e metà della serie lo è), ma poi ho letto il titolo originale e, beh, le cose sono cambiate alquanto… THE TEXAS CHAINSAW MASSACRE: sentite com’è potente? Mi fa gorgogliare tutti i demoni che mi strisciano dentro! Rende molto bene l’idea. Oltretutto il Texas, nell’immaginario collettivo (e spero solo in quello), è uno stato geograficamente desertico e umanamente retrogrado e violento, quindi ci sta a pennello. Io ci metterei pure del buon metal in sottofondo, preferibilmente dei Pantera. Ma passiamo ai singoli film…

The Texas Chainsaw Massacre (1974)

Trama – Nel loro viaggio per le strade d’America, tra un bacio e uno spinello, alcuni giovani spensierati prendono a bordo un autostoppista alquanto bizzarro che chiede un passaggio verso il mattatoio lì vicino, dove lavora. Ridendo come un idiota, inizia a ferirsi con un coltello, sanguinando e disgustando i ragazzi, che prontamente lo sbattono fuori. Mentre si allontanano, lui riesce a segnare una “C” sul fianco del furgone col suo sangue. I ragazzi si fermano poi in una vecchia casa che sembra abbandonata; uno di loro, su una sedia a rotelle, viene escluso dai giochini erotici cui si dedicano gli altri, così si mette a gironzolare nei dintorni. Poco più in là, un’altra casa diroccata: tutto il circondario è come una città fantasma, sperduto ed isolato. I pochi abitanti che hanno incontrato, oltre al pazzoide dell’autostop, sono stati i gestori di un distributore di benzina, e neanche loro sembravano normali. Ma il peggio sta per arrivare: in una delle case diroccate vive la famiglia dell’autostoppista, ed è una famiglia di cannibali. Il cuoco che si occupa anche di macellare la carne è un gigante grosso, forte e demente che usa coprirsi il volto con una maschera fatta di pelle umana, presumibilmente strappata dai volti delle persone macellate. Lo chiamano Leatherface (“faccia di cuoio”), e sa fare molto bene il suo mestiere, difatti l’unica a resistere tanto da arrivare viva alla cena è una ragazza che per gli ultimi due terzi del film non potrà far altro che urlare, urlare e urlare per l’orrore allucinante di cui è vittima.

Sinossi – Tutto comincia da qui. Tutto, per almeno i successivi vent’anni, ha avuto il suo inizio con un vecchio, emblematico furgone su una strada polverosa, con a bordo un gruppo di giovani ragazzi e ragazze, trasgressivi e in vena di divertirsi quanto basta per suscitare quasi antipatia. Questo film è uno dei pilastri fondamentali dell’horror moderno, perché contiene sia elementi già sfruttati da altri film horror del periodo, sia elementi che saranno ripresi e rielaborati successivamente. Lo spirito generale segue la scia di film come L’ultima casa a sinistra (W. Craven, 1972), ossia tratta il tema di una violenza casalinga brutale, inserendola nel contesto della sconfinata provincia americana, un entroterra violento che segue regole sue ed è in perenne contrasto con la modernità delle metropoli. Un ambiente assurdamente attaccato a tradizioni deviate, incapace di aprirsi e di comprendere la realtà del mondo circostante, trasformandosi in una fucina di orrori grotteschi per chiunque non ne faccia parte. E’ qui che appare il prototipo dell’assassino grande e grosso, forte, col volto coperto da una maschera; è qui che appare la comitiva di ragazzi destinati al massacro; è qui che si inizia a “punire” la trasgressione, sessuale e non. Mi ha colpito molto l’atmosfera grottesca che regna nella casa dei cannibali, piena di cose orribili e talmente insolite da risultare aliene: pavimenti ricoperti di resti umani e animali, marciume ovunque, una polvere che fa apparire tutto lontano, confuso, come appartenente ad un altro tempo ormai corrotto. La quiete surreale del luogo circostante è disarmante, nessuno può o vuole venire ad aiutarti, sempre ammesso che senta le tue grida. E poi Leatherface: chi è? Da dove viene? Qual è la sua storia? Sebbene non parli mai, non è un personaggio silenzioso come Michael Myers, è esagitato, urla, è evidentemente un idiota, probabilmente mostruoso sotto quell’orrore di maschera in pelle umana; è il pupillo di una famiglia che è stata esclusa dal progresso e dalla modernità, è il prodotto di un mondo rurale che si è incestuosamente ripiegato su se stesso, generando obbrobri vomitevoli che sguazzano nel marciume dell’infima bestialità umana. Purtroppo non è unicamente un personaggio di fantasia: le sue gesta sono ispirate a quelle del serial killer realmente esistito Ed Gein, che ispirò anche Psycho (A. Hitchcock, 1960) e che non fu l’unico cannibale del Wisconsin… Questo film è disturbante, allucinato, considerato tra l’altro un caposaldo dello splatter, anche se erroneamente, visto che il basso capitale a disposizione ha impedito di ricorrere agli effetti speciali che ci si aspetterebbe da un “massacro con la motosega”. Anzi, paradossalmente è uno dei film horror con meno sangue che esistano. Ma è veramente allucinante, con una violenza psicologica terribile, pesante, peggiore di quella fisica. Difetti? Forse un po’ prolisso in alcuni punti, soprattutto verso la fine che stenta ad arrivare. Comunque, imperdibile. Assolutamente splendida la danza con la motosega nella luce del tramonto.

A proposito della maschera di Leatherface, altro prototipo delle successive icone dell’horror anni ’80, dicono che l’idea sia venuta da un fatto realmente accaduto: un medico in un obitorio, dopo un’autopsia ha prelevato la pelle del volto del cadavere e l’ha usata per mascherarsi per una festa. Probabilmente è una fregnaccia. D’altra parte il regista Tobe Hooper ha avuto l’idea della motosega un giorno che era bloccato dalla ressa in un supermercato e, vedendo esposte delle motoseghe, ha avuto l’immagine mentale di come poteva farsi strada fino all’uscita…

Devo anche aggiungere una cosa sul titolo italiano, Non aprite quella porta. Come dicevo, non ha mai catturato la mia attenzione (sembra una variazione qualsiasi dei vari Non aprite quel cancello o Non entrate in quella casa che riempivano lo scaffale horror della videoteca) e preferisco in ogni caso l’originale, però vedendo il film ho capito a cosa si riferisse esattamente. La “porta” è l’ingresso al seminterrato della casa dei cannibali, in una delle scene più evocative del film: Leatherface appare all’improvviso, uccide, trascina dentro il corpo e richiude con violenza la porta. Quali orrori si celino dietro di essa, è lasciato all’immaginazione. Almeno all’inizio.

The Texas Chainsaw Massacre 2 (1986)

Trama – Il film inizia con due ragazzi ricchi e antipaticissimi che sfrecciano di notte sulla loro decappottabile, mentre parlano in diretta con una DJ di una radio locale dicendo un mucchio di stronzate; all’improvviso un camioncino si affianca loro, un individuo col volto coperto da una maschera di pelle umana brandisce una motosega, i loro corpi ne sono straziati e le loro grida lancinanti rimangono registrate sul nastro della radio cui stavano telefonando. Partono le indagini, che attirano l’attenzione di un parente delle vittime del primo film, interpretato niente meno che da Dennis Hopper, il quale si mette sulle tracce degli assassini per vendicarsi. Intanto la DJ e un suo amico, probabilmente per la loro testimonianza indiretta, vengono rapiti da Leatherface e portati nella vecchia casa, dove ricomincia l’orrore cannibalistico. Stavolta però il banchetto è interrotto dal vendicatore folle, che ingaggia un duello a colpi di motosega con Leatherface.

Sinossi – Oltre dieci anni e un budget molto più sostanzioso separano questo sequel dal primo. Molto simpatico, sebbene in certi punti prolisso come e più dell’altro, questo film vanta effetti speciali alquanto disgustosi, curati dal grande Tom Savini. Per esempio in una scena Leatherface, innamorato della bella DJ, scuoia la faccia dell’amico che hanno rapito assieme a lei e costringe la ragazza a indossarla, danzando in mezzo a decine di arti mozzati e corpi mutilati, appesi come in una macelleria. La rappresentazione della mostruosità rurale è estremizzata dai cadaveri conservati dei parenti morti, che vengono trattati come fossero sempre vivi e in grado di capire: un modo di intendere l’assoluto rifiuto di cambiamento. Ma al di là di questo, il film è molto più una commedia che un horror, non è disturbante né allucinato, spinge sulle scene certo divertenti di un Leatherface innamorato e sempre più demente, o di un vendicatore ossessionato che urla e brandisce le motoseghe come fossero pistole. Ben lontano dal fascino gotico e polveroso del primo, anche per una colonna sonora del tutto anonima, è in ogni caso un film godibile, con quel gore che ci si aspetterebbe. Dopo questo secondo capitolo, Tobe Hooper ha venduto i diritti, e chi li ha acquistati ne ha fatto scempio.

Leatherface: The Texas Chainsaw Massacre 3 (1990)

Trama – Un gruppo di persone viaggia per il Texas, ma incontra una famiglia di cannibali che li insegue, uno dei quali è un bestione che indossa una maschera fatta di pelle umana. Un tizio fissato con i giochi di guerra e la sopravvivenza cerca di aiutare gli sventurati contro Leatherface. Fine.

Sinossi – Uno spreco totale, dal taglio televisivo e senza una goccia di sangue, né tanto meno un briciolo di atmosfera, neanche lontanamente paragonabile ai precedenti. Pare che, pur essendo stato concepito come un film estremamente violento, per sfuggire alla censura della MPAA sia stato rimontato eliminando tutta la violenza fisica, decisione che mette in evidenza la piattezza di ogni altro elemento. Di violenza psicologica, neanche l’ombra.  E’ consigliabile non averci nulla a che fare. Questo film non è niente.

The Texas Chainsaw Massacre 4: The next generation (1997)

Trama/Sinossi – Stessa identica storia (in pratica il terzo e il quarto capitolo sono tentativi di remake del primo), solo che Leatherface stavolta indossa una gonna e si trucca la maschera di pelle umana con il rossetto. Forse un tentativo di aumentare l’idea di insanità della famiglia di cannibali. Naturalmente, anche qui è già tanto se c’è qualche casuale goccia di sangue. Almeno rispetto al terzo c’è un minimo di violenza in più… violenza verbale, ma sempre violenza è! I riferimenti alle teorie del complotto, tra l’omicidio di Kennedy e l’Ordine degli Illuminati, lasciano alquanto perplessi. Neanche questo film è niente, anzi è pure peggio del terzo, se possibile.

Dei remake usciti dal 2003 parlerò più avanti, in un articolo dedicato ai remake/reboot che tanto spopolano da dieci anni a questa parte. Se non altro, perché nel 2003 è iniziata una saga nuova e più coerente.

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Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basta sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi. Vedi tutti gli articoli di GoatWolf

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