A sinistra di che?

Di recente, la rediviva Unità ha ospitato un dibattito sul mantenimento del nome di Gramsci nella testata. Qualcuno ha proposto di eliminarlo, ma stranamente non si tratta di una fazione di moderati poco inclini a tenersi Gramsci come riferimento culturale: al contrario, sono stati alcuni comunisti a sottolineare la distanza politica enorme tra il PD, di cui l’Unità è ora l’organo, e il pensiero di Antonio Gramsci, fondatore insieme a Togliatti e altri del Partito Comunista Italiano (di cui il Partito Democratico è solo in parte, e sempre meno, erede). Tutto sembra essere partito da un tweet di Fassina, contro un titolo del giornale dal sapore renziano. Chi non è d’accordo con questa proposta, sostiene che Gramsci, in quanto intellettuale italiano, appartiene a tutti, e anche al di là del fatto incontestabile che il giornale fu da lui fondato nel 1924, è giusto e persino necessario che il suo nome figuri sulla testata, perché il suo pensiero non è di proprietà esclusiva di una parte politica. In pratica, Gramsci appartiene a tutta la sinistra, anche a quella moderata, anzi alla cultura italiana in generale. I detrattori però sottolineano che probabilmente il compagno Gramsci si dissocerebbe dal PD e quindi dalla linea assunta dal suo organo di stampa; Gramsci fu sempre “partigiano”, politicamente intransigente, avverso all’indifferenza e autore di acutissime analisi storiche e sociali da un punto di vista di classe.

Sul momento, penso che entrambe le parti abbiano buoni argomenti. Non si può prescindere dalla posizione di un determinato pensatore dicendo che ormai è patrimonio comune, è necessario tenere conto di quanto ha scritto e sostenuto per poterne ereditare in modo corretto la forza delle idee; altrimenti questa forza si “annacqua”, disinnescando la potenza dei concetti e facendo rientrare il pensiero in una dimensione a suo modo innocua, della storia delle idee. D’altro canto, non si può nemmeno pretendere l’esclusiva sulla corretta interpretazione e fruizione di un pensatore, che costringerebbe le idee da egli espresse in una gabbia ideologica e identitaria cui possono accedere solo persone con adeguati requisiti, negando così la validità universale dello studio e della comprensione di quelle idee.

Nel tempo, di casi del genere, di “etichettature” politiche e morali, ce ne sono state a bizzeffe. Pensiamo a Nietzsche, prima nazificato e poi denazificato, reso prima un vate del superomismo, e quindi del razzismo e dell’antisemitismo, cose molto lontane dalla sua filosofia nonostante tutto; e in seguito riveduto in chiave emancipatrice, liberale se non addirittura socialista, per le sue critiche alla cultura dominante. Nel suo caso, c’è da dire che l’esprimersi per aforismi non aiuta, perché a seconda di ciò che si legge, specialmente fuori contesto, si può mettere in bocca a Nietzsche tutto e il contrario di tutto. Ma senza dubbio esistono dei punti fermi nel suo pensiero, in mezzo a tutte le contraddizioni, che lo collocano nel novero dei pensatori antimoderni, antisocialisti, fautori di una visione aristocratica della vita, in cui l’attenzione all’individuo è appunto superomistica, non liberale. L’odio per lo Stato, la morale, la religione (specificamente il cristianesimo) e via dicendo, sono dettati da quanto di massificante, inclusivo e socialisteggiante vi è in essi, non dallo sfruttamento e dall’oppressione che generano su tutti (semmai, su quelle che generano a scapito dei pochi individui superiori, frenati nella loro giusta libertà di far ciò che vogliono, anche a scapito degli altri). Tuttavia, chi è contrario all’esclusione sociale dovrebbe evitare di studiare Nietzsche? Non c’è nulla nelle sue idee che possa essere valido? Deve essere per forza preso tutto in blocco, o rifiutato altrettanto in blocco? Questo è un atteggiamento errato e ingiusto, verso il filosofo tedesco come verso chiunque altro. Lo stesso vale per Gramsci.

Pure, oggi Marx è un altro pensatore il cui patrimonio di idee e di analisi viene riveduto e corretto in senso liberale. La società senza Stato fa gola ai capitalisti globalizzati, lo studio delle crisi cicliche e dei modi di recupero sono punti di vista improvvisamente preziosi, per loro. E questa è solo l’ultima tendenza a recuperare in altra maniera le idee marxiane: tutto il comunismo internazionale novecentesco ha tirato da una parte e dall’altra i concetti di Marx a giustificazione delle proprie scelte. Per non parlare di Lenin (si veda l’Introduzione di Attilio Mangano a L’estremismo, malattia infantile del comunismo, M&B Publishing, 1998) e dello stesso Gramsci, sui cui ora conviene recuperare Gramsci conteso, di Guido Liguori per Editori Riuniti, ripubblicato di recente in una nuova edizione aggiornata.

Credo che in fondo questa diatriba sia solo l’ultima di una tradizionale lotta per l’identità che appartiene a tutti i movimenti politici e religiosi, la ricerca di una purezza, o talvolta di una proficua contaminazione, che anche a sinistra ha mietuto le sue vittime, e i suoi buoni raccolti. Se da un lato c’è sempre sofferenza e crisi, dall’altro c’è vita e dibattito. Non siamo lontani da ciò che è emerso nell’articolo Valentina VS Diego, sia per quanto riguarda le commistioni che per le distinzioni.

Ma insomma, io come la penso? Come al solito, il mio “equilibrio” da fan dello Yin e dello Yang, mi rende difficile fare il partigiano vero e proprio. Da un lato penso che il nome di Gramsci debba restare sulla testata dell’Unità, perché significa riconoscere a Gramsci un ruolo di primo piano nel pensiero politico del paese, che troppo spesso viene dimenticato proprio dalla sinistra. Tenerlo presente, anche come fondatore di un giornale che forse non ne rispecchia più le idee, non mi pare una operazione commerciale, di marketing giornalistico e culturale, ma un auspicio a riprenderne lo spirito critico. Dall’altro, è necessario dimostrare di conoscere Gramsci e renderlo realmente patrimonio di tutti, far sì che quel nome sulla testata non si riduca appunto a un’operazione estetica, ma che renda l’Unità degna di porsi come contenitore di pensieri critici, anche verso il proprio partito di riferimento. Solo così ha senso richiamarsi al fondatore, già ampiamente tradito e dimenticato.

***

Per concludere con una nota di approfondimento sul tema delle dispute della sinistra, riporto un commento che avevo scritto tempo fa sul blog di Redpoz, riguardo alle sofferenze nella scelta di quali posizioni assumere. Come accennato già in Valentina VS Diego, l’identità della sinistra è in crisi anche perché sul piano culturale non sembra più produrre nulla di nuovo, focalizzandosi solo sulla riforma economica, quasi che il resto sia scontato, mentre l’idea centrale (secondo Red e pure secondo me, che su questo gli avevo risposto) dovrebbe essere vicina a quella esposta in Avere o essere? da Fromm:

La questione dell’appiattimento sul problema economico e la rinuncia di fatto a qualsiasi dimensione alternativa è secondo me un effetto degradato delle “sofferenze” teorico-pratiche della sinistra internazionale, sull’onda lunga della Guerra Fredda. Dal momento in cui il mondo si divise in sfere d’influenza, la sinistra ha subìto lacerazioni interne difficili da guarire: si doveva appoggiare l’URSS o inserirsi appieno nei sistemi democratici occidentali? Si doveva mantenere un profilo rivoluzionario o uno riformista? Era preferibile mantenere l’equilibrio come il PCI, o dare uno scossone alla società come la sinistra extraparlamentare? Meglio la Cuba degli anni Sessanta o quella dei Settanta-Ottanta? La Cina di Mao o quella di Deng? Già, Deng: “non importa di che colore sia il gatto, l’importante è che acchiappi i topi”. Netto pragmatismo anti-ideologico. E la Cina oggi traina il capitalismo mondiale. Marchionne, seppur con discrezione, la apprezza anche troppo.

Il fatto è che l’economia ha assunto una dimensione ipertrofica, sta passando dall’essere una struttura sottesa alla società, con le sue influenze sulla cultura e le espressioni ideali e ideologiche, a essere la società stessa, a inglobare le sovrastrutture culturali nella sua logica tecnicizzante. Da un lato non è possibile, in alcun modo, prescindere dall’accettazione del modo di produzione che regola le nostre vite; mi pare evidente che la ricerca di un’alternativa debba partire da un discorso economico. Dall’altro, ricominciare a costruire un’alternativa culturale e ideale, con cui agire non solo sul piano economico, ma anche sulla riconquista delle sovrastrutture “mangiate” dalla logica economica, è in realtà lo sforzo di concepire le alternative del moderno, un tipo di progresso differente dal concetto positivistico cui siamo tutt’ora attaccati. Forse è in questa piega del problema che si inserisce l’idea radicale di Marx per come la presenta Fromm: la critica del capitalismo è una critica all’avere molto, da cui deriva la sperequazione per cui chi HA molto, automaticamente E’ molto; chi ha poco, non ha possibilità di essere. Però, essere molto non dovrebbe necessariamente derivare dall’avere molto, quindi agire sul modo di produzione affinché tutti abbiano almeno un po’, contribuisce a far sì che tutti siano almeno qualcosa.

Non è facile districarsi. Ho trovato una citazione di Marx (tratta dai Manoscritti economico-filosofici del 1844) che forse dà un’idea della questione: “Quanto meno mangi, bevi, compri libri, vai a teatro, al ballo e all’osteria, quanto meno pensi, ami, fai teorie, canti, dipingi, verseggi, ecc, tanto più risparmi, tanto più grande diventa il tuo tesoro, che né i tarli né la polvere possono consumare, il tuo capitale”. Questo è umanesimo, senza dubbio. D’altro canto, alla faccia di Fromm, fu Gramsci a definire la rivoluzione bolscevica come “la rivoluzione contro ‘il Capitale’ di Carlo Marx”, contro le incrostazioni positivistiche, le interpretazioni appiattite sul discorso economico puro, quello delle società capitalistiche avanzate quali uniche società pronte alla transizione al comunismo, cioé all’alternativa.

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2 responses to “A sinistra di che?

  • redpoz

    Non ricordavo se avevo risposto al tuo commento che riporti qui, infatti non vi avevo risposto…
    Ecco, allora ne approfitto ora in calce a questo post per aggiungere a quanto scrivevi su Gramsci e sulla Rivoluzione d’Ottobre e lo stesso Trotzkji era giunto a conclusioni non distanti (forse più possibiliste), riflettendo soprattutto sulla “burocrazia” dilagante nell’URSS staliniana, Trotzkji si poneva di fronte al fallimento del progetto rivoluzionario ed all’esigenza di tornare a definire un nuovo “programma minimo” in vista del “programma massimo”.
    (trovi il pensiero completo alla fine di “Zizek presenta Trotzkji”- se riesco lo copio).

    Ecco, ora, io sono l’ultimo ad aver titolo per commentare Trotzkji o Gramsci, ma una cosa la azzarderei: siamo tornati ad un “programma minimo” (leggi: riforma del lavoro, 80 euro, art. 18 o quel che sia -giusto per citare alcuni esempi), forzatamente e senza riflettervi. E in tutto questo, qualsiasi “Programma massimo” è scomparso.

    • GoatWolf

      Quello di Zizek su Trotsky lo sto desiderando da tanto😀 , Forse il mese prossimo me lo potrò accaparrare. A proposito, di Zizek hai letto altro? Cosa mi consiglieresti?

      Per quanto riguarda il tema (tra l’altro è stata una fortuna essermi ritrovato quel commento in un file sul pc, perché non sono riuscito a individuare dove lo avevo scritto sul tuo blog e non sapevo nemmeno se mi avessi risposto), penso che la scomparsa di un “programma massimo” sia il fondamentale disagio della sinistra, perché non è solo scomparso un impianto ideologico che ormai non riusciva più ad adattarsi ai tempi: è scomparso il collante dei “programmi minimi”, un orizzonte concettuale che possa articolare un discorso politico vasto, una costruzione di lungo termine. E il limite a una ricostituzione dello stesso è dovuto al fatto che ancora adesso si pensa al massimalismo come alla rivoluzione socio-politico-militare degli ultimi due secoli, invece di riconsiderarlo in chiave culturale.

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