Conan il Cimmero

Uno dei film che mi hanno sempre accompagnato sin da bambino, cui sono legato perché lo vidi insieme a mio padre la prima volta, è Conan il Barbaro (J. Milius, 1982). Mi affascina tutte le volte che lo vedo. Magia, passione, mistero, violenza, coraggio, vendetta, si mescolano in un vortice dal sapore nietzscheiano. Il fantasy è da allora diventato uno dei miei generi preferiti. Ho ritrovato questo articolo che scrissi 9 anni fa per un forum di cinefili sul rapporto tra il personaggio letterario e la sua versione cinematografica, e voglio riproporlo con qualche aggiunta.

Da anni sto andando avanti, pur con lunghe pause, con i racconti di R.E. Howard (ripubblicati da Mondadori in quattro volumi) e devo dire che lo spirito di fondo è stato molto ben reso da quell’altro pazzo di John Milius; dico “quell’altro” perché lo stesso creatore di Conan non doveva essere molto giusto di testa. A dire il vero, su Howard ho sentito versioni contrastanti: da un lato era un introverso, completamente succube di una madre castrante, dal temperamento abbastanza quieto, amante dello sport e, come si evince da ciò che scriveva, un intellettuale; dall’altro era un paranoico che la sera si chiudeva in casa sbarrando porte e finestre, caricando tutte le armi che aveva perché convinto che i suoi concittadini aspettassero l’occasione d’ammazzarlo. E quando scriveva, entrava in un mondo esclusivamente suo dove i suoi personaggi e le loro avventure erano reali come egli stesso.

Proprio Milius, in un’intervista per i contenuti speciali del dvd, racconta suggestivamente la nascita di Conan nella mente di Howard: una sera, chiuso in casa per la pioggia, Howard non sa cosa scrivere e indugia pigramente davanti alla scrivania, quando un tuono improvviso riempie l’aria di un’atmosfera elettrica. Howard sente dietro di sé una presenza imponente, i cui muscoli si contraggono mentre stringe un’enorme ascia… e una voce imperiosa gli parla: “Io sono Conan il Cimmero e se non scrivi esattamente tutto quello che ti dico, ti spacco in due con la mia ascia”. Così Howard comincia a scrivere nervosamente, in preda al panico, senza fermarsi fino al mattino, quando nella luce dell’alba riesce a riprendere il controllo di sé. Ma subito riprende il lavoro, perché sa che quando si farà di nuovo buio Conan tornerà, con la sua ascia.

Ora, Milius non è poi tanto lontano da Howard; è un appassionato d’armi (fa parte dell’associazione pro-armi di cui è presidente Charlton Eston, la NRA), un “machista” che crede nei saldi legami maschili di uomini forti e coraggiosi, forse anche un po’ frustrato per sogni infranti che si riversano nei suoi lavori, in cui visioni pessimistiche si incrociano con lo spirito indomito di combattenti della vita. Stando a Wikipedia si autodefinisce un “anarchico zen”, più volte accusato di essere reazionario, eppure mai definitivamente etichettato come tale. Chi meglio di lui, guerriero della macchina da presa, poteva girare un film su Conan? E infatti il suo barbaro è quanto di più vicino al superuomo di Howard, rozzo e violento, ma anche sincero e leale, mito umano di un mondo leggendario, quello hyboriano, di poco successivo alla caduta di Atlantide.

Nel film è riassunta una parte della sua storia, con molti riferimenti a svariati racconti, e inventando di sana pianta tutto il resto. La differenza più grande, a livello narrativo, è la presenza nettamente minore di elementi fantastici rispetto ai racconti, in cui le assurdità della magia sono all’ordine del giorno; e tuttavia questa scelta mette in risalto l’irrompere nel mondo hyboriano di stregoni, mostri e demoni (chi non è rimasto colpito dalla scena in cui gli spiriti dei morti tentano di prendere Conan, o dalla trasformazione di Thulsa Doom?). Ma più di tutto è lo spirito di fondo che ne esce rappresentato in maniera eccellente: quel che Howard ha creato è una moderna saga nordica, in cui il super-barbaro rappresenta ciò che in fondo è una parte di noi stessi in quanto uomini, selvaggi, primordiali, protesi alla lotta per la sopravvivenza, con le nostre terribili paure, ma anche con la forza di superarle, di rialzarci dopo le inevitabili cadute.

E il coraggio della sincerità nei rapporti col prossimo. Un punto ricorrente nell’opera di Howard è la critica alla civilizzazione: quanto più l’uomo si innalza dal suo stato bestiale, tanto più degenera nella meschinità e nella codardia, protetto da una società ipocrita che ha il suo credo in falsi valori che nascondono miserevoli tornaconti personali. La barbarie diventa sinonimo di libertà, di sincerità, di ricerca di quella forza per combattere sempre, incessantemente, che al vero Howard, nella bigotta e limitante cittadina del Texas in cui era nato e cresciuto, mancava. R.E. Howard, infatti, si suiciderà dopo la perdita della madre, all’età di 30 anni.

“Gli uomini civili sono più villani dei selvaggi perché sanno di poter essere maleducati senza che qualcuno, per questo, gli spacchi la testa. Almeno, come regola generale.”
Da La Torre dell’Elefante, 1933

Conan è un antieroe e Milius lo ha reso per ciò che era: “un guerriero, un assassino, un ladro e un predone, dagli infiniti silenzi e dagli incontenibili scoppi d’allegria, destinato a rovesciare i troni del mondo sotto un piede calzato di sandali”. Milius ricostruisce il mito, fa rivivere l’eroismo non solo di Conan, ma della mitologia nordica stessa, attraverso scene dal forte impatto visivo, scenografie e costumi estremamente curati e una splendida colonna sonora dallo stile wagneriano di Basil Poledouris. Ciò che in letteratura è definito “fantasy eroico”, nel cinema è vera mitologia.

***

Aggiungo qui di seguito alcuni momenti di discussione sul mio articolo.

1 – “Milius effettivamente riduce la dimensione prettamente “fantasy” del mondo di Conan, poichè è di gran lunga più interessato a quella eroica, superomista e romantica. Conta lo spirito e volontà nel Conan di Milius, caratteri sostanziati dalle qualità fisiche e corporee. La magia e la componente soprannaturale hanno solo valore contingente, quali strumenti da utilizzare per superare difficoltà o fenomeni da cui difendersi, e folcloristico/d’ambientazione. Non so, poi, se si possa definire Conan un antieroe. Io lo diefinirei proprio un eroe, ma alla Milius. Un eroe che vince, ma perdendo, che batte il nemico, ma che per farlo deve cambiare lasciandosi alle spalle qualcosa… Ottimo post, comunque, è bello vedere che personaggi fantasy come Conan siano ancora apprezzati dopo il fenomeno Tolkien.”

1.1 – Sulla questione eroe/antieroe, tutto sta ad intendersi sull’accezione: io uso antieroe per Conan nel momento in cui egli combatte per se stesso prima che per una qualsiasi giusta causa, ricorrendo all’omicidio anche per questioni di potere (mi riferisco ora al personaggio dei racconti), senza farsi molti scrupoli o non essendo capace di farsene. E’ sicuramente molto lontano dal cavaliere teutonico o anglosassone che si batte contro nemici simili, anzi è agli antipodi e rifiuta qualsiasi tipo di dovere che non sia la propria sopravvivenza attraverso il combattimento; insomma è un antieroe non nel senso del derelitto privo di valori e di prospettive, bensì nella sua interpretazione di eroismo selvatico e primordiale. Per intenderci con un paragone fumettistico, Conan è vicinissimo a Lobo e lontanissimo da Superman. Eppure anche Lobo, a suo modo, è un eroe… Infine, nonostante il fascino, mi sento più coinvolto dall’atmosfera epica dei racconti di Howard che da quella fiabesca di Tolkien. Può anche darsi che ci sia stato l’imprinting del film quando ero piccolo, ma anche se il mondo hyboriano è meno definito della Terza Era, continuo a sentirmene più attratto.

2 – “Conan è ciò che eravamo e che ancora rimane alla base del nostro essere. E’ la semplicità contro la sofisticazione. E’ un urlo contro ciò che risulta incontrollabile e a noi superiore. Conan è un individualista in un mondo di uomini tutti uguali e assoggettati. E’ la forza della natura che ancora alberga nello spirito umano. Qualcosa in grado di sconfiggere l’invincibile con l’incoscienza di un bambino. Conan nasce e cresce nella frustrazione. Invecchia ma in fondo non cresce mai. Conan è qualcosa in cui Howard forse voleva credere, ma in cui probabilmente non ha mai creduto. In genere chi pensa a ideali irrealizzabili, lo fa anche perché ha bisogno di crederci. Non so, forse si sentiva talmente imbrigliato nella “vita sofisticata e moderna” da sentire il bisogno d’altro. Forse voleva solo convincersi che il problema non era in lui, ma in quel mondo così opprimente. Parlo ovviamente in astratto, so ben poco della vita di Howard. Penso che chi sogna le cose più lontane da se idealizzandole, in fondo vorrebbe solo fuggirle.”

2.1 – E’ pur vero che Howard riversava in Conan un disprezzo per la civiltà in sé che gli veniva da un carattere eccentrico e terribilmente introverso, nel corso di una vita spesa in un ambiente soffocante e meschino come quello di una piccola cittadina texana, in cui ignoranza e sopraffazione potevano rendere la vita di un ragazzo sensibile un vero inferno. Però la sua critica, o se preferisci la sua polemica, ha un fondamento per me più che accettabile, pur preferendo io in tutto e per tutto la civiltà alla barbarie. In realtà, il discorso è soprattutto etico-comportamentale: se una persona è sgarbata, dobbiamo reagire subito per non lasciarci schiacciare dal rancore (si rimugina sempre dopo per non aver risposto a tono) e per far capire che non vogliamo esser trattati male. Allo stesso modo, non possiamo trattare a pesci in faccia chiunque, perché trincerarsi dietro la sicurezza di non dover pagare nessun prezzo, o meglio di non doverci assumere la responsabilità delle nostre azioni, è da vigliacchi e da codardi, perché è disonesto – se dovessimo pagare, ci penseremmo due volte prima di fare i gradassi. Poi non nego certo che bisogna sapersi adattare alle situazioni, imparare a capire quando è il caso di reagire e quando di tacere, per evitare guai più grandi. Anzi, per quanto affascinante, Conan è colui che non sa adattarsi, se per ogni occasione sfodera la spada e spacca tutto. Lui è furente e selvaggio come molte persone vorrebbero essere, ma lo è sul serio e con diritto, perché ne paga il prezzo fino in fondo. Solo che non si può essere soltanto come lui. Bisogna averlo in sé, non reprimerlo, ma lasciarlo libero quando è il momento.

***

Nota sul titolo – Conan è un abitante della Cimmeria, zona selvaggia del nord di Hyboria. La parola originale inglese per definire gli abitanti di questa zona è cimmerian, che nelle lingue latine può essere tradotto con cimmero o cimmerio. Mentre in italiano si trovano entrambe le forme, in spagnolo e in portoghese si usa la seconda (cimmerio e cimério rispettivamente). Nell’adattamento italiano del film di Milius, Conan viene definito “il cimmero” (tra l’altro, se non ricordo male, con l’accento sulla I invece che sulla E, ossia “cìmmero” anziché “cimmèro”, ma questo contrasta con la pronuncia più diffusa), mentre nel remake del 2011 è definito “il cimmerio”. Ho scelto la prima forma perché è la prima di cui ho avuto esperienza e perché pare che cimmerio sia più usati per gli antichi abitanti della Crimea.

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