EAP: E Allora Paga!

eap revisited

Tipica immagine polemica sull’EAP, modificata per non essere sempre la stessa (scusi, sig. bruno). Esprime bene il concetto ed è un bel disegno.

Le polemiche sull’editoria a pagamento (d’ora in poi EAP) sono cresciute tanto quanto è cresciuta l’EAP stessa. Chiunque abbia pensato almeno una volta a pubblicare sul serio quel romanzo che ha nel cassetto o nella testa da quando era adolescente, ha avuto a che fare con proposte indecenti, polemiche infinite e dubbi amletici. Fate un giro su internet cercando notizie in merito: troverete gente che si scanna come se da questo dipendesse il futuro del mondo, critici e fautori dell’EAP che se ne dicono di tutti i colori, con condimenti variegati che vanno dall’insulto personale alla denuncia di complotto – tra coloro che denunciano l’EAP come una presa per i fondelli e un’umiliazione degli scrittori esordienti, e coloro che lavorano nell’EAP o pubblicano con essa e difendono la democratizzazione dell’editoria contro le grandi case editrici interessate solo ai best seller.

A me è capitato di avere a che fare con una famosa casa editrice a pagamento prima di conoscere tutte queste storie, cioé all’incirca una decina d’anni fa. Avevo letto un annuncio su un quotidiano e, avendo diversi racconti sul computer (scritti per una ancor più antica “gara” su un forum che frequentavo), pensai che sarebbe stato simpatico provare a pubblicarli. Mandai il dattiloscritto e poco tempo dopo ricevetti una lettera dall’editore, che si diceva molto interessato a pubblicare i miei racconti e aspettava una risposta affermativa per preparare il contratto editoriale. L’entusiasmo fu però subito spento da due notizie: la prima riguardava, come è ovvio, la “partecipazione alle spese” per la prima edizione, in realtà totalmente a carico mio, che arrivava a qualche migliaio di euro; la seconda metteva le mani avanti sulla distribuzione, legata a una rete di librerie “non ancora diffusa su tutto il territorio nazionale”. Nulla, da quanto mi ricordo, su servizi di editing e simili; poco sulla promozione, limitata al catalogo da spedire e a qualche pubblicità su canali giornalistici non meglio specificati. In pratica era un’esca per spillarmi un mucchio di soldi, senza alcuna valutazione del materiale, né assunzione di rischi, né assicurazione di visibilità per il mio lavoro. Pensai solo a quanto patetica fosse tutta la storia e, naturalmente, lasciai perdere.

Ora, l’EAP così concepita e condotta è davvero al limite della truffa. Anzi, in alcuni casi lo è davvero: a una mia amica poco accorta, per includere una sua poesia in un volume collettivo, un altro di questi editori ha spillato centocinquanta euro e finora, dopo oltre due anni, il volume ancora non si è visto (le hanno però mandato una copia del loro merdoso catalogo). Nel mio caso, almeno, ho potuto constatare che se avessi pagato l’assurdità che chiedevano, qualcosa di concreto l’avrei visto. Il problema però è il fatto in sé di dover pagare per pubblicare: vuol dire che a tali editori, della qualità di un’opera non frega proprio niente. L’importante è farsi pagare.

Sulla scia di tali considerazioni sono nati vari gruppi di contestazione dell’EAP, i quali tentano di dissuadere gli esordienti dal ricorrere a questa gente spesso poco seria, e soprattutto di convincerli a rivolgersi presso editori che non chiedono soldi in cambio e, perciò, sono interessati alla qualità. Di solito, nelle discussioni che derivano da tali argomenti si scontrano due visioni un po’ estreme: i critici ne fanno una questione ideale, di dignità umana e culturale; hanno ragione, secondo me, quando spingono sulla necessità di essere valutati per ciò che si è scritto, sul servizio di editing per migliorare quanto è stato prodotto, sul diritto a una adeguata forma di promozione, ma hanno torto quando trascendono nel ritenere tutti gli editori a pagamento dei truffatori, e tutti gli autori che con essi pubblicano dei fessi. I fautori, al contrario, ne fanno alternativamente una questione di democrazia o di necessità finanziaria, tra il diritto (presunto) a essere pubblicati, che sarebbe negato dalle grandi case editrici in nome del successo mediatico sicuro, e la crisi dell’editoria in generale, per cui un piccolo editore è “costretto” a chiedere una mano all’autore, almeno per la prima edizione, pur di reggere la concorrenza. Chi lavora nell’EAP, ovviamente, fa discorsi di entrambi i tipi; chi pubblica i propri lavori, spinge soprattutto sulla possibilità di sfuggire alle grinfie dei grandi editori, visti come squali balordi che sputano sui sogni degli esordienti.

Io ho frequentato un corso di editoria, cui è seguito uno stage in una casa editrice di medie dimensioni (non a pagamento), e mi sono formato la seguente opinione. L’editoria a pagamento è un fenomeno connaturato al mondo attuale. Così come tanti vogliono dire la propria su internet (la nuova “democrazia” digitale), e tanti vogliono avere libertà di scelta e di espressione in quanto consumatori globali, allo stesso modo tanti vogliono essere autori di qualcosa, lasciare al mondo un po’ dei propri pensieri in forma di narrativa, cercando quei quindici minuti di celebrità che oggi sembrano finalmente a portata di mano. E, in linea con l’egoismo imperante (o forse si tratta di egocentrismo?), tanti ritengono di avere il diritto a qualsiasi cosa senza doversi vedere giudicati, esaminati e probabilmente rifiutati da qualche “papavero” seduto in un ufficio, che non sa e non capisce né l’opera, né l’autore. Ecco allora la speranza, la democrazia imperniata sul mercato: l’EAP, la possibilità per tutti di pubblicare senza giudizi, senza remore, senza delusioni. Basta solo “partecipare alle spese” e il libro di cui tutti sentivano la mancanza appare sugli scaffali delle librerie. Finalmente l’autore può farsi conoscere, anche se non è un belloccio che buca lo schermo televisivo, anche se non è già famoso per altri motivi, come invece interessa ai colossi dell’editoria, in cerca solo di denaro facile e pubblicità a costo zero (soltanto loro? Sicuri sicuri?).

La mia posizione è quindi riassunta già nel titolo di questo articolo. Posto che la narrativa è il vero terreno di scontro per critici e fautori dell’EAP (sulla saggistica il discorso è diverso, ma ora non ne parlerò), io credo che sia molto più onesto nei confronti degli autori valutare serenamente un’opera e dire loro se è buona o se è meglio lasciarla nel famigerato cassetto. Alcuni editori non leggono nulla, cestinano senza pietà, ma proprio per questo è necessario che un esordiente si armi di santa pazienza e invii i suoi lavori a tanta gente più di una volta, senza cedere alla facilità di un pagamento che, secondo me, annulla il valore artistico del romanzo tanto sudato. Altri editori invece leggono, valutano, e come è probabile danno un giudizio negativo che bisognerebbe accettare in maniera costruttiva, perché non sempre quel che a noi sembra un capolavoro lo è per gli altri. Tuttavia, succede a volte che alcuni autori non se ne rendano conto, essendo solennemente convinti di dover pubblicare un pezzo della loro anima per rendere il mondo un posto migliore, sentirsi in pace con se stessi e, magari, sperare in uno straordinario e inaspettato successo (quindi fama, gloria e un bel mucchio di soldi – almeno per rientrare nelle spese di pubblicazione). Quando succede, spesso contro ogni giudizio professionale, contro ogni buon senso, “EAP” diventa “E Allora PAGA!”.

In quella casa editrice dove ho fatto lo stage, mi è capitato di leggere cose mostruose, su cui non è stato neppure possibile revisionare granché (perché c’era da riscrivere quasi tutto) e gli autori volevano per forza pubblicare, non volevano neppure provare da qualcun altro. Hanno accettato di “partecipare alle spese”, perché la casa editrice non era disposta a rimetterci. E così le poche decine di copie ufficialmente prodotte sono servite a gonfiare l’ego di qualche mentecatto, senza danni per l’editore. In casi del genere, l’EAP è la giusta soluzione per chi proprio non capisce che non è cosa. La differenza con la truffa, perciò, risiede nel modo di intendere il pagamento e nelle conseguenze. Il mio consiglio è di diffidare di chi chiede soldi sin dall’inizio e tentare piuttosto la strada della valutazione; vi sentirete dire di no spesso e volentieri, ma questo non può farvi che bene, se non siete irreversibilmente immaturi. Se nessuno vi vuole pubblicare, o vi fate un bell’esame di coscienza, oppure prendete la scorciatoia e pagate.

E buonanotte al secchio.

Informazioni su GoatWolf

Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basta sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi. Vedi tutti gli articoli di GoatWolf

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