Problemi di espressione. ‘Charlie Hebdo’ e dintorni

Non condivido ciò che dici, ma sarei disposto a dare la vita affinchè tu possa dirlo.
– Voltaire

Sul momento ho voluto solo pubblicare un’immagine evocativa, ma non posso evitare di dire qualcosa. Perché dopo qualche giorno di commenti e articoli letti in giro, qualche riflessione vorrei provare a farla.

Quanto è accaduto in Francia ha qualcosa di mostruoso. Non solo per l’estrema violenza dell’assalto, con un commando che stermina una redazione giornalistica (evoluzione di attentati individuali che già hanno insanguinato l’Europa), ma anche per le conseguenze che ciò avrà nei prossimi tempi. E’ un regalo ai guerrafondai, ai neofascisti, ai reazionari intolleranti che non vedono l’ora di blindare tutto e fare muro contro muro. Una guerra tra fondamentalisti che si alimenta del sangue di chi crede nella libertà di espressione. Mi fa venire in mente quella scena di V per Vendetta dove il conduttore televisivo manda in onda una puntata censurata del suo programma, in cui faceva satira sul governo e i terroristi; la sera stessa la polizia irrompe nella sua casa, lo malmena brutalmente, lo arresta, e il capo gli dice con compiaciuto disprezzo “non fai più tanto lo spiritoso, eh?”. E da quanto ho visto, qualcuno si è pure permesso di dirlo, sul serio, in commento alle pagine di riviste satiriche nostrane sui social network. Mi risulta difficile, da buon italiano, non cominciare a fare dietrologia complottistica, e non pensare quindi che forse il commando di terroristi era formato da fascisti francesi il cui interesse sarebbe evidente. Ma non c’è bisogno che siano altri da chi si ritiene che siano. Basta quello che hanno fatto. Non mi lamento troppo degli sciacalli che fanno propaganda sulla strage, perché era scontato che si comportassero così. Mi lamento delle conseguenze che ci saranno sul lungo termine. Non penso a dittature e cose simili, ma all’egemonia del terrore, alle logiche contorte per cui la difesa della libertà si applica sospendendo la libertà stessa. In nome del grande totem: la sicurezza. Sul cadavere di chi, poi? Di una redazione che prendeva in giro i totem. Tutti i totem. E, soprattutto, i tabù.

Charlie Hebdo era una rivista satirica. Ma satirica nel senso vero, che non guardava in faccia nessuno. Non aveva limiti autoimposti, era acida, volgare e strafottente, allo stesso modo di un programma come South Park. Forse anche di più. E attraverso questo faceva ridere, riflettere e indignare. Ho visto alcune copertine veramente toste, di quelle che provocano ripugnanza perché vanno a toccare immagini sacre, tabù sociali e privati, roba da vilipendio di tutti i tipi. Al di là della strage, non poteva non essere bersaglio di denunce e censure. Perché adesso si fa un gran parlare della libertà d’espressione (persino i fascisti del duemila mostrano solidarietà a un giornale che, ai tempi della “buonanima”, avrebbe ricevuto una visitina dagli squadristi), ma non c’è dubbio che nella normale quotidianità di una nazione, il desiderio di zittire le voci in disaccordo con le proprie visioni sia alquanto diffuso, in varie fasce della popolazione. Lo choc dell’assalto ci spinge tutti a gridare contro la brutale espressione di censura insita nella strage, e questo è un bene; però, se parliamo proprio di censura, senza morti di mezzo, dubito che si possa affermare di essere davvero tolleranti.

D’altra parte, la libertà d’espressione viene talvolta usata come scusa. Discorsi omofobi, razzisti e variamente intolleranti, dall’apologia del fascismo alla xenofobia, ripugnanti nelle forme e nei contenuti, rivendicano “pari dignità” nell’opinione pubblica, arrivando a usare la democratica libertà d’espressione come veicolo per idee assolutamente antidemocratiche. E qui, tra libertà e censura, se ne vedono di tutti i colori: perché se si difende il diritto di un giornale a fare satira corrosiva e irrispettosa, si deve difendere anche il diritto a esprimersi di chi vorrebbe internare gli omosessuali in cliniche per la cura forzata della loro “malattia”. In un gioco di capovolgimenti continui della prospettiva, si finisce col considerare la posizione liberale come intollerante e moralistica (questo non si fa, quello non si dice, per “rispetto”), mentre la posizione reazionaria acquista legittimità come libera opinione. Ciò, naturalmente, non tange le persone informate e di istruzione decente, perché con un po’ di spirito critico si discerne tra ciò che è democratico e ciò che non lo è. Ma il paradosso dell’era informatica è che pochi hanno gli strumenti per discernere, tra giornali interessati allo scandalo e un internet rigurgitante di fesserie: l’informazione è probabilmente l’unica cosa davvero difficile da scovare.

Andarsela a cercare. Questo è un pensiero che in molti esprimono quando succede qualcosa di brutto a qualcuno cui, date le circostanze, sembra esser mancato il senno e la prudenza. Spesso si degenera nel victim bashing, ossia nell’incolpare la vittima della sua propria disgrazia (per esempio, una donna che è stata violentata deve aver provocato l’aggressore con vestiti succinti, atteggiamenti “sconvenienti”, essere uscita di notte per ubriacarsi e girare con sconosciuti per luoghi periferici, ecc., quindi se l’è andata a cercare). Nel caso di Charlie Hebdo non sono stati tutto sommato in molti a dire “ben gli sta”, perché in un clima di guerra al terrorismo, di “noi contro di loro”, è più importante scagliarsi contro i terroristi islamici, che stare a fare le pulci sul comportamento dei redattori uccisi. D’altra parte le famose vignette su Maometto, ripubblicate nonostante i ben noti avvenimenti in occasione della loro prima pubblicazione, erano un rischio. Possiamo davvero star tranquilli, quando facciamo provocazioni? Solo perché viviamo in un regime democratico? Fin dove possiamo spingerci, prima che qualcuno decida di chiuderci la bocca fregandosene dei diritti? Dove sta il limite tra libertà d’espressione e insulto? Tra diritto a pubblicare e rischio di vedersi censurati per vilipendio? Lasciamo da parte le leggi, quelle non sono in discussione, proviamo invece a vederla in maniera pratica: se è nel nostro diritto esprimere dissenso, possiamo andare, per esempio, a un raduno di neofascisti a intonare canti della Resistenza, e aspettarci di uscirne incolumi? Certamente no. Se abbiamo il diritto di esprimere le nostre opinioni, abbiamo anche il dovere di esprimerle nei modi e nei luoghi opportuni. Civiltà vuol dire anche questo. E nonostante tutti gli accorati appelli del papa e dei capi religiosi moderati, purtroppo è un fatto che la religione sia in sé uno degli argomenti più delicati. Il rischio di trovarsi a contatto con dei fanatici aumenta esponenzialmente.

Il discrimine nel caso di Charlie Hebdo è dato però dalla violenza. Le vignette potevano anche essere offensive, ma in un contesto democratico le persone possono scegliere di non comprare la rivista, di non dare importanza ai suoi contenuti, e al massimo di querelare. Mai e poi mai di imbracciare un mitra e uccidere. Il prezzo da pagare per aver offeso pubblicamente qualcuno o qualcosa non può essere il sangue. L’intervento censorio in casi estremi è necessario, per esempio sui social network dove la gente si lascia andare a insulti e invettive pesanti, o per il controllo di contenuti offensivi, ma questo implica valutazioni caso per caso, e comunque sempre sanzioni accettabili. La rivista francese era già stata denunciata e chiusa varie volte, a causa delle sue pubblicazioni particolarmente offensive. Quanto avvenuto il 7 gennaio è tutt’altro. Per questo, fuori di ipocrisia, è possibile dire Je suis Charlie, anche se non si condivide quella satira. Perché, alla fine, dovremmo tutti aggiungere je suis Voltaire aussi.

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Infine, qualcosa da leggere da Limes:

Piccolo dizionario al contrario

Come evitare lo scontro di civiltà

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Aggiornamento: dopo aver visto la copertina del nuovo numero della rivista, con Maometto o chi per lui che regge il cartello Je suis Charlie con una lacrima sul viso, ho pensato che hanno perso un’occasione per essere ancora più caustici e autoironici, anche di fronte alla propria tragedia. Io ne avrei fatta una riedizione di quella con il musulmano sforacchiato dai proiettili e la scritta “Il Corano è una merda, non ferma i proiettili”, mettendoci un vignettista nella stessa condizione e la scritta “Neanche Charlie Hebdo ferma i proiettili”. Sono cattivo? Esagerato? Inopportuno? Irrispettoso? Volgare? Sono Charlie!😀

Informazioni su GoatWolf

Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basta sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi. Vedi tutti gli articoli di GoatWolf

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