Bertinotti. Una valutazione personale

Bertinotti-Fausto-2L’uscita di questo articolo su Repubblica mi spinge a scrivere qualche considerazione sul personaggio politico italiano che mi è sempre piaciuto di più. Penso sia giusto parlarne in toto e non solo in merito alle sue recenti dichiarazioni, riportate forse in modo superficiale, ma su cui ci sarebbe molto da discutere.

Fausto Bertinotti ha avuto su di me un’influenza enorme. Quando cominciai a interessarmi di politica, da adolescente negli anni Novanta, ero tendenzialmente un fervido rivoluzionario filosovietico per il quale non esisteva altra via che la ricostituzione immediata dell’URSS e la ripresa del movimento comunista internazionale. Ciò, come è evidente, proprio nel periodo in cui quell’esperienza si era appena conclusa e, forse più di oggi, il pesante discredito sull’intera cultura di sinistra era aggressivo, implacabile ed ebbro per la “vittoria”. In realtà, se la gente non avesse inziato a parlare malissimo dei comunisti, peggio che in passato, forse non mi sarei incuriosito per cercare di capire il motivo di tutto quell’astio e magari avrei preso una direzione un po’ diversa, forse.

Comunque sia, da bravo adolescente, ero furioso e acritico, manicheo, intransigente e severo. Nella mia ricerca di un mondo che stava morendo, ma che nella mia testa si poteva “salvare”, non c’era nessuna differenza tra il PCUS e Rifondazione Comunista, perciò
la gloria riservata a Stalin, o anche Mao, Che Guevara ecc. poteva essere attribuita ai semi-sconosciuti segretari del residuale comunismo parlamentare italiano. Ancor di più per la gravità del momento storico. Quindi, Bertinotti era per me sullo stesso piano non solo di Togliatti (che all’epoca conoscevo pure poco), ma di Lenin stesso.

Inevitabile, quindi, che cercassi qualsiasi cosa lo riguardasse, possibilmente scritta di suo pugno. Ricordo ancora oggi la prima intervista che lessi su un quotidiano, probabilmente un’anticipazione de Il nostro nuovo comunismo (ripartendo da Marx), un libro-intervista del 1996 edito da Carmenta; era come di consueto di grande lucidità, fitta di informazioni e richiami ad argomenti per me ancora lontani e sconosciuti, ma anche di valutazioni sui rapporti interni al partito, rapporti ideologici. Mi rimase impresso un appello a non restare ancorati a vecchie discussioni: non ha più importanza litigare su chi avesse ragione tra Stalin e Trotsky nel 1927, oggi è necessario mettere da parte le antiche divisioni e i rancori per poter ricostruire un’alternativa comunista, fuori dall’ombra dell’URSS come del PCI, ma contro la svolta moderata di Occhetto (colui che ha cambiato il nome – e il programma politico – del PCI in PDS). A partire da quelle parole, nonché dalle analisi interessantissime che Bertinotti sciorinava nei suoi interventi in tv e sulla stampa, iniziai ad ammorbidire le mie posizioni, soprattutto i miei atteggiamenti, e a pensare in modo più critico. Se il fascino dei grandi leader rivoluzionari, in primis Stalin, non diminuiva, al contempo mi rendevo conto di come tutti i comunisti, compresi gli “eretici” come Trotsky e persino Tito, avessero un bagaglio di visioni differenti e ugualmente importanti. Si trattava cioè di recuperare una storia e un patrimonio di idee ed esperienze per formare una nuova politica radicale, senza stare più a stilare sciocchi elenchi di “puri” e “impuri”. Per questo non ho mai adottato una definizione ristretta, non mi sono mai dichiarato leninista, maoista o altro, ero nella maniera più generica ed estesa un comunista, erede di tutti i comunismi novecenteschi. Quelle distinzioni non avevano davvero più senso, e Bertinotti mi aiutò a capirlo.

In seguito, la sua visione aperta e dinamica del ruolo di Rifondazione, soprattutto in rapporto ai movimenti altermondialisti, mi ha spinto a uscire da quella che potrei definire come nostalgia postuma, cioè di un mondo mai vissuto, e interessarmi invece ai problemi attuali, alla ricerca di nuove analisi e nuovi linguaggi politici. Anche se gli eventi del 1998 (caduta del governo Prodi a opera dell’alleata Rifondazione) furono un macigno politico che causò problemi infinitamente più grandi (ossia l’ascesa incontrastata di Berlusconi) di quelli che il riformismo prodiano-neodemocristiano avrebbe portato, io ho continuato a vedere in Bertinotti un intellettuale politico di alto livello, lontano da facili slogan o invettive prive di sostanza. Nonostante le critiche da tutte le parti, per l’attenzione smodata ai movimenti, a temi e agende sempre meno vicini al mondo del lavoro e un po’ troppo alle lotte “moralistiche” sui diritti civili, alle apparizioni nei salotti tv, Rifondazione continuava a crescere nel paese. La voce critica di Bertinotti portava sempre un po’ di intelligenza in ogni confronto.Tutto ciò mi ha sempre aiutato a coltivare una visione marxista moderna e a rifiutare chiusure dogmatiche. Persino a valorizzare l’autocritica, che oggi nessuno sembra sapere cos’è.

C’è voluto un secondo momento imbarazzante come alleato di governo (il governo dell’Unione) e lo spietato pragmatismo del voto utile veltroniano, per distruggere ogni cosa. Bertinotti per primo. Con la sua uscita di scena, il vuoto nei dibattiti politici era evidente. Ma il suo ritagliarsi un ruolo da mero osservatore politico, anche attraverso la sua rivista “Alternative per il Socialismo”, ha reso via via più lampante una sorta di crisi nel suo pensiero. Proposte poco chiare, decisioni discutibili e strani ripensamenti hanno segnato questi ultimi anni, non da ultimo il rapporto con SEL e la creazione di Rivoluzione Civile. Una confusione di idee e progetti cui ho fatto fatica a dare attenzione. E oggi, Bertinotti se ne esce con quella che sembra una svolta inaudita, un po’ come la dichiarazione di Castro che “il socialismo non funziona“. Devo ammetterlo, Castro non mi ha stupito, Bertinotti sì.

In realtà, a leggere bene l’articolo, o a guardare uno dei video in cui Bertinotti sdogana il liberalismo e sembra mettere la pietra tombale sul comunismo, si comprende come le sue dichiarazioni siano più complesse di quanto appaiano. La crisi è evidente, profonda, ha il sapore della conversione in punto di morte, eppure tocca ancora dei punti importanti, su cui in passato mi sono interrogato anch’io. Intanto, la trasversalità di alcune battaglie: i diritti civili non sono certo un’esclusiva dei Radicali, ma nonostante il loro ripugnante liberismo economico è possibile cercare intese su temi specifici, perché la libertà individuale, per quanto sembri “strano”, è fondamentale anche per la sinistra egualitaria (a che serve essere tutti uguali se non nelle possibilità di realizzazione individuale, attraverso ciò che è comune?). Poi, il pensiero liberale: per quanto alcune differenze di concezione del mondo siano inconciliabili con una prospettiva socialista, è innegabile che nel liberalismo sia insita una forte tensione democratica, cui si oppongono nemici comuni come il neofascismo e il conservatorismo di stampo religioso. Lo scambio di idee e la comunicazione tra marxisti e liberali (lo sosteneva già Bobbio, a modo suo) può essere una risorsa importante per diversi problemi sociali. Fin qui, non c’è una abdicazione ai principi del comunismo, semmai una prosecuzione di quell’apertura che manca alla galassia di partitini dell’estrema sinistra. L’idea, discutibile quanto si vuole (vedi l’ultimo Horkheimer), per cui la libertà individuale non è separabile dalla giustizia sociale e viceversa, è un fondamento socialista imprescindibile, nonostante lo stalinismo.

Il problema vero sta nelle frasi in cui Bertinotti cede, o così pare, all’idea che il comunismo novecentesco sia risolvibile nel modello sovietico, un’esperienza monodimensionale giudicata perdente nella sua interezza dalla storia, che oggi non ha più senso perché non c’è più un soggetto sociale adatto a incarnare il momento rivoluzionario in quel “meccanismo” marxiano che è la lotta di classe. Qui Bertinotti sembra ignorare del tutto idee invece diffuse nei movimenti che lui ancora vede di buon occhio, come quelle di Negri, Zizek e anche Latouche, abbandonandosi a una visione dell’individualismo un po’ superficiale. Soprattutto quando relega, o quasi, il comunismo a una forma di repressione del dissenso in vista di una futura, migliore società, dove della repressione si possa fare a meno dopo aver difeso la rivoluzione. Come fa a dirlo proprio lui? Lui, che si è formato politicamente in molte esperienze diverse, che ha viaggiato il mondo incontrando personaggi di ogni tipo di sinistra, che conosce le varie sfaccettature del socialismo nella sua forma più ampia e quindi sa, credo molto bene, che non esiste una visione univoca e schematica delle esperienze del secolo scorso; anzi, al netto delle critiche possibili, il comunismo ha in più di un’occasione storica favorito e difeso la democrazia, sociale e politica… altro che repressione. Qui – e con l’appoggio al papa in carica (ma persino a quello emerito!) il quale, per quanto carismatico nel suo atteggiamento “francescanizzante”, sul comunismo ha detto solo cose negative – Bertinotti fa un passo indietro pauroso, dettato forse dalla stanchezza per una politica ingrata ormai troppo avanzata nella sua incapacità di trovare nuovi sbocchi. Non ho potuto fare a meno di ripensare alle parole di una mia amica su un altro suo intervento, tempo fa: “sono le parole di un disperato!”.

Superato il colpo, posso concludere però sottolineando di nuovo l’importanza di Bertinotti nella mia formazione politica, un’influenza benigna che ha dato i suoi frutti e il cui valore non sarà mai inficiato dalle stranezze di oggi.

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Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basta sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi. Vedi tutti gli articoli di GoatWolf

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