Il Gigante Verde-Oro

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Brasile. Uno dei paesi a più alto tasso di sviluppo economico assieme alla Cina (di cui ho parlato qui), all’India, alla Russia, al Sudafrica e alla Corea del Sud. Uno dei paesi geograficamente più estesi del mondo, ricco di risorse e potenzialità. Caratterizzato da una piramide sociale con una punta di super-ricchi (gente che va da casa a lavoro in elicottero) e una base di sottoproletari al limite della fame. In mezzo, una classe media in aumento, ma dal futuro incerto.

All’inizio dell’estate il Brasile è venuto alla ribalta internazionale per le proteste contro il governo, contro i suoi sprechi, la sua corruzione, le sue politiche schizofreniche sui beni pubblici. Si ripetono scene e situazioni di protesta di strada già diffuse in altre parti del mondo. Eppure il governo è retto dalla prima donna presidente, Dilma Rousseff, appartenente al partito di Lula, una delle figure più apprezzate della sinistra internazionale. Un partito, il PT (Partido dos Trabalhadores) che regge il paese ormai da dieci anni, avendo ottenuto sempre moltissimi voti. Questo, tra l’altro, dopo decenni di opposizione radicale e una rapida correzione di rotta nel 2003 verso posizioni “roosveltiane”, pur restando sempre e comunque alveo di tutte le speranze di rinnovamento profondo della società brasiliana. Come mai, tutto a un tratto, sembra essere diventato così degno di biasimo?

Innanzitutto, bisogna tenere presente che la crescita economica del Brasile presenta le iniquità tipiche di ogni boom: il costante pericolo dell’inflazione e di un incontrollato aumento dei prezzi; la concentrazione della ricchezza ancora in una minoranza privilegiata; le oscillazioni del mercato del lavoro; la pressione fiscale ingente a fronte di una corruzione politica dilagante, che danneggia il settore pubblico in favore di quello privato, ad esempio nella salute e nell’educazione (il servizio sanitario pubblico è carente e la maggioranza della popolazione tenta di pagare le assicurazioni private, come negli USA), con un conseguente aumento di fatto della sperequazione sociale.

Questo però non vuol dire che il Brasile vada ancora considerato un paese del Terzo Mondo, navigando invece verso un futuro più prospero: soprattutto nell’ultimo decennio, lo schema piramidale della società brasiliana ha visto aumentare gli strati medi con la diffusione di un maggiore benessere, mentre l’adozione di politiche assistenzialiste, al netto delle ambiguità tipiche di tali iniziative, ha aiutato almeno in parte le fasce povere a entrare nel mercato dei beni di consumo. Inoltre, in politica estera, il Brasile si è aperto molto più che in passato ai “vicini di casa”, complice anche la florida stagione dei governi di sinistra come in Venezuela, Ecuador e Bolivia; la creazione del Mercosul, in particolare, è stata una mossa interessante per tutta l’America Latina di porre un’alternativa all’ALCA, il progetto di mercato libero tra le americhe proposto dagli USA. A ciò bisogna aggiungere una forza tipica dell’economia brasiliana: con una popolazione di quasi duecento milioni di abitanti, esiste un mercato interno di consumo enorme, che riesce a mantenere relativamente bassa la possibilità di crisi da sovrapproduzione e aiuta nelle importazioni.

Detto questo, perché sono esplose quelle proteste? Come hanno fatto a dilagare in un paese in cui la partecipazione politica è sempre stata alquanto bassa, se si eccettuano momenti storici drammatici come il golpe del ’64 e la fine della dittatura militare vent’anni dopo? La questione non è semplice, ma come tante altre nasce da una cosa piccola, la classica goccia che fa traboccare il vaso: l’aumento di 20 centesimi sul prezzo del trasporto pubblico, per finanziare la costruzione di nuovi stadi in vista del Campionato mondiale di calcio del prossimo anno e delle Olimpiadi del 2016. Come recita lo slogan più diffuso dei manifestanti, Não é por 20 centavos (“non è per 20 centesimi”): è per la gestione tutto sommato pedestre delle risorse economiche a disposizione, per la priorità data a progetti di grande spettacolo, ma poca utilità, a fronte di disagi ancora pesanti in settori vitali come l’educazione, la sanità, la sicurezza: nei maggiori centri abitati, quest’ultima sembra al livello delle grandi città statunitensi negli anni Settanta-Ottanta, il crimine e la violenza aumentano costantemente e la polizia è spesso impreparata e facile alla brutalità. Una brutalità che in più di un’occasione è esplosa contro i manifestanti, anche prima dell’intervento dei soliti black block e del loro consueto vandalismo.

Ora, c’è da dire che la società brasiliana sta attraversando una fase di partecipazione politica piuttosto singolare. Dopo la fine della dittatura militare, i vari partiti politici, finalmente legalizzati, hanno contato su folle oceaniche come fu da noi nel secondo dopoguerra. Il PT in particolare ha riunito attorno a sé masse di lavoratori ed élite intellettuali, divenendo il primo partito politico di opposizione del Brasile, diviso tra un’anima rivoluzionaria e l’obiettivo di integrarsi nel regime democratico. Quando finalmente ha conquistato il governo e il suo capo, Luiz Ignacio Lula da Silva, è diventato presidente, le cose sono andate diversamente: l’anima rivoluzionaria si è ridotta a un radicalismo di facciata, probabilmente ancora sentito da una parte della base, ma innocuo nella pratica di governo (la fazione più marxista e gramsciana è stata estromessa e ora si è riunita in un altro partito); la linea politica che ha caratterizzato gli ormai dieci anni di guida del paese, ha visto una sostanziale accettazione del modello economico proposto dal FMI; la questione morale, di cui il PT era il guardiano, è affondata in una tale quantità di scandali di corruzione da far ritenere questa serie di governi come la più corrotta mai vista. Il sostegno popolare incondizionato sarebbe dovuto, spiegano più che altro i detrattori ma non senza un fondo di verità, all’elargizione sempre più ampia di “borse”, un assistenzialismo che stimola una sorta di voto di scambio, invece di risolvere realmente il problema della povertà. La fiducia nei partiti, in tutti i partiti, è molto bassa, ma la divisione tra posizioni ideologiche è ancora forte; la destra ha tentato spesso di manipolare le recenti proteste per trasformarle in una leva antigovernativa, anti-PT, svilendone lo spirito nuovo, segno dei tempi, in un Brasile ormai al centro della globalizzazione dell’America Latina.

C’è una bella pubblicità della Johnny Walker in cui si vedono le famose montagne sul mare di Rio fuoriuscire dalle acque, rivelandosi parti di un gigante di pietra addormentato, seguite dallo slogan O Gigante acordou (“il gigante si è svegliato”), scherzando sull’appellativo di “gigante addormentato” attribuito da più parti al Brasile. Il problema fondamentale è che il Gigante, a dispetto dello sviluppo galoppante, non sembra ancora essersi svegliato: manca di infrastrutture forti, è afflitto dall’inflazione e sembra più che altro viaggiare sull’afflusso attuale (ma probabilmente non eterno) di capitali esteri. Quando il periodo d’oro finirà, cosa accadrà alle politiche assistenziali, alla realizzazione delle grandi opere, allo status di “lettera” del BRIC? E se le proteste finiranno con l’essere effettivamente strumentalizzate, ridotte a propaganda politica e trampolino di lancio per una rivincita della destra, cosa cambierà davvero? Certo non la corruzione, dato che prima del governo PT gli scandali erano gli stessi. Forse è vero ciò che dicono alcuni, in Brasile non è possibile governare senza corruzione. E il governo più popolare della storia del Brasile avrebbe dovuto lavorare nel senso di una diversa rivoluzione, la possibilità di emancipazione delle classi subalterne, anziché un mero elargire soldi, peraltro senza controlli (non è possibile sapere se chi riceve un fondo per la salute spenderà effettivamente il denaro in assicurazioni e medicine o in grappa e birra).

E’ da un po’ che mi chiedo quanto siano effettivamente utili alle economie dei paesi in via di sviluppo, come il Sud Africa e ora il Brasile, grandi eventi sportivi come i campionati mondiali e le olimpiadi. Qui sotto propongo il video di una ragazza brasiliana emigrata negli USA, in cui lei esprime esattamente questa preoccupazione. Io capisco l’importanza simbolica di tali grandi spettacoli, amo la loro bellezza, ma ormai il tempo del prestigio legato allo sport è finito. Perché il mondo in cui lo sport serviva alla gloria del potere nazionale è, più o meno, scomparso: gli Stati-nazione si stanno riducendo a immagini, a marketing turistico per il nuovo mondo globalizzato. A cosa serve, concretamente, uno spettacolo del genere? Ma soprattutto, a chi giova? Chi, davvero, ne trae beneficio? Ecco una possibile risposta:

Vi propongo inoltre una serie di articoli interessanti per approfondire:

Articoli vari sul Brasile da “Il Caffè Geopolitico”

Articolo sui primi giorni della protesta (in portoghese)

Articolo sulle forme aberrate di protesta (in portoghese)

Articolo di Leonardo Boff sulle confusioni concettuali nel PT

Informazioni su GoatWolf

Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basta sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi. Vedi tutti gli articoli di GoatWolf

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