Il re deve morire

https://i2.wp.com/upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/1/12/Robespierre.jpg/225px-Robespierre.jpgOggi, 14 luglio, è l’anniversario della Presa della Bastiglia, evento che ormai è considerato l’inizio della Rivoluzione francese del 1789. Rivoluzione che ha assestato un colpo decisivo alle vecchie monarchie europee e ha posto le basi per la costruzioni dei moderni Stati di diritto. Il brano che segue è tratto dal discorso pronunciato da Robespierre il 3 dicembre 1792, in cui espone con grande lucidità e grande intelligenza il motivo per cui l’Assemblea non può risparmiare la vita a Luigi Capeto, cioè all’ex re di Francia Luigi XVI. Si tratta di un discorso molto importante per vari motivi: da un lato, segna la legittimazione giuridica della Rivoluzione come nuova forma di società, contrapposta all’Antico Regime; dall’altro, è un esempio di giustificazione teorica di un omicidio per questioni politiche. In esso si mescolano la fredda lucidità del giurista e il fervore politico del rivoluzionario, trascendendo la questione della vita e della morte di una persona per toccare le categorie istituzionali (e simboliche) che gli individui incarnano: non si sta condannando a morte un uomo, si sta uccidendo il Re in quanto tale, si sta eliminando, attraverso la vita del sovrano contingente, il sovrano in sé, l’idea stessa di tirannia. Non è possibile processare il sovrano, perché ciò equivarebbe ad ammettere che può essere dichiarato innocente e assolto; specularmente, si ammetterebbe la possibilità di giudicare colpevole la Rivoluzione, che in questo modo si delegittimerebbe da sè. Solo in un momento del discorso Robespierre sembra prendere un attimo di pausa, sottolineando la gravosità di una scelta del genere nei confronti di un individuo, il cui destino è però condizionato da eventi più grandi, che impongono un sacrificio. Al giorno d’oggi siamo più lontani da questo modo di pensare, ma il discorso di Robespierre non può essere semplicemente bollato come “inaccettabile”, è un momento di riflessione e di scelta politica, dettato da eventi storici ben precisi, con cui dobbiamo e dovremo sempre fare i conti, quale che sia l’ambito in cui ci ritroviamo a operare. Sono in gioco dei princìpi, i quali per definizione trascendono gli individui.

***

Robespierre

Discorso per la condanna a morte di Luigi Capeto

(3 dicembre 1792)

La nuova assemblea costituente – la Convenzione – che aveva dichiarato decaduta la monarchia, si trovò davanti al problema politico di decidere la sorte del re. Contro la posizione dei Girondini, disposti all’indulgenza per non alienarsi completamente la vecchia classe dirigente, Robespierre fece valere i” diritti della rivoluzione “. Qui non c’è da fare un processo. Luigi non è un imputato; voi non siete dei giudici; Voi siete e non potete essere altro che uomini di Stato e rappresentanti della nazione. Non dovete emettere una sentenza a favore o contro un uomo, dovete prendere una misura di salute pubblica, dovete compiere un atto di provvidenza nazionale. In una repubblica un re detronizzato non può servire che a due scopi, o a turbare la tranquillità dello Stato e a mettere in pericolo la libertà; o a rafforzare l’una e l’altra. Ebbene io sostengo che il carattere che hanno avuto finora le vostre deliberazioni va direttamente contro questo secondo scopo.
là effetti, qual è la decisione che una sana politica prescrive per consolidare la repubblica nascente? Quella di imprimere profondamente nei cuori il disprezzo per la monarchia e di impressionare tutti i partigiani dei re. Pertanto, presentare a tutto il mondo il suo delitto come un problema, fare della sua causa l’oggetto della discussione più impegnativa, più sacra, più difficile alla quale possano accingersi i rappresentanti dei popolo francese, mettere una distanza incommensurabile fra il ricordo di ciò che egli fu e la semplice dignità di un cittadino, significa precisamente aver trovato il segreto per renderlo ancora pericoloso per la libertà.
Luigi fu re, e la repubblica è stata fondata; la famosa questione che vi impegna è decisa da queste sole parole. Luigi è stato detronizzato per i suoi delitti; Luigi ha denunciato il popolo francese come ribelle e ha chiamato in suo aiuto per castigarlo, le armi dei confratelli tiranni. La vittoria del popolo ha deciso che soltanto lui era ribelle. Luigi non può dunque essere giudicato: è già giudicato. O egli è già condannato, oppure la repubblica non è assoluta. Proporre di fare il processo a Luigi XVI in questa o quella maniera, vuol dire retrocedere verso il dispotismo monarchico e costituzionale; è un’idea controrivoluzíonaria, poiché mette in discussione la rivoluzione stessa. In effetti se Luigi può essere ancora oggetto di un processo, Luigi può essere assolto; può essere innocente. Cosa dico? E’ supposto innocente fino a che non sia stato giudicato. Ma se Luigi viene assolto, se Luigi può essere supposto innocente, che ne è della rivoluzione? Se Luigi è innocente, tutti i difensori della libertà diventano dei calunniatori. Tutti i ribelli erano dunque amici della verità e difensori dell’innocenza oppressa; tutti i manifesti delle corti straniere sono legittime proteste contro una fazione dominante. La stessa detenzione che Luigi ha subito
finora è un’ingiusta vessazione. I federati, il popolo di Parigi, tutti i patrioti della nazione francese sono i veri colpevoli. li grande processo che è in corso al tribunale della natura fra il delitto e la virtù, fra la libertà e la tirannia, vien deciso una buona volta a favore dei delitto e della tirannia. Cittadini, state in guardia; su questo punto voi venite ingannati da false nozioni; confondete le regole del diritto civile e positivo coi principi del diritto delle genti; confondete le relazioni dei cittadini fra di loro coi rapporti della nazione verso un nemico che cospira contro di lei, confondete ancora la situazione di un popolo in fase rivoluzionaria con quella di un popolo il cui governo sia saldamente affermato; confondete una nazione che punisce un funzionario pubblico mantenendo la stessa forma di governo con quella che distrugge il governo. […]
Quando una nazione è stata costretta a ricorrere al diritto di insurrezione, essa rientra nello stato di natura nei confronti del tiranno. […]
Il processo al tiranno è l’insurrezione; il suo giudizio è la caduta della sua potenza, la sua pena è quella richiesta dalla libertà del popolo. […]
I popoli non giudicano come le corti giudiziarie, non emettono sentenze: lanciano la loro folgore; non condannano i re: li piombano nel nulla. Questa giustizia vale quanto quella dei tribunali. Se i popoli si armano contro i loro oppressori per la propria salvezza, come possono essere tenuti ad adottare un modo di punirli che sarebbe un nuovo pericolo per essi?
Ci siamo lasciati indurre in errore da esempi stranieri che non hanno nulla a che fare con noi. Che Cromwell abbia fatto giudicare Carlo I da un tribunale di cui poteva disporre, che Elisabetta abbia fatto condannare Maria di Scozia nella stessa maniera, è naturale: i tiranni che sacrificano i loro simili non al popolo, ma alla loro ambizione, cercano naturalmente di ingannare l’opinione dei volgo mediante forme illusorie. In questo caso non sono in questione né principi, né la libertà, ma la furberia e gli intrighi. Ma il popolo! quale altra legge può seguire il popolo se non quella della giustizia e della ragione sostenute dalla sua onnipotenza? […]
Quanto a me abborro la pena di morte istituita dalle vostre leggi e non ho per Luigi né amore né odio. odio solo i suoi delitti. lo ho chiesto l’abolizione della pena di morte all’assemblea che chiamate ancora costituente e non è colpa mia se i primi principi della ragione le sono sembrati eresie morali e politiche. Ma se voi non vi siete mai sognati di reclamarli in favore di tanti poveri diavoli i cui delitti sono meno imputabili a loro che al governo, per quale fatalità ve ne ricordate soltanto quando si tratta di patrocinare la causa del più grande dei criminali? Chiedete un’eccezione alla pena di morte proprio per il solo caso che può legittimarla? SI, la pena di morte in generale è un delitto e ciò per l’unica ragione che essa non può essere giustificata in base ai principi indistruttibili della natura, salvo il caso in cui sia necessaria alla sicurezza degli individui o dei corpo sociale. Ebbene, la sicurezza pubblica non lo richiede mai contro i delitti ordinari, perché la società può sempre prevenirli con altri mezzi e mettere il colpevole nell’impossibilità di nuocerle. Ma quando si tratta di un re detronizzato nel cuore di una rivoluzione tutt’altro che consolidata dalle leggi, di un re il cui solo nome attira la piaga della guerra sulla nazione agitata, né la prigione, né l’esilio, possono rendere la sua esistenza indifferente alla felicità pubblica, e questa crudele eccezione alle leggi ordinarie che la giustizia ammette può essere imputata soltanto alla natura dei suoi delitti. lo pronuncio con rincrescimento questa fatale verità.
lo vi propongo di decidere seduta stante la sorte di Luigi. Per lui, io chiedo che la Convenzione lo dichiari da questo momento traditore della nazione francese e criminale verso l’umanità; chiedo che essa dia al mondo un grande esempio nello stesso luogo dove sono motti il 10 agosto i generosi martiri della libertà. lo chiedo che questo memorabile avvenimento sia consacrato da un monumento destinato a nutrire nel cuore dei popoli il sentimento dei loro diritti e l’orrore dei tiranni, e nell’anima dei tiranni il terrore salutare della giustizia dei popolo.

(Da La rivoluzione giacobina, a cura di G. Cantoni, Milano, 1953)

http://www.robespierre.it/discorsi_cond_morte.htm

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Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basta sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi. Vedi tutti gli articoli di GoatWolf

3 responses to “Il re deve morire

  • Francesca

    Dici bene, siamo lontani da questo modo di pensare, di porsi.
    Io aborro la pena di morte, così come la reclusione in carceri, come le nostre, che tolgono dignità agli individui, pur se rei.

    • GoatWolf

      Questo è un tema su cui c’è ancora un’ignoranza spaventosa. Nessuno si rende conto di cosa significhi stare in carcere e nemmeno prova a immaginarlo (io non ci ho mai messo piede però mi fa rabbrividire già come pensiero). Tutti sembrano assetati di punizione, senza capire che più un carcere è brutale e punitivo, più facilmente sforna delinquenti peggiori. Rieducazione e reinserimento sono vitali tanto per i detenuti stessi (e non tutti saranno recidivi e incalliti, no?) quanto per la società.

      D’altronde, non so davvero quanto siamo poi lontani da quella mentalità, se ancora oggi c’è gente che esulta alle immagini di Saddam impiccato o Gheddafi morto su un camion. Meritavano di morire? Certo. Ma meritare di morire non significa dover morire sul serio. E se gli eventi lo rendono in qualche modo inevitabile, almeno si eviti di gioirne…

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