Chiunque, ma non la Thatcher

Thatcher

Voglio solo fare qualche brevissima considerazione. Posto che sia inevitabile ricorrere all’agiografia quando muore un personaggio controverso, per cui se in vita divideva gli animi, in morte diventa “grande”; posto che alla fin fine nulla è in bianco e nero e che anche nel male peggiore si può trovare qualcosa di buono; posto che c’è sempre di peggio, perché il male privo di grandezza è persino più disgustoso, in quanto privo di fascino; insomma, io ‘sta santificazione di Margareth Thatcher non la sopporto. Anche se, pur nella riprovazione delle sue politiche, la sua figura mi ispira un certo rispetto.

Non starò qui a elencare le conseguenze terribili delle sue dure scelte, chiunque le può conoscere e i detrattori le stanno diffondendo in queste ore tramite ogni canale disponibile. E se qualcosa di buono posso dirla, è che almeno si è assunta sempre la responsabilità delle sue azioni, non si è dimostrata mai ipocrita e, come conservatrice, aveva una visione in cui credeva, dei valori cui dava conseguenza, anche se il prezzo lo hanno pagato coloro i quali già pagavano la durezza della vita. Da questo punto di vista, posso onorare la memoria di un nemico di tutto ciò in cui credo, come fu per Reagan. E poi, non posso negare il piacere di vedere una donna farsi strada nel più maschilista degli ambienti e tenere tutti per le palle.

Ma al di là di questo, per me resterà sempre una conservatrice malefica. E il libro di Caprarica Ci vorrebbe una Thatcher sbaglia proprio su questa confusione: che senso ha risanare l’economia di un paese e favorirne lo sviluppo con una cura da cavallo, che sembra dapprima uccidere il paziente per poi guarirlo, se alla fine di tutto milioni di persone hanno sofferto per anni e oggi la società in cui vivono è ricca ma egoista, prosperosa ma non solidale? Un’economia forte vale lo stritolamento immediato delle vite di lavoratori, contadini, sindacalisti e colonizzati? In nome di cosa? Di servizi efficienti, strade e stazioni pulite, sogni di mobilità sociale e meritocrazia? Dubito che quel che serva in Italia sia una politica thatcheriana, dubito che il cambiamento epocale nella mentalità e nella prassi obsolete che ci affliggono possa davvero compiersi in direzione di più liberismo, più laissez-faire, più egoismo sociale, più individualismo conservatore. Anche perché dubito, sinceramente, che in Italia oggi vi sia qualcosa di anche solo vagamente sinistrorso, di un qualche tipo di solidarietà che blocca lo sviluppo capitalistico. Le “caste”, i privilegi, le sperequazioni, i parassitismi sociali sono sintomo di un egoismo antico, gerarchico, cui si è aggiunta una ipocrita patina di democrazia e oggi di finto liberalismo, con una precarizzazione del lavoro e quindi delle esistenze concrete cui non corrisponde in maniera assoluta alcuna forma di nuova libertà, perché alla facilità di licenziamento si accompagna il controllo asfissiante, tanto fiscale quanto lavorativo, facendo un passo indietro verso l’abuso e la riduzione in schiavitù, non verso la libertà di scegliere del proprio destino. Lo Stato avrà anche perso il suo ruolo di un tempo, ma resta pur sempre uno strumento in mano alla classe dirigente e, dunque, al servizio dei suoi interessi.

Al di là di questo, sulla morte in sé della Thatcher, dico che è inutile esultare. Era già inciampata nel proprio cadavere nel 1990, oggi non fa alcuna differenza.

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Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basta sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi. Vedi tutti gli articoli di GoatWolf

2 responses to “Chiunque, ma non la Thatcher

  • redpoz

    nessuna ipocrisia, certo, ma questo per me è troppo poco per un giudizio anche parzialmente positivo sulla Thatcher.
    in realtà, credo all’italia possa fare bene una certa dose di “thatcherismo”, non in senso economico -rispetto al quale sono convinto valga quanto scritto nel programma PD: eguaglianza come motore dell’economia, non il contrario-, ma nel senso di una “rivoluzione culturale” che tagli qualche lacciuolo nelle abitudini burocratiche italiane.
    ecco, questo potrebbe far bene.

    • GoatWolf

      Naturalmente, quel poco di rispetto che mi ispirava la Thatcher era solo sul piano dell’atteggiamento morale, della disposizione d’animo a portare avanti la propria visione delle cose, con un senso di giustizia verso se stessi e chiarezza verso gli altri. In genere i conservatori del suo stampo sono limitati e ignoranti, egoisti e antisociali, ma lei aveva un certo carisma e, nei limiti della sua aggressività politica, una sorta di onestà nel dire idealmente “se mi votate è questo che avrete, poi sono cavoli vostri”. Il nemico, insomma, non ti delude mai😀

      Però tutto ciò si riferisce solo alla persona, non al politico. Allo stesso modo Reagan, per molti versi un idiota che ha fatto solo del male agli americani (ne siano essi coscienti o meno), aveva o sembrava avere quella fiera durezza del Clint Eastwood di “Gran Torino”. Questa è una cosa che rispetto, a differenza delle assurdità del conservatorismo egoista di cui il suo programma era impregnato.

      Sul fatto che invece una dose di liberalismo mentale ci servirebbe, posso dirti che negli ultimi anni ho imparato ad apprezzare l’atteggiamento pragmatico degli americani: se opportunamente garantita, la mobilità lavorativa e meritocratica è quanto di più urgente possa esserci. Io mi sento a metà strada tra il nuovo individualismo di John Dewey e il comunismo della moltitudine di Toni Negri, tra un liberalismo solidale e un’autonomia sociale che scardinino meccanismi arruginiti e difficilmente riparabili (a voler essere generosi) che a me ormai ricordano forme di corporativismo e talvolta di feudalesimo.

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