Per un pugno di libri

Ho cominciato a dedicarmi alla narrativa alcuni anni fa per ampliare la capacità di pensiero, in quanto sentivo che la saggistica da sola non riusciva a stimolare la mia mente nel suo complesso, lasciava spesso da parte la fantasia e temevo di rischiare una sorta di aridità, di mancanza di creatività, fondamentale invece per sviluppare visioni e concezioni che vadano oltre il puro dato materiale. Dunque ho inziato a leggere romanzi e racconti, persino poesie (che ho sempre avuto una certa difficoltà a capire), spaziando dalla fantascienza al minimalismo esistenziale, dall’orrore al fantasy, per viaggiare oltre la contingenza e allenare forme di pensiero creativo – e critico – attraverso l’immaginazione. Un’evasione costruttiva, alla ricerca di un’elasticità mentale che sentivo di non aver curato abbastanza. Accumulo però riflessioni sui libri che leggo senza quasi mai scriverle: ecco allora cinque libri letti negli ultimi tempi, dal più recente al più vecchio; l’articolo naturalmente è lunghissimo, perciò tanto vale leggerselo “a pezzi”😛

{Sommario: Confessioni di una mascheraFrankensteinDraculaScorpion und Felix – Castelli di rabbia}

– Yukio Mishima, Confessioni di una maschera

Quest’opera prima è a metà tra un diario personale e un romanzo di formazione; il protagonista, anonimo, confessa senza reticenze ogni sua pulsione, ogni suo desiderio, ogni sua ossessione, anche le più scabrose, represse però nella sua vita pubblica improntata al conformismo, all’etichetta e all’ipocrisia. I punti di forza sono senz’altro la possibilità di specchiarsi in quell’intimità che ognuno di noi per lo più mantiene nascosta, anche in una società sfacciata come il nostro occidente edonista, in una lettura che quasi costringe a gettare noi stessi la maschera; e, soprattutto, la possibilità di capire almeno in parte la natura e il senso della vita di Mishima, moderno samurai votato alla morte in un Giappone che rinnega lo spirito dell’Imperatore. L’estetismo, l’omosessualità, la rivolta antimodernista, la spinta romantica verso la morte, il suicidio rituale: è già tutto lì, in quelle acerbe pagine di un uomo appena uscito dall’adolescenza, tanto da risultare impossibile una scissione tra l’invenzione letteraria  e la reale, spudorata confessione dello scrittore. Il punto debole è invece la struttura, troppo diluita in un flusso di memorie autobiografiche che ogni tanto vengono spezzate da dialoghi e situazioni romanzesche, rimanendo infine sospese, senza una conclusione netta. Inoltre, ma questo riguarda la mia personale lettura del testo, tutto sembra andare in una certa direzione, come una corsa verso il disastro o la tragedia, come se un famigerato evento storico fosse lì per “cadere in testa” ai protagonisti, quando a un tratto tutto si sgonfia, il destino adombrato viene nominato e liquidato in due righe, disinnescato e messo da parte, lasciando scorrere tutto com’era prima e lasciandomi un senso di mancanza di terreno sotto i piedi. In ogni caso, è un libro imprescindibile per chiunque sia interessato alla vita e alla tragedia di Mishima.

– Mary Shelley, Frankenstein, ovvero il moderno Prometeo

Sin da piccolo sono stato affascinato dalla storia del dr. Frankenstein e della sua incredibile creatura, perdevo ore a immaginare come sarebbe stato possibile ricostruire un corpo umano da parti di tanti cadaveri e farne un nuovo essere vivente, se davvero fosse bastata l’elettricità, come poteva funzionare, ecc.; ho visto molti film e da qualche anno a questa parte mi è venuta voglia di scoprire la storia originale, come per Dracula (vedi sotto). La cosa che mi ha colpito di più è l’assoluta mancanza di spiegazioni su come il dottore faccia a infondere la vita alla sua creatura: il momento in cui il mostro si sveglia non ha nessun preambolo, si passa direttamente dal macabro reperimento di materie prime agli occhi che si aprono, senza alcun accenno a fulmini, macchinari, tentativi, misurazioni e tutto quel che normalmente costituisce una delle scene cruciali di ogni trasposizione cinematografica della storia. L’unico possibile appiglio per l’uso dell’elettricità è un momento in cui Frankenstein dice di aver compreso intuitivamente come poter “infondere la scintilla della vita”, che in inglese deve suonare tipo spark of life, ma per il resto non c’è proprio nulla. Il mostro (e non è mai troppo soffermarsi a ripetere per l’ennesima volta che Frankenstein è il dottore che gli dà vita, Victor von Frankenstein di Ginevra, non il mostro stesso) è ben diverso dalle sue abituali rappresentazioni, non ce n’è una chiara descrizione ma di sicuro non ha la testa quadrata, né i bulloni nel collo; sulla cicatrici non viene detto nulla, ma certo sono plausibili data la natura dell’esperimento. Anche per questo romanzo, come per Dracula (rivedi sotto – ho letto prima quello!), si pone l’accento su un significato più o meno recondito, scientifico in questo caso, la minaccia di una scienza arrogante che osa troppo, che varca i limiti della natura e del potere concesso all’umanità e finisce con il creare mostri e mettere in pericolo la nostra esistenza; una lettura comprensibile, ma allo stesso modo del romanzo di Stoker mi pare che il punto fondamentale sia anche in questo caso, se non di più, la crescita. La creatura si sveglia senza alcuna coscienza di sé e del mondo che la circonda, viene abbandonata dal suo creatore, inorridito dal  risultato (anziché esaltato dalla sua divina capacità come spesso accade nei film), e ne passa di cotte e di crude prima di cominciare a imparare i rudimenti del linguaggio, dell’alternarsi delle stagioni, della differenza tra il calore del sole e il freddo della neve, e così via; tutto ciò che sa, tutto ciò che impara, fino a diventare persino più perspicace e fermo del suo stesso creatore, lo impara dal contatto indiretto con gli altri esseri viventi, ma senza una guida al suo fianco resta emotivamente immaturo e perciò incapace di gestire i propri sentimenti. Per me, la creatura non è solo il simbolo dei pericoli della scienza, quanto e soprattutto il risultato dell’irresponsabilità del suo creatore: è infatti Frankenstein ad abbandonare a se stessa una creatura che aveva in sé tutte le qualità e i difetti di un essere umano, e se alla fine diventa un abominio è a causa dell’egoismo e della vigliaccheria arrogante, della meschinità di Frankenstein. Per quanto orrenda a vedersi, la creatura avrebbe potuto forse diventare qualcosa di eccezionale se educata; ma è proprio la mancanza di un’educazione a trasformarla in un mostro assetato di vendetta, affamato d’amore e di riconoscimento, spregiudicato e pronto a tutto, ed è la mancanza di pietà, di umanità del dr. Frankenstein a condannarlo a non potersi mai riscattare. Eppure, come ogni padre irresponsabile, privo d’amore e assente, sarà pianto dal “figlio” nonostante tutto. Aggiungo che Mary Shelley’s Frankenstein, il film di Kenneth Branagh prodotto da Coppola in seguito al successo del suo Bram Stoker’s Dracula e altrettanto pretenzioso nel voler essere il più possibile fedele al romanzo, è un film esteticamente ben realizzato ma schizofrenico nel suo sviluppo, che passa da un ritmo forsennato di scene slegate tra loro a un lento svelare i misteri della creazione del mostro (tutta roba non presente nella storia originale) e poi ripartire a un ritmo velocissimo di eventi fino alla tragedia finale. Cioè, dove prova a seguire il romanzo corre come una furia, dove deve inventare per sopperire e rendere più appetibile il film se la prende comoda. Non è una schifezza, ma uno strano polpettone sì. Leggetevi il romanzo che è meglio.

– Bram Stoker, Dracula

Volevo leggere questo romanzo da molto tempo e un lungo periodo lontano dagli altri libri mi ha permesso di affondare in questo “mattone” senza distrazioni. Oltre al fatto di conoscere finalmente la storia originale di un personaggio tra i più famosi e riconoscibili in assoluto della cultura popolare dell’ultimo secolo, al di là delle infinite reinterpretazioni cinematografiche, letterarie, fumettistiche e televisive, mi aveva assolutamente affascinato la struttura del romanzo: non è propriamente un racconto lineare, bensì una raccolta di documenti, estratti di diari, ritagli di giornale, lettere, trascrizioni fonografiche, tutta opera dei protagonisti: un carteggio raccolto e aggiornato dopo gli eventi narrati, attraverso cui se ne ricostruisce la sequenza e in sostanza tutto gira intorno all’orrore senza mai sbatterlo realmente in faccia al lettore, nel senso che ogni cosa è frutto di una testimonianza, non di una presa diretta e fino a un certo punto nessuno dei protagonisti capisce sul serio cosa sta succedendo; passo dopo passo i tasselli si ricompongono, i protagonisti si avvicinano, si conoscono e prendono coscienza del mostro con cui hanno a che fare, in un crecendo davvero coinvolgente. In alcuni punti il ritmo incalzante rallenta un po’, altre volte i resoconti sono così dettagliati da essere inverosimili come pagine di un diario personale, ma un realismo eccessivo avrebbe potuto minare la fruibilità di un romanzo rimasto in secondo piano rispetto alla valanga di film e altre opere sul vampiro. Secondo me, il punto fondamentale non è tanto quello che sempre si tira in ballo, la paura della solitudine (Dracula che fugge dalla sua tomba transilvana in una Londra brulicante di vita per non restare da solo in una terra dimenticata), quanto soprattutto la crescita: come dice lo stesso Van Helsing in una delle sue dotte disamine del vampiro, Dracula è stato per secoli un “bambino”, un vampiro a malapena consapevole delle sue capacità che usava i suoi terribili poteri per terrorizzare i villaggi vicini al suo castello in rovina, ma quando ciò non gli è più bastato ha allargato i suoi orizzonti, ha organizzato da solo il suo trasferimento nei minimi dettagli e ha testato i propri limiti e le proprie forze per cambiare vita, per fare un salto di qualità. Certo, in tutto questo può rientrarci anche il desiderio di non restare da solo (nemmeno più con le tre succhiasangue al suo servizio nel castello), ma io credo che quello prospettato sia un percorso di crescita dall’infanzia all’età adulta, da una fase debole e incosciente a una di maturità e di conquista, di lavoro su se stessi, di automiglioramento. Ultima nota, Bram Stoker’s Dracula, il film di Coppola che pretende di esserne la trasposizione più fedele: è vero che ne riprende molti punti e si discosta da qualsiasi altro film ne sia stato tratto per complessità, ma è pieno zeppo di interazioni che nel romanzo originale non solo non esistono, ma sarebbero persino insensate; Coppola rende Dracula una vittima, anche se terrificante nella sua vendetta, mentre Stoker lo propone come un demone, un mostro intelligente e brutale, affascinante e spaventoso, ma privo di “buoni sentimenti” nascosti da un odio e da una rabbia fin troppo umani per lui. Niente storia d’amore attraverso i secoli, niente sesso a ogni pie’ sospinto (sebbene possa immaginare che alla fine dell’Ottocento anche i vaghi accenni di Stoker sembrassero al limite del pornografico), niente giustificazioni: Dracula vive e vuole continuare a vivere. E nemmeno Coppola ha saputo rendere bene Renfield, personaggio ben più complesso di quanto si creda.

– Karl Marx, Scorpion und Felix Skorpion und Felix

Forse pochi sanno che la prima aspirazione del giovane Marx era di fare lo scrittore e il poeta. Molti di noi scrivono o hanno scritto in passato poesie, racconti, magari romanzi, per poi lasciar perdere e dedicarsi ad altro; la stessa cosa successe a Marx, il quale, dopo essersi cimentato in tentativi di racconti satirici e romanzi influenzati dalla letteratura del suo tempo, ebbe (per fortuna) un’illuminazione sulla sua mancanza di stile che gli fece abbandonare tutto, per dedicarsi a cose più serie. Questo romanzo è in effetti piuttosto goffo, un tentativo di richiamare un certo genere satirico basato sul disordine e il nonsenso, sull’iperbole e personaggi caricaturali, tra situazioni assurde e ragionamenti strampalati, senza però riuscire nell’intento. Lo stile è non solo acerbo, ma direi veramente immaturo, volto forse più allo scandalo che alla riuscita letteraria, alla continua ricerca di situazioni buffe e divertenti che però non suscitano più di un sorriso (certo per lo sforzo, non per le situazioni stesse). Non so cosa ne abbia detto il padre, cui Karl dedica come regalo di compleanno questa e altre composizioni, ma si può star certi che io non lo avrei incoraggiato, o magari sì, a impegnarsi molto di più. Eppure Scorpion und Felix ha i suoi momenti interessanti: dalle caricature iperboliche emerge una vena di contestazione di cui il radicalismo democratico del giovane Marx si nutre, sembra cioè contenere in nuce quello spirito di ribellione che sarà, come è evidente, la disposizione d’animo di tutta una vita (successivamente rivolta a trovare soluzioni concrete ai problemi di una politica di emancipazione ancora troppo legata a questioni sentimentali, poco avvezza a scavare nei rapporti reali degli individui nella società). Stile a parte, il giovane Karl sapeva già dove voleva colpire. Una società repressiva come la Germania del XIX secolo, in cui anche la semplice idea di democrazia è rivoluzionaria e oltraggiosa, non può non produrre il rifiuto delle convenzioni, delle etichette, delle ipocrisie infinite tra le gerarchie a tutti i livelli, incanalando la tendenza naturale dei giovani a ribellarsi in un senso di volta in volta morale, poetico, letterario, politico. Marx all’epoca non aveva neanche iniziato a studiare filosofia, ma già sentiva sulla sua pelle l’insopportabilità della cultura della sua stessa classe sociale e contro questa aveva provato, certo con scarsi risultati, un primo atto di rottura.

– Alessandro Baricco, Castelli di rabbia

Lo lessi per due motivi: uno, perché piaceva a una mia amica con cui, all’epoca (sette, otto anni fa), andavo molto d’accordo, pure troppo, e volevo capire come mai le brillassero gli occhi ogni volta che ne parlava; l’altro, perché gli articoli di questo scrittore su giornali e riviste mi piacevano. Ma questo romanzo è talmente complesso come linguaggio e progressione, da rendermelo molto pesante nonostante la curiosità di scoprire la trama: ho passato metà del libro a “scavare” nelle parole per ritrovare quei nessi che dovrebbero costituirne la trama e che si perdono in continue digressioni e osservazioni su cose apparentemente slegate dal contesto. Poi, almeno per quanto riguarda la mia sensibilità, credo di aver compreso una cosa fondamentale, non solo su questo romanzo come sulla scrittura di Baricco in generale: non è la trama a essere importante, bensì proprio quelle parole in cui scavavo per trovare una cosa in realtà secondaria. Il linguaggio, la forma e il modo in cui egli esprime emozioni e idee, è principale rispetto al contenuto stesso di emozioni e idee. In un certo senso è come un regista cinematografico “estremista”, ossia talmente concentrato sul linguaggio per immagini da renderlo preminente rispetto alla sceneggiatura (per intenderci, una volta un amico cinefilo mi disse che se Psycho fosse stato girato da un mestierante anziché da Hitchcock, non sarebbe stato un film di culto perché non avrebbe avuto quel linguaggio visivo eccezionale). Baricco è un po’ così; certo lo è in questo romanzo. E a me non piace.

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Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basta sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi. Vedi tutti gli articoli di GoatWolf

7 responses to “Per un pugno di libri

  • luna

    Baricco meraviglioso scrittore… li ho letti tutti.
    Dracula, Frankenstein pure… confessioni di una maschera vorrei leggerlo, ma non so se riesco a portare a termine una lettura così introspettiva… vedremo.. un bacio! Luna

    • GoatWolf

      Di Baricco cosa mi consiglieresti? Ero incuriosito da “Oceano mare” e “Seta”; non voglio basarmi solo su un romanzo, per inquadrarlo.

      “Confessioni di una maschera” è anche un romanzo nel senso comune del termine, perché in molti punti racconta le interazioni tra il protagonista e altri personaggi, con dialoghi e descrizioni, sebbene tutto visto unicamente dal punto di vista soggettivo del protagonista, appunto; c’è di mezzo una specie di storia d’amore, parla di situazioni familiari e lavorative, ecc., quindi non è pesante come potrebbe sembrare, ma ribadisco che secondo me è una lettura per chi già ha interesse nella vicenda umana di Mishima. Poi, sai, l’edizione italiana è una traduzione di quella americana, quindi c’è già un certo filtro interpretativo; d’altra parte sono poche le persone che potrebbero accedere allo stile originario giapponese, quindi il giudizio è difficile…

      A presto🙂

      • luna

        “Oceano mare” assolutamente. Poi anche “City” e “Novecento”.
        I suoi romanzi sono davvero tutti belli…
        A presto e se ti va passa a dirmi che ne pensi del mio ultimo post..
        Baci. Luna

  • redpoz

    di Baricco ancora non so cosa pensare (certo, da Fazio quando parlava di Hokusai fu magnifico); Dracula e Frankestein mi hanno sempre lasciato indifferente…
    di Marx… boh!

    Mishima invece, ne ho sentito parlare spesso e non di rado anche bene. un pò mi incuriosisce, anche se non ne conosco nulla. così come mi incuriosisce molto il suo sodale (credo anche discepolo) Kawabata Yasunari (anche di lui letto nulla). conosci?

    • GoatWolf

      No, non lo conosco; a dire il vero l’unico altro scrittore giapponese che conosco è Takeshi Kitano, anche lui solo per un libro, “Asakusa Kid”.

      Di Mishima ho comprato preventivamente una selezione di libri che mi hanno particolarmente attratto, oltre a questo recensito: “Il Padiglione d’Oro”, storia di un monaco deforme che dà fuoco a un antichissimo monastero, pare tratto da una storia vera; “Morte di mezza estate”, una raccolta di racconti con una prefazione di Moravia; “Lezioni spirituali per giovani samurai”, praticamente il fondamento ideologico del Tate no Kai; “La via del samurai”, il suo commento al famoso Hagakure; e infine “Le ultime parole di Yukio Mishima”, due interviste rilasciate a due giornalisti di segno opposto, uno suo sostenitore, un’altro suo critico. Mishima è in effetti una figura intrigante, dannunziana, attraverso la quale si intuisce qualcosa di più sulle contraddizioni del Giappone moderno.

      Su Baricco sottolineo quanto accennavo nella recensione, è un giornalista e un critico veramente interessante, anzi credo che presto o tardi recupererò i suoi due “Barnum”, ma come scrittore ha uno stile che proprio non mi ha concquistato. Forse sono troppo razionale per apprezzarlo.

  • GoatWolf

    a chi possa interessare, ho ritrovato un articolo di Baricco sulla critica snob che ha colpito anche lui, ma “di striscio”: http://www.repubblica.it/2006/c/sezioni/spettacoli_e_cultura/baricco/baricco/baricco.html

    e il monologo sul senso della scrittura (e Hokusai), dal minuto 10:03 – http://youtu.be/H78BuFJ7fB8

  • Un altro pugno di libri | Fabbrica Metropolitana

    […] sulla scia del precedente articolo la raccolta di considerazioni brevi sui libri che ho letto negli anni, propongo altri sei libri di […]

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