Definire lo stalinismo

Stalin

Ero a Budapest, bellissima capitale dell’Ungheria, e in un caffè vicino al Palazzo Reale ho sentito un giovane turista italiano registrare sull’i-Phone le proprie impressioni; snocciolava telegraficamente, come appunti vocali, i nomi dei luoghi che aveva visitato, seguiti da un breve commento. A un certo punto fa “vista la Casa del Terrore, museo dedicato ai crimini perpetrati dai nazisti e dagli stalinisti”: non ha detto “comunisti”, ha specificato una particolare fazione e definito quindi un’esperienza che, a meno di non essere superficiali, non può estendersi alla totalità del concetto storico-teorico di comunismo. Gli stalinisti, nel caso specifico, erano i comunisti ungheresi e sovietici che dal ’45 in poi, specie con la repressione della Rivolta del ’56, hanno dominato quel paese con mezzi dittatoriali, continuando l’uso della polizia politica come i nazisti prima di loro.

Ma che cosa è effettivamente lo stalinismo? In cosa si differenzia da altri “ismi”? Quando è corretto usare questo termine? Qui entriamo in un terreno accidentato. Non tanto quanto altri, ma comunque un po’ difficile.

Letteralmente indica la politica di Stalin e dei suoi sostenitori; però nessuno, nell’URSS o nel movimento comunista di quel tempo, ha mai usato questo termine per definire il regime sovietico: la denominazione ufficiale della dottrina dello Stato sovietico era infatti marxismo-leninismo, cioè “lo sviluppo del marxismo nell’epoca imperialista”, secondo una definizione dello stesso Stalin. Tale dottrina era in realtà concepibile come l’adozione a sistema ideologico della lettura che Lenin aveva fatto di Marx, con un misto di adattamenti e dogmatizzazioni che eliminavano di fatto qualsiasi altra interpretazione marxista sorta insieme o successivamente (per esempio il trotskismo, vero o presunto). Il termine stalinismo è stato spesso usato all’estero e prevalentemente dai suoi detrattori, eppure non si può negare che molti comunisti abbiano comunque adottato il termine per definire la propria adesione alle linee-guida della politica di Stalin anche dopo la morte e la condanna della sua figura. Tuttavia molti altri comunisti se ne sono dissociati e anzi hanno criticato aspramente quel tipo di impostazione, tanto che per loro è improponibile parlare di stalinismo per superficiale associazione simil-fascista (errata in quanto Mussolini incarna totalmente il fascismo, mentre Stalin non incarna il comunismo in generale, ma solo una sua forma determinata). La questione poi si estende alla politica sovietica successiva: è possibile parlare sempre e comunque di stalinismo, data la denuncia dei crimini del governo di Stalin al XX Congresso del PCUS e la conseguente destalinizzazione? Secondo me, in parte sì. La destalinizzazione, seppur nobile nelle intenzioni (denunciare i crimini e gli eccessi, riformare in senso più collegiale la gestione del potere, uscire dall’isteria e dal terrore di massa, ripristinare la legalità socialista), si è rivelata comunque un processo ambiguo, volto più a dissociare la classe dirigente dal dittatore che non a cambiare concretamente lo stato di cose; la repressione della Rivolta ungherese è emblematica in questo senso, perché agli spiragli di dibattito e di critica aperti dal XX Congresso, nel corso del 1956, non è corrisposta affatto una maggiore autodeterminazione dei popoli nella sfera d’influenza sovietica (qui poi si dovrebbe aprire un altro capitolo sulle conseguenze della Guerra Fredda, voluta anche dall’Occidente, ma per oggi saltiamo). Krusciov inizia il disgelo, la distensione, ma non ammette che Imre Nagy tenti in Ungheria una via diversa al socialismo; in seguito, Krusciov viene deposto e sale al potere Breznev, che alcuni definiscono “neo-stalinista” e la cui Dottrina della sovranità limitata porrà una pietra tombale sulla possibilità di autoriforma del socialismo reale, come dimostrato dalla repressione della Primavera di Praga. Una tale politica di potenza, basata su un apparato statale nel pieno controllo della società civile, è eredità del governo di Stalin, pur avendone abbandonato gli aspetti più truculenti e isterici. D’altro canto, Breznev era il massimo rappresentante di quell’apparato burocratico-militare che Stalin teneva al guinzaglio con regolari purghe e che Krusciov prendeva in giro…

Un’altra questione è poi la definizione di stalinismo come forma reale di stato totalitario, comparabile storicamente con il nazismo e il fascismo in aspetti, temi, pratiche, organizzazione e conseguenze. Salta subito agli occhi l’assenza di termini come hitlerismo e mussolinismo, a confermare quanto accennavo prima sull’identificazione del capo con l’idea stessa, oltre che con il regime. Hitler è il nazismo, mentre Stalin non è il comunismo, nonostante lui per primo e di seguito tutti i suoi sostenitori abbiano propagandisticamente affermato il contrario. Dei molteplici aspetti di comparazione storica tra questi regimi, tale differenza è spesso dimenticata eppure fondamentale: il nazismo nasce e muore con Hitler, la sua figura è il fondamento stesso del partito nazista e quindi del potere del regime; al contrario, Stalin è una figura di passaggio, sebbene potentissima, nella storia del comunismo, e il regime sopravvive ai suoi creatori (Lenin e i bolscevichi) e al suo più grande e terribile sviluppatore, il quale viene anzi condannato come tante sue stesse vittime. Eppure il suo marchio è così forte su quel regime da fornirgli una caratterizzazione “personale”: ecco perché si comparano nazismo e stalinismo, perché il comunismo non è riducibile all’esperienza sovietica e neppure a un suo periodo specifico, che anzi qualcuno definisce come “fascismo rosso”, confortato da una citazione attribuita a Mussolini il quale, esprimendo una certa ammirazione per il dittatore sovietico, si chiedeva se questi non si fosse segretamente convertito al fascismo. Un aspetto interessante è questo: l’avvento di Stalin ha segnato l’inizio di una sorta di restaurazione dopo le aperture rivoluzionarie, il ritorno a forme simil-zariste di organizzazione e persino di valori, sempre meno progressisti per quanto riguarda quei diritti che facevano parte del processo di cambiamento della società.

Infine, ma senza pretendere di esaurire il discorso, c’è l’uso provocatorio che se ne fa oggi in politica nostrana: qualche giorno prima delle elezioni, Vendola ha dato dello stalinista a Monti, il quale metteva in dubbio la buona fede di SEL sulle riforme; e ai tempi dell’Ulivo (non ricordo esattamente quando) Bertinotti diede dello stalinista a Mastella, che non ammetteva alcuno spazio per Rifondazione nel governo. Al di là delle figure nettamente anticomuniste cui l’epiteto è stato rivolto, è evidente che in questi casi il termine viene usato come sinonimo di prepotenza, di censura, di non democraticità, ma in una qualità forse un po’ diversa rispetto al classico “fascista!”, con una connotazione più interna alle aree politiche  di cui si fa parte, come a dire che mentre il fascismo si rivolge contro l’altro, contro il diverso, lo stalinismo si rivolge contro il simile, accusandolo di essere diverso. E non si può negare che molti sinceri comunisti siano stati eliminati da colui che ritenevano di volta in volta una figura guida o un burocrate bonapartista, ma sempre e comunque un “compagno”. Dalle lotte per la successione a Lenin alle purghe degli anni Trenta, dall’intervento nella guerra civile spagnola alla rottura con Tito, Stalin “è stato il più grande massacratore di comunisti del mondo”, come diceva con un certo sarcasmo Indro Montanelli.

Oggi è il 5 marzo. Nel 1953 moriva Stalin. Come Napoleone, ha insieme tradito e sviluppato la Rivoluzione. Il suo lascito è ormai storia, ma la sua ombra si estende ancora all’orizzonte.

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Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basta sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi. Vedi tutti gli articoli di GoatWolf

2 responses to “Definire lo stalinismo

  • Totalitarismi. Risposta a un liberale | Fabbrica Metropolitana

    […] Siccome credo possa essere ancora interessante, anche visto il successo (statistico) dell’altro articolo sullo stalinismo, ho scelto di riproporre quella risposta. Oggi risponderei quasi le stesse cose, […]

  • Adolf e Josif | Fabbrica Metropolitana

    […] Questo non fa altro che aumentare la stupidità delle affermazioni, la mancanza di logica argomentativa, la tamarrìa delle discussioni e, perché no, sminuire la serietà storica di Adolf e Josif, delle tragedie e delle conseguenze politiche, sociali ed economiche dei loro governi. Per me, citarli senza un’adeguata giustificazione è squallido e volgare, da “bar dello sport”, come già dissi qui e, in altro contesto, qui. […]

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