Un’analisi per contrastarli

Riporto un’analisi di Rossana Rossanda fatta nell’ambito del dibattito sul futuro de il manifesto, ormai profondamente in crisi; questo brano è estrapolato da un articolo ancor più lungo (come è costume della Rossanda) per fornire un quadro storico-politico del modello economico italiano ed europeo su cui reimpostare la direzione politica del giornale, sempre che sopravviva. Oltre ad essere lucida e interessante, questa critica ha il merito di ampliarsi al di là delle questioni del solo manifesto, arrivando a toccare il cuore della crisi ideale e identitaria delle sinistre, oggi in tutta evidenza incapaci di contrastare i poteri soverchianti del capitale globale per mancanza di coordinate su cui muoversi. Condivido quasi tutto, perciò posso far mie le parole di Rossanda senza timore.

***

Nel 1969 dirsi comunisti non era puramente simbolico: le lotte degli anni sessanta, i movimenti studentesco e operaio del ’68 e del ’69, la vittoria del Vietnam che si annunciava, i problemi aperti dalla Cina sulla natura del socialismo reale, permettevano di puntare come a un obbiettivo realizzabile a un mutamento del rapporto di forze fra le classi, e all’interno delle medesime. Non solo fra di noi ma nel Psiup e in più d’uno dei gruppi che avrebbero tentato di dare vita alle forze extraparlamentari si era già riflettuto sui limiti di una rivoluzione dal vertice, soltanto politica, su quelli di una mera sostituzione del capitale pubblico al privato, e si erano fatti impetuosamente strada due temi di grande rilievo che erano assenti dall’agenda del socialismo, il femminismo e l’ ecologia.
Questo processo è volto a termine in meno di un decennio, lasciando in piedi soltanto la tematica del movimento operaia in quanto fatta propria da alcuni sindacati, il problema sollevato dal femminismo e dall’ecologia. Ma le sinistre storiche – non solo per non rompere il legame con l’Urss, della quale non vedevano il declino – non si sono aperte alla inattesa spinta diffusa che emergeva in quegli anni, non hanno alimentato né si sono alimentate di questo movimento ma piuttosto vi si sono opposte. Isolato, quando non combattuto, esso è stato lasciato a una generosa ma immatura elaborazione, favorendo alcune derive, e infine la sua stessa dissoluzione. Ne è venuto un vuoto politico irrimediabile, dal quale è scaturita, più che in altri paesi dove la sinistra era pesata di meno, un disorientamento e poi una svolta dell’opinione verso una destra che Berlusconi – meno di cinque anni dopo il crollo del Muro di Berlino -esprimeva nella sua forma più volgare, e da questa sarebbe andata al nascere di un populismo distruttivo.
Non siamo stati capaci di occupare quel che poteva essere il nostro proprio terreno di lavoro, la crisi dei socialismi reali, che eravamo stati i soli ad annunciare, la ristrutturazione del capitalismo a livello mondiale, le diverse soggettività che ne sarebbero seguite. Il trionfo dell’avversario ci ha debilitato e demotivato: non solo i lettori sono diminuiti ma è calato il peso che il manifesto aveva avuto nell’opinione anche in momenti difficili, come il sequestro di Moro, l’emergenza, la messa sotto accusa del ’68. Gli anni ’80 ne sono stati la prova. La caduta dell’Est, che per noi doveva essere un’occasione, è stata la cartina di tornasole sulla quale si è scoperta la debolezza delle sinistre storiche ma anche la nostra, che non l’ha affrontata ed ha finito con il considerarla uno scoglio da evitare. Eppure un vecchio slogan aggiornato dalle nostre Tesi del 1970, «socialismo o barbarie» diventava la vera alternativa: come chiamare altrimenti la soppressione progressiva di ogni diritto sociale cui siamo avviati? Non tanto il «potere ai Soviet», del cui fallimento storico abbiamo lasciato parlare le destra, ma la priorità della salvaguardia del fattore umano, della sua crescita e dei suoi diritti è andata svanendo a favore d’un affidamento al libero mercato come unico regolatore sociale, facendoci arretrare agli anni venti e all’orlo delle pericolose involuzioni che ne sono seguite. Su una scelta liberista, e contrariamente alle speranze dei suo primi padri, s’è fatta l’Unione Europea, avvitandola saldamente con il trattato di Maastricht, ai pii desideri del trattato di Lisbona, alla impossibilita di sottoporsi a un giudizio dei popoli. Assai lontana da una omogeneizzazione politica, la Ue non è, in sostanza, che la sua moneta, l’euro, sottoposto ad acerbe oscillazioni per la discrasia dei regimi fiscali, l’ingigantirsi della finanza, la deindustrializzazione del continente, la conseguente debolezza dei codici del lavoro, la crisi esterne, prima di tutte quella dei subprimes nel 2008. L’esorbitante aumento della finanza rispetto alla cosiddetta economia reale e la interdizione agli stati di intervenire a correggerlo, ha esposto l’euro a una oscillazione in tutti i paesi del sud, cui si impongono direttamente per via legislativa o indirettamente, tramite il gioco dei mercati enfatizzato dalle agenzie di rathing, crudeli cure di austerità, che li precipitano nella crescente disoccupazione e precarietà. In queste condizioni rinascono scetticismi antieuropei ridesta e di sinistra, e la legittimazione popolare sia d’una misura o di un governo è resa difficile.
La politica lamenta che l’economia la ha sopraffatta, come se essa stessa – e si tratta di governi di socialisti, laburisti o di centrosinistra – non se ne fosse liberata, rinunciando alla possibilità di intervento pubblico («meno stato più mercato») e accettando la riduzione dell’economia a pura contabilità della spesa dello stato, aggravata dai six pack successivi. Privi di risorse, per la disoccupazione crescente e il rifiuto d’una tassazione dei redditi e in particolare della finanza, gli stati sono paralizzati e le classi subalterne pagano prezzi sempre maggiori. Basta scorrere i pochi articoli del «fiscal compact» votato dai governi europei il 28 giugno a Bruxelles per rendersi conto che si tratta di puro obbligo monetario, che avrebbe addirittura favorito la speculazione dei mercati sul debito degli stati se la Bce non fosse intervenuta con prestiti illimitati a breve termine, evitando uno strangolamento immediato ma esigendo dai paesi che li richiedano che si accetti uno stretto controllo della Bce, del Fondo Monetario Internazionale e della Commissione. Il testo del fiscal compact appare difficile da sottoporre a un referendum, come chiedono alcune sinistre radicali, per il suo tecnicismo (tempi dei rimborsi e condizioni per i crediti) e il suo silenzio su tutte le richieste socialmente pressanti. Come osserva più d’uno dei commentatori politici (G. Rossi su «Il Sole 24 ore» o Adriano Prosperi su «Repubblica») il fattore umano è del tutto assente da questi accordi, che neppure notano l’aumento dei disoccupati (si calcolano 18 milioni in Europa), l’estendersi della deindustrializzazione crescente, la delocalizzazione verso paesi a costo del lavoro più basso che mediamente in Europa, la minaccia di evasione fiscale degli alti redditi in Francia.
Tale scelta dei governi, che rappresenta il massimo consenso alla tesi di un von Hajek e il massimo della contraddizione all’orientamento delle costituzioni dopo la seconda guerra mondiale, toglie spazio all’uso di quelle possibilità di difesa delle classi subalterne che esse avevano conquistato nel lungo periodo del compromesso keynesiano, prodotto dallo scontro fra capitale e lavoro, delineato per primo da Roosevelt come via d’uscita dalla crisi del ’29, sicuramente rafforzato dalla potenza dell’Urss e teorizzato dopo il 1938 soprattutto in Gran Bretagna. Il movimento del ’68 ne ha messo in luce i limiti politici e strutturali, ma è d’obbligo riconoscere che lo ha destrutturato, evidenziandone appunto gli aspetti di compromesso sociale, piuttosto che spingerlo in avanti. Accelerata dopo il 1989, la Unione Europea è nata sconfessando il modello «keynesiano» (e la nuova sinistra ne aveva dato alcuni argomenti) e una bozza di trattato dopo l’altra, malgrado i wishful thinkhing di Lisbona, hanno vincolato gli stati a un rigore di bilancio basato sulla riduzione del costo del lavoro e su una sua organizzazione che le nuove tecnologie permettono di ridurre nelle quantità della manodopera invece che nella riduzione dei tempi e delle cadenze, mentre la liberazione del mercato da ogni vincolo permette di mettere in concorrenza i salariati europei con quelli di paesi ex colonizzati, assai minori. Le classi subalterne sono spinte, come in Grecia e in Spagna, a votare il proprio annichilimento sindacale e politico. Non sorprende che dilaghi l’euroscetticismo soprattutto nelle ex roccaforti operaie e che in esse abbiano ascolto le destre estreme.
Quando l’ad della Fiat, Marchionne, parla di «un prima e un dopo Cristo» nelle relazioni sociali sottolinea una verità: le sinistre, non solo comuniste e socialiste ma socialdemocratiche, hanno lasciato nel disorientamento del 1989 la loro base e i loro principi, con ciò perdendo il loro potere contrattuale (salvo in alcuni paesi scandinavi) ed è quel che ne rimane oggi è il bersaglio della controparte. Non inganniamoci: non è il comunismo che oggi il padronato delle multinazionali ha deciso di distruggere, operazione che ha già compiuto da solo, ma quella legittimità degli opposti interessi sociali che i Trenta Gloriosi avevano dovuto riconoscere, che aveva permesso alle lotte operaie di esistere e di conquistare alcune condizioni che ancora oggi alcuni, anche fra noi, considerano diritti inalienabili. Non ci sono nei rapporti fra le classi diritti inalienabili. Essi vanno difesi metro per metro dalla possibilità di un arretramento, del quale nel recente passato lo strumento fondamentale è stata la utilizzazione esclusivamente padronale della tecnologia, e oggi la più volgare riduzione dell’economia a una contabilità dello stato, mutilata dalle entrate un tempo assicurate dalla più vasta platea occupazionale, e al suo regime comunitario. In questo senso la soggezione ai dettami liberisti, sulla quale è stata formata la Unione Europea, somiglia a un fatale combinato-disposto: è interdetto alla sfera politica di intervenire sul sistema economico, ed è permesso al sistema economico di intervenire nel continente, entrandovi e uscendone senza renderne conto agli stati, mentre le distruzioni, che queste razzie comportano sul tessuto sociale dei diversi paesi, costituiscono un aggravio finanziario per il relativo stato mentre ne minano le basi e il consenso.
La ricostituzione d’un potere di contrattazione sostenuto dalla legge e di conseguenza d’un controllo politico, statale o comunitario, sui movimenti di capitale, unitamente alla tassazione delle transazioni fiscali, è una misura che si va rivelando sempre più urgente. Ed è sostenuta non solo dalla manodopera industriale, che chiede di ricostituire le sue basi produttive, adeguandole nel contempo alle compatibilità ecologiche e ambientali, e quindi una politica economica esplicita e discussa in comune, ma anche dalle classi medie, il cui potere d’acquisto è in calo. L’allargarsi del ventaglio delle disuguaglianze sociali, come non mai nel secondo dopoguerra, ha portato a un affluire della ricchezza su un decimo della popolazione, e della grande ricchezza su un decimo di questo decimo (Gallino, Pianta).
E’ una tendenza non sostenibile, e impone una inversione di rotta. Anche perché allo sbiadire dei rapporti di forza contrattuali si aggiunge l’affievolirsi del più generale sistema democratico, che si sconnette e contraddice, da una parte, sotto l’urto del mercato selvaggio e, dall’altra, di una antipolitica diffuso. La lezione di Federico Caffè è stata distrutta negli anni ’70 e ’80.
Essa è una condizione perché l’orizzonte di una trasformazione che investa alle radici la proprietà resti aperto, salvaguardandone anzitutto i soggetti. I tentativi di assegnare ad altri gruppi sociali il ruolo che era stato posto nella classe operaia non ha avuto esito. Esso non è durevolmente passato alla gioventù acculturata e/o marginale, come pensava Herbert Marcuse, malgrado i processi di proletarizzazione cui è sottoposta, né nelle popolazioni dei paesi terzi, come si è creduto nel primo postcolonialismo, né nella reattività delle moltitudini, difesa da Negri e Hardt.
In Italia, l’azzeramento di fatto del parlamento nella unanimità senza condizioni richiesta da Mario Monti per accettare l’incarico ha ottemperato di fatto alle condizioni poste dalla Bce, dal Fmi e dalla commissione europea. Quale partito o coalizione si presenta oggi esplicitamente contro Monti, garante di questa Europa? E di Monti, e ciò che rappresenta, è garante il presidente della Repubblica. Che questa soluzione sia stata promossa da un ex dirigente del Pci diventato Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, è il segno più eloquente di ciò che è avvenuto nelle sinistre nel 1989. E anche dei limiti assai stretti nei quali potrà muoversi, se ci sarà, di una alternativa a questo governo.
Ma occorre tenere presente questi vincoli, dunque spostare l’orizzonte in Europa, se si vuol evitare che il primo passo già compiuto nella recessione diventi un cadere catastrofico in essa. E’ la situazione di tutti i paesi europei del sud, dalla Grecia all’Italia alla Spagna, al Portogallo, e l’indice attorno allo zero crescita previsto in Francia sta mettendo anche Parigi su questa soglia. Negli Stati Uniti, l’esito della crisi del 2008 è violentemente impugnato dalle destre per corrodere i flebili risultati della presidenza Obama – dipinti come addirittura «comunisti»- in Francia per bloccare in partenza le modeste riforme di Hollande, dovunque per non disturbare il capitale finanziario, e per esso, soprattutto da noi, le banche tedesche. L’aggressione è totale.
Ma hanno ragione Stiglitz e Krugman a scrivere che questa strada è senza uscita, i livelli di disoccupazione e di «crescita negativa» non sono sostenibili da nessun paese, senza conseguenze politiche nefaste, ripetendo uno scenario da Anni Venti. I paesi del sud non vedono uscita dal tunnel, ma comincia a patirne anche la Germania che vendeva la maggior parte dei suoi prodotti sul mercato europeo, e lo vede restringersi. Una svolta appare a molti necessaria. Bisogna dimostrare che è ragionevole e possibile.

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http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/8169/

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Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basta sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi. Vedi tutti gli articoli di GoatWolf

2 responses to “Un’analisi per contrastarli

  • egle1967

    Sono molto ignorante della storia e sto iniziando ora a comprendere alcune cose, conoscendo il passato.
    L’articolo è molto interessante e credo che vi sia l’evidente assenza , più che incapacità, di una forza che contrasti la politica del capitale globale.
    Mi sembra che l’ideologia sia una e sia quella del soldo.
    C’e stato e c’è un vero dissolvimento politico che ha condotto gli italiani a non credere più a nulla.
    E , secondo me, il pericolo evidente, conseguente all’assenza di una forza politica contrastante, è quello di finire ad essere governati da una forza “carismatica”. Ormai siamo pronti a voler tutto , qualsiasi cosa che non sia il “vecchio” , siamo pronti a “rottamare” e a gridare che tutto puo’ essere meglio di quello che c’è ora…e di qua il pericolo di totalitarismi…
    Occorre che si intenda la politica non come gestione ed amministrazione del potere.
    Occorre che si riprendano in mano i valori democratici , che non sono quelli di prometter un posto di lavoro, ma regole e condizioni per determinarlo, che non sono quelli di prometter nomine negli enti , ma trasparenza a beneficio di tutti ( anagrafe dei nominati, per esempio), che non chiudono gli occhi se c’è qualcosa che non va ma lo denunciano…insomma, un sogno.Mi sembra ragionevole una svolta, ma no so , se possibile…

    • GoatWolf

      Assenza, giusto: è assente una forza tanto materiale quanto culturale, sono assenti i soggetti attivi e la condivisione di un progetto politico meglio strutturato. In effetti, è assente proprio la struttura, intesa come organizzazione concettuale. Qualche giorno fa passeggiavo per Roma e sono passato dalle bancarelle di libri usati vicino a Piazza della Repubblica (quelle sulla strada verso Termini) e mi sono fermato a parlare di politica con un venditore molto solerte, a partire da una raccolta di scritti di Antonio Labriola. A un certo punto mi ha detto che la maggior parte dei giovani, specie sui trent’anni come me, gli chiedono soprattutto testi di teoria marxista, da Marx stesso a Gramsci, Lenin, Mao, Trotsky, austromarxisti, eurocomunisti, ecc., non tanto perché ne condividono le posizioni, ma perché in quel patrimonio teoretico ritrovano una struttura di pensiero, una serie di strumenti e parametri per l’analisi e l’interpretazione di ciò che sta avvenendo oggi, come per formarsi un retroterra culturale che non trovano in nessuna idea attuale. Se effettivamente è così, questo è significativo del bisogno di un ritrovarsi nella politica, di ricominciare dalle basi, per rinnovarsi con consapevolezza anziché con frenesia.
      Io continuo a credere che la parentesi tecnica dei governi sia un’occasione da nn lasciarsi sfuggire per ripensare al modo di partecipare alla vita pubblica, prima di pensare alle prossime elezioni facendo di tutto per conquistare un governo che poi non si sa come gestire, se non continuando sulla scia del modello unico internazionale.

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