Considerazioni su educazione e partecipazione nell’epoca contemporanea

Ecco un estratto di cosa sto combinando nella speranza di sopravvivere e trovarmi un posticino di lavoro (magari un fantozziano sottoscala)…

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La democrazia, come sistema politico e sociale, è caratterizzata da una instabilità perenne. Negli ultimi decenni del XX secolo si è assistito a un graduale quanto imponente sviluppo di tratti fondamentali della modernità, riassumibili nel cosiddetto paradigma della complessità, ovvero il sintomo della dinamicità instabile cui le persone sono costrette a soggiacere, adattandosi costantemente ai mutamenti di costume, tecnologia e naturalmente economia, di cui la globalizzazione del libero mercato costituisce l’esempio maggiore per incidenza nella vita quotidiana degli individui. L’importanza assunta dall’apprendimento, dall’informazione e dalla comunicazione rende sempre più urgente per ogni cittadino il diritto e persino il dovere di mettersi al passo con l’evoluzione sociale; imparare a ricercare e raccogliere dati e informazioni, socializzandole attraverso i mezzi di comunicazione, integrandole con le conoscenze altrui e infine convogliarle in una produzione di pensiero critico è oramai un momento costitutivo del ruolo sociale di ogni cittadino in quanto tale. Ciò significa tracciare il passaggio, nell’ambito della società dell’informazione, da un tipo di cittadinanza passiva a una presa di coscienza della partecipazione attiva al processo di formazione della democrazia, nella quale ogni individuo può contribuire alla risoluzione dei problemi sociali attraverso la condivisione del lavoro intellettuale.

Comunicazione e educazione devono pertanto camminare di pari passo. Il sempre più veloce sviluppo tecnologico sta rivoluzionando proprio il modo di cercare, raccogliere e gestire dati e informazioni: per avere un’idea di questa accelerazione, basti pensare che la radio e la televisione hanno impiegato rispettivamente 38 e 43 anni per raggiungere i cinquanta milioni di utenti, traguardo che Internet ha superato in meno di cinque anni. Si prospetta come ineludibile l’avvento della biblioteca digitale nell’ambito di una più generale “virtualizzazione” dei beni culturali, ma ci si interroga anche sulla trasformazione antropologica che i nuovi mezzi di comunicazione di massa stanno determinando.

La tecnologia reca grandi e nuove opportunità, che vanno sapute cogliere, unitamente a non meno grandi e pressoché sconosciuti rischi dai quali occorre difendersi, poiché già mezzo secolo fa si è osservato che “veramente inquietante non è che il mondo si trasformi in un completo dominio della tecnica. Di gran lunga più inquietante è che l’uomo non è affatto preparato a questo radicale cambiamento” (Heidegger).

Segno dei tempi è la virtualizzazione dei rapporti interpersonali: la possibilità di comunicare attraverso uno schermo in qualsiasi punto del globo ha favorito indubbiamente lo scambio reciproco di informazioni e interazione tra individui, ma anche la possibilità di assumere un’identità monodimensionale, creata ad hoc per essere presentata al mondo virtuale; le relazioni non avvengono perciò tra persone, bensì tra avatar, “incarnazioni” rispetto alle quali manca la profondità del contesto, l’ambiente in cui quelle persone vivono, agiscono e sono influenzate.

Egualmente per quanto concerne l’informazione: l’allontanamento dai media tradizionali, spesso visti con sfiducia, spinge a ricercare le informazioni e le notizie in rete, attingendo sì a fonti di prima mano e a una pluralità di punti di vista molto stimolante, ma esponendo al rischio di prendere per buono anche ciò che è manipolato, travisato e distorto o superficiale, senza poter contare su un confronto diretto.

Indispensabile diventa pertanto la preparazione all’uso della tecnologia, intesa come mezzo a supporto delle esperienze della vita reale e non come un coacervo di surrogati virtuali cui delegare la personalità e la capacità di giudizio individuale. Il rischio maggiore è di finire col non saper guardare al futuro e che, in maniera silente, si restringano gli “spazi reali” di condivisione del sapere a favore di una illusoria partecipazione agli “spazi virtuali”.

Nel tragitto culturale percorso dall’umanità si possono individuare tre fasi. La prima coincide con l’invenzione della scrittura, la quale ha permesso di dare stabilità alle conoscenze. La seconda con l’invenzione della stampa, che secoli dopo ha reso possibile la pubblicazione a basso costo di un bene altrimenti costosissimo, il libro, ora alla portata di tutti. La terza fase si è aperta in questi anni, nei quali le cose che sappiamo, dalle più elementari alle più complesse, non le dobbiamo necessariamente al fatto di averle lette da qualche parte, ma semplicemente di averle viste in televisione, al cinema, sullo schermo di un computer, oppure sentite dalla viva voce di qualcuno, dalla radio o da un amplificatore collegato a un i-Pod.

Non è in questione, evidentemente, il valore della tecnologia in quanto tale; ogni progresso nel campo della comunicazione e quindi anche della virtualizzazione di luoghi e rapporti comporta sempre un aumento di possibilità, cui corrisponde anche un aumento dei rischi. È la natura del progresso a includere questo bilanciamento. Infatti la comunità virtuale può essere uno strumento di crescita ed evoluzione della comunità reale: come sostiene Pierre Lévy, internet è uno strumento per raggiungere la cosiddetta intelligenza collettiva, ossia la collaborazione intellettuale tra persone che si scambiano idee complementari mediante la rete, integrando quindi in maniera reciproca le proprie conoscenze, la qual cosa comporta una valorizzazione comunicativa dell’uso dell’intelligenza. Non a caso un fenomeno crescente di analfabetismo di ritorno riguarda la mancanza di adattamento a questo progresso comunicativo e tecnologico, che rende sterili anche le menti un tempo dotate di solida cultura.

La comunità reale, dunque, si trova di fronte alla possibilità di aprirsi al mondo attraverso la rete, nonché al rischio di disgregarsi nel proprio tessuto di rapporti reali virtualizzandosi. Qui entra in gioco l’educazione, intesa non solo nei suoi parametri formali di istruzione giovanile bensì come educazione permanente. Se l’avvento di internet sembra rendere obsoleta una istituzione educativa assolutamente informale e aperta a tutti i cittadini qual è la biblioteca pubblica, diventa altrettanto chiaro e pregnante il ventaglio di possibilità che lo strumento della rete può aprire a vantaggio della biblioteca stessa. Questa, infatti, è di per sé un luogo di aggregazione, un’istituzione basata sul principio di inclusione, attorno alla quale può formarsi una comunità aperta al dialogo sia interno, sia verso altre comunità di cittadini. Riprendendo l’idea di John Dewey sulla nascita della democrazia, è dalle piccole comunità che questa viene costruendosi mediante una formazione tesa al miglioramento delle capacità e dell’intelligenza dell’individuo, una formazione lungo tutto il corso della vita adattantesi al ritmo di continuo cambiamento della società e della vita stessa.

In questa formazione la collaborazione assume un ruolo fondamentale, spinge gli individui a propendere verso il dialogo costruttivo per la risoluzione dei problemi al di là di imposizioni dettate da poteri dominanti; in un famoso testo di teoria politica Dewey elabora la centrale differenza tra planned society e planning society: la società pianificata è basata su uno schema imposto dall’alto, che prevede l’adeguamento di tutta la vita sociale alle direttive che conducono verso la realizzazione di un fine determinato, quindi è sostanzialmente immobile e immobilizzante, usando una coercizione sia fisica che psicologica nel conformare le azioni ai disegni finali; ciò vale naturalmente per ogni tipo di società totalitaria, si tratti di fascismo o di stalinismo, in quanto la presupposizione di un fine assoluto verso cui tendere tronca ogni possibilità di dibattito, e quindi di cooperazione tra i cittadini. Al contrario, una società continuamente pianificatesi al suo interno è attenta al controllo sociale più ampio e articolato dei risultati della liberazione dell’intelligenza, attraverso la forma più vasta di interscambio cooperativo; il metodo democratico permette di discutere ogni finalità, promuove la collaborazione e la partecipazione a finalità congiunte. Il problema della democrazia è quello di una forma di organizzazione sociale in cui le forze individuali, oltre ad essere liberate dalle costrizioni meccaniche esterne, devono anche essere alimentate e sostenute, dirette verso la partecipazione attiva di tutte le persone mature alla formazione dei valori che regolano la vita associata, sia per il bene sociale che per lo sviluppo dei singoli esseri umani.

Si configura in questo senso quella che Karl Otto Apel definisce comunità dialogica dei soggetti parlanti: ciò che sottende la comunità è il linguaggio, inteso come natura reale dell’a priori kantiano (non più interpretabile come pura struttura mentale); i soggetti incontrano difficoltà nel comunicare a causa di pregiudizi e costrizioni di natura psicologica, di auto imposizioni ideologiche e separazioni basate su condizioni sociali. Tale difficoltà deve essere superata ampliando i mezzi politici a disposizione dei cittadini, stimolando la critica dell’ideologia e ricorrendo nondimeno alle possibilità liberatorie offerte dalla psicoanalisi. La connotazione etica di questa reinterpretazione di Kant si risolve nella necessità di sviluppare la democrazia a partire dallo sviluppo del soggetto parlante, l’individuo cosciente del proprio ruolo di cittadino di fronte agli altri, per cui il diritto all’inclusione sociale necessita di una preparazione alla cittadinanza lontana dal nozionismo mnemonico tipico di certe istituzioni educative formali. La comunicazione diventa allora, secondo Jurgen Habermas, un modello di azione sociale. La partecipazione alla formazione dell’opinione pubblica si stabilisce in base alla struttura comunicativa; pertanto l’interazione degli attori sociali, i quali si presentano sulla scena sociale ognuno con un proprio modello comunicativo, si concretizza nel dialogo in quanto momento di ricerca dell’intesa sulle azioni da intraprendere e sulle norme di riferimento riconosciute come vincolanti.

La democrazia appare come una propensione naturale dell’uomo, da rivalutare attraverso un’educazione permanente extrascolastica riqualificante la formazione a partire dalle comunità locali. Il potere costituito, da intendere nel senso generico di status quo, spesso svilisce l’impulso al dialogo per mantenere intatta la sua struttura di controllo; i tentativi di uscire dall’instabilità attraverso la solida costruzione dell’ordine sociale tendono ad assumere contorni antidemocratici, imponendo scelte cui solo un cittadino cosciente può rispondere e discutere.

Una cittadinanza attiva, potere costituente contrapposto al potere costituito, richiede questo impegno quanto più complicato si prospetta il futuro prossimo della società.

Informazioni su GoatWolf

Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basta sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi. Vedi tutti gli articoli di GoatWolf

4 responses to “Considerazioni su educazione e partecipazione nell’epoca contemporanea

  • copyisteria

    interessantissimo post… ricco di spunti e di riflessioni. Questo surrogato di vita sociale che noi chiamiamo chat o internet 2.0 è decisamente un passo avanti rispetto alle notizia imposte dall’alto della tv, ma nasconde anch’esso delle ombre. La cittadinanza attiva non può prescindere dalla vita “off-line”, come giustamente dici tu. Anch’io credo che l’odierna concezione della rete e dei social abbia poco a che vedere con ciò di cui parlava Pierre Levy: più che verso l’intelligenza collettiva, credo che oggi stiamo vivendo una forma globalizzata di narcisismo virtuale. Sono i famosi “15 minuti di celebrità” di cui parlava Warhol. Ogni istante della nostra vita è scandito sullo schermo di un pc come se fosse unico, irripetibile: oggi si vendono istanti, anche quelli noiosi, anzi soprattutto quelli. Internet diventa così sempre più palliativo, medicina, psicofarmaco della vita vera. Dove può condurre questa traslazione dell’esistente non so e ho anche un po’ paura a chiederlo.

    • GoatWolf

      Sai, a volte penso che la fantascienza sia stata profetica oltre ogni intenzione: penso naturalmente a Blade Runner, ma anche a prodotti giapponesi come Ghost in the Shell (il film animato, non quello schifo di fumetto), in cui si vede un altissimo livello tecnologico contribuire a isolare e dividere le persone, renderle autonome in ogni tipo di bisogno, saturarle di comodità e piaceri senza però soddisfarle, lasciandole infine sole con se stesse e incapaci di veri rapporti umani. Come l’inventore degli androidi che vive con giocattoli viventi e si vergogna di parlare con le sue creature più avanzate.

      Ma forse non c’è bisogno di ricorrere alle metafore fantascientifiche, noi siamo già isolati: il computer è la nuova palla di vetro, la finestra aperta sul mondo tramite cui sappiamo in tempo reale cosa accade in Cina o in Messico come nella nostra città, eppure rimaniamo chiusi tra quattro mura, immobili, a credere che ciò che vediamo e le persone con cui parliamo siano la stessa cosa dal vivo. Salvo poi vergognarsi di salutare per strada la stessa gente con cui su fb scherzavamo fino a un minuto prima (lo dico perché mi è capitato e da qui ho cominciato a prendere con le pinze internet: una collega di università con cui ho sempre parlato e scambiato link su fb mi ha incrociato nei corridoi della facoltà e io quasi mi giravo dall’altra parte per la vergogna, per la difficoltà nel rapporto faccia a faccia, così lei si è avvicinata, mi ha dato la mano e due baci sulle guance, dicendo “eh no, salutarsi solo su internet e non dal vivo no!”)…

  • 2 anni di blog | Fabbrica Metropolitana

    […] questo avatar, libero dal contesto in cui mi muovo (rivalutazione positiva di ciò che deninciavo qui – contraddizione dialettica? […]

  • Inizia l’avventura! | Fabbrica Metropolitana

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