Lovecraft politico. Critica a De Turris e Fusco

Prima o poi scriverò qualcosa sul mondo assurdo e spaventoso creato dal genio di Howard Phillips Lovecraft, su come ne ebbi vaga conoscenza sin da bambino e quanto mi abbia colpito in seguito, leggendo i suoi straordinari racconti. Vorrei occuparmene per bene e con calma, ma per far questo devo rimandare a un momento più tranquillo il mio interesse letterario. Oggi mi voglio invece occupare di una diatriba vecchio stampo, la politicizzazione di un autore e con lui di un genere letterario che, di per sé, parla all’interiorità onirica di ognuno di noi, senza perdersi dietro a etichette culturali di dubbio valore; gli esempi si sprecano, vista la smania di affibbiare le suddette etichette qui da noi in Italia, continuando una tradizione che aveva forse senso negli anni Settanta, ma che oggi ha qualcosa di patologico. L’occasione mi si presenta grazie alla lettura dell’Introduzione a un volume di lettere scelte del Solitario di Providence.

Il volume, uscito nel 2007 per le Edizioni Mediterranee e intitolato L’orrore della realtà, è curato da due giornalisti studiosi di letteratura ampiamente ritenuti tra i massimi esperti di H.P. Lovecraft nel nostro Paese, già direttori della Fanucci: Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco. Un lavoro in sé prezioso, perché l’epistolario di Lovecraft è pressoché inedito in Italia e grazie a questa selezione possiamo averne un assaggio – minimo, infinitesimale direi, dato che vi sono raccolte cinquanta missive, in gran parte ridotte per motivi di lunghezza, a fronte di una mole di oltre centomila lettere scritte nell’arco di vent’anni, di cui molte superano le venti pagine e in taluni casi arrivano a sessanta/settanta (solitamente riflessioni che costituiscono saggi, o racconti in prime stesure). Indubbiamente i due curatori sono stati tra i primi e più attivi diffusori dell’opera di Lovecraft, sarebbe ingiusto e sbagliato ridurre il loro impegno a quanto si ricava dall’Introduzione; purtroppo però, pur essendo interessante per la ricostruzione di una weltanschauung dello scrittore di Providence entro cui intendere la sua opera, questa Introduzione si rivela l’ennesimo tentativo di appropriazione ideologica mascherato da liberazione di Lovecraft dalle incrostazioni perbeniste di un’egemonia culturale che potrei definire “capitalistico-marxista”, stando ai commenti di cui sono punteggiate le pagine in questione. La collocazione politica di de Turris è in effetti ben nota, curatore delle opere di Julius Evola e autore di numerosi saggi e articoli sul tradizionalismo e la cultura di destra, il quale ha evidentemente ravvisato in Lovecraft un autore dalle radici esoteriche (e dalle idee politiche) perfettamente attinenti a quella cultura ultra-conservatrice antimaterialistica a lui cara; Fusco sembra invece aver mantenuto un profilo più discreto, occupandosi in primo luogo di fantascienza, tanto che in un’altra sede, il “Mammuth” della Newton&Compton sullo scrittore americano, ha collaborato con Gianni Pilo e nell’apparato critico non sembrano presenti preoccupazioni ideologiche particolari.

Quanto è scritto in questa famigerata Introduzione, tralasciando le interessanti puntualizzazioni prettamente letterarie sull’epistolario e in generale l’opera di Lovecraft, ha qualcosa di illogico, di contraddittorio, nel lanciare accuse di comportamenti malsani verso gli altri critici dell’autore, finendo poi per ricadere negli stessi errori. La mia intenzione non è di commettere a mia volta l’errore di strappare Lovecraft alle grinfie della cultura di destra e reinterpretarlo in chiave marxista, bensì di sottolineare l’incoerenza e l’inutilità di operazioni del genere. Se è certamente vero che lo scrittore ebbe idee elitariste e razziste fino quasi agli ultimi anni della sua vita, è altrettanto vero che la sua opera non è dichiaratamente politica, anzi la sua grandiosità e bellezza è dovuta all’evasione costante dalla realtà, alla dimensione onirica e fantastica, allo sguardo interiore simbolicamente proiettato nel cosmo, lontano da questioni politiche contingenti cui l’autore avrà volto l’attenzione in altri momenti e ambiti. La questione è: cosa fa di un autore, un autore politico? La concezione del mondo lovecraftiana, ammesso che sia effettivamente reazionaria per contenuti e prospettive, in che modo si riflette nella sua opera? Perché da questo punto di vista mi pare chiaro come all’apprezzamento dei racconti di Lovecraft debba, secondo i due curatori, precedere o seguire una concordanza con le sue idee e la sua concezione del mondo, quasi che a non essere elitaristi non si sia in grado o non si abbia la dignità di apprezzarne la produzione letteraria. Senza dubbio non è simpatico, per un progressista, imbattersi in esternazioni razziste come se ne trovano in racconti quali Herbert West, rianimatore o Il richiamo di Cthulhu, così come in molti altri luoghi della produzione lovecraftiana; ma se ne può anche sorridere, contestualizzarle e accettarle come note di colore, stonate ma personali, all’interno di opere che si reggono in piedi anche senza di esse. A questo proposito mi torna in mente il famoso romanzo d’avventura Le miniere di Re Salomone, di Henry Rider Haggard, in cui una vena razzista è inevitabile perché connotata alla mentalità di fine Ottocento.

Nel caso di Fusco e soprattutto De Turris, si è invece in presenza di una interpretazione politica volta a esaltare la visione del mondo reazionaria e aristocratica come base fondamentale e integrante di ogni scelta letteraria di Lovecraft, un’affermazione della natura intimamente fascista dei miti onirici di un esteta razionalista emarginato da una volgare cultura di massa ipocrita e buonista, ossessionata dal “politicamente corretto” in merito ai rapporti umani e sociali e alla natura dell’individuo. In due parole, un piagnisteo reazionario. Piagnisteo perché allo stesso modo invocano una ipocrisia uguale e contraria nel lamentarsi e nel piangersi addosso per l’umiliazione delle proprie idee, per l’occultamento delle proprie verità, senza soffermarsi su cause ed effetti di quella stessa mentalità in reazione alla quale si è sviluppato il politicamente corretto (nato, è bene tenerlo presente, per insegnare il rispetto dell’altro, prima di scadere in eccessi perbenisti).

E’ paradossale già il fatto stesso di inserire una polemica anticomunista in un’introduzione a Lovecraft, il quale ha poco a che vedere con problemi storico-ideologici di fine secolo; ancor più paradossale è quindi l’accusa all’ideale in sè di comunismo d’aver insanguinato il Novecento e sottacere l’orrore scatenato (senza alcuna discrepanza tra teoria e prassi) proprio dagli ideali aristocratici e reazionari di cui la coppia in questione si fa orgogliosa portatrice. In alcuni punti sono persino presenti giudizi tratti pedissequamente dal famigerato Libro nero del comunismo, testo controverso su cui si è dibattuto molto (interessante è il volume collettivo Sul libro nero del comunismo edito da Manifestolibri) e che pure nulla ha a che spartire con Lovecraft… ma non serve fare molta polemica su questo punto, sarebbe come criticare un’arrampicata su uno specchio, peraltro poco dignitosa: sarebbe meglio esporre le proprie idee a testa alta, incuranti degli strali di una borghesia capital-comunista affetta da buonismo ipocrita, anziché strepitare per una emarginazione culturale dettata dall’evoluzione storica.

Tornando a Lovecraft, traspare dunque dall’Introduzione un messaggio piuttosto ridicolo: per poter apprezzare la sua opera appieno, occorre tenerne presente la collocazione politica. Un po’ come a dire “se conosci Yog-Sothot, devi votare per il MSI, o non sei degno dei Grandi Antichi”. La cosa si estende a un intero genere letterario – per essere un vero fan di Conan il Barbaro devi rinnegare la civiltà e vivere da razziatore e guerriero, una roba che nemmeno R.E. Howard ha mai fatto; specularmente, se sei un “demo-pluto-giudo-marxista”, devi necessariamente disprezzare Cthulhu, altrimenti sei un nazifascista. E qui mi chiedo: ma non è proprio l’atteggiamento ideologico ottuso e fastidioso che i due curatori contestano alla cultura avversaria? Non c’è anche qui lo stesso tipo di costrizione morale, sottile quanto efficace e doppiamente ipocrita, nell’adeguare i propri gusti alla correzione del tiro su ciò che è ideologicamente accettabile?

Altro punto, la scoperta della precarietà dell’esistenza. De Turris e Fusco, nella loro esaltazione quasi pacchiana dell’autore di Providence, posto su un piedistallo e trasformato in idolo nel momento in cui si rivendica di metterne in luce l’umanità, assegnano a Lovecraft il primato assoluto, certamente in campo letterario, del disincanto e della scoperta delle ombre e degli abissi repressi che sottendono alla modernità. La questione è però al centro di diatribe culturali da molto tempo prima, almeno dalla reazione romantica all’Illuminismo, fino alla psicoanalisi e alle elaborazioni junghiane sugli archetipi dell’inconscio collettivo (senza contare la scienza moderna e contemporanea, lontana oggi dagli entusiasmi del positivismo). Naturalmente Lovecraft ha creato un universo atroce, la potenza simbolica dei suoi orrori e delle spaventose vicissitudini dei protagonisti dei suoi racconti è straordinaria, il disvelamento della realtà quale oceano di insensata mostruosità sormontato da uno strato di illusioni razionali è inquietante, disturbante, su questo non ci sono dubbi; ma si inserisce in un filone culturale molto più grande e antico (manco a farlo apposta), i cui valori intimisti possono appartenere a ognuno di noi. Trattare Lovecraft come un guru tradizionalista la cui parola trova conferma nei problemi del presente è un atteggiamento ideologico, ripreso da quello per altre figure più politiche come Ezra Pound o Julius Evola, sprecando lodi alle doti profetiche su qualcosa che è in realtà naturale, non decadente: la percezione di difficoltà e problemi di cui non sembra esservi traccia nel passato, distinguendo un’età dell’oro da quella attuale della fine dei tempi (fine che non arriva mai). L’ingenuità di questa visione è peggiore di qualsiasi vulgata “lenino-maoista” e sembra, nel caso di De Turris e Fusco, un’anacronistica rivalsa contro vecchi nemici degli anni Settanta, un sassolino nella scarpa da togliersi fuori tempo massimo.

Concludendo, lascio un collegamento alla sezione sul pensiero politico di Lovecraft della pagina WP, da cui si evince un’evoluzione molto interessante delle sue visioni e della percezione dei problemi sociali dell’epoca, in maniera ben più razionale di quanto i due curatori del volume di lettere abbiano potuto o voluto fare. Da notare che molto di quanto contenuto nella sezione sul pensiero è ricavato proprio dall’epistolario:  IL PENSIERO

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Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basta sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi. Vedi tutti gli articoli di GoatWolf

2 responses to “Lovecraft politico. Critica a De Turris e Fusco

  • egle1967

    Il primo libro che lessi fu “opere complete ” di Edgard Allan Poe che mi fu regalato da mio nonno quando compi’ 14 anni e il secondo fu ” Opere complete” di H.P. Lovecraft che lessi negli anni successivi ( nonostante il carattere di stampa veramente ostico ) e mi persi in un mondo che, nonostante la sua mostruosita’ mi affascinava molto piu’ di quello reale. I suoi mostri mi facevano meno paura di molte cose che stavano la’ fuori. Per anni ne fui traumatizzata/ affascinata ed era lungi da me il cogliere una posizione politica precisa nei suoi scritti.
    I detrattori sottolineano la sua posizione antisemita, E so che ci sono stati saggi scritti su di lui per individuare quale fosse il suo pensiero politico.
    Sara’ un mio limite, ma non ho mai avuto la necessita’ di farlo, credo che Lovecraft sia stato lo scrittore piu’ nichilista che abbia mai letto ( insieme ad Houllebecq adesso) ( a proposito hai letto il saggio di Michelle H su di lui? Stupendo!)
    Un nichilismo senza speranze, senza redenzione,senza salvezza.Il lieto fine non c’ e’ mai, il male rimane in agguato sempre? Il suo grido proviene dall’angoscia dell’ infinito contro cui l’ uomo non e’ nulla!
    E’ assente la volonta’, la ragione, e gia’ per questo non riesco a capire come lo si possa definire fascista. E non riesco neanche a capire questa necessita’ di collocarlo politicamente, ma so anche che non ho gli strumenti per farlo.
    Hai scritto una critica alla critica molto accurato.
    Chapeau!

  • GoatWolf

    Nemmeno io ho la necessità di definire politicamente un autore del genere, proprio perché le storie e il loro simbolismo si reggono in piedi da sole. Io posso capire la scelta di campo che bene o male si faceva tempo fa, quando il materialismo (ideologizzato) escludeva di per sé ogni dimensione irreale, anche nella letteratura, ma fissarsi su discorsi del genere vuol dire perdere di vista ciò che è veramente importante e bello a proposito di Lovecraft, così come di altri autori. Qualche anno fa mi imbattei in un articolo su uno dei maggiori giornali, incentrato sulla definizione del lettore medio di fantasy (Tolkien in particolare): secondo non ben precisate ricerche, è un adolescente con difficoltà nei rapporti umani e la predilezione per le idee dell’estrema destra. Quando portai l’articolo all’attenzione di alcuni utenti su un forum, fu proprio uno di estrema destra a dirmi che Tolkien gli sembrava più adatto agli hippie! Chiaramente le cose sono piuttosto complesse, c’entrano un malinteso romanticismo, una confusione tra spiritualità e fantasia, una tendenza verso elementi superficialmente attribuiti a visioni del mondo contrastanti ecc.; magari anche una ricerca di riferimenti identitari. Però mi pare evidente come tutto ciò si riferisca a una fondamentale immaturità di pensiero che, specie in due uomini ormai cresciuti come Fusco e De Turris, dovrebbe essere superata dall’esperienza.
    Soprattutto ora che il mondo è cambiato!

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