Robert Rodriguez, l’appassionato

Più vedo film di Robert Rodriguez, più mi convinco che il suo cinema non è “originale” bensì il costante tributo di un fan ai suoi generi, registi e film preferiti. Lo ho capito dal recente Predators, ufficialmente il terzo film della saga iniziata nel 1987 con quel gioiello del cinema d’azione di McTiernan, protagonista Schwarzenegger, e proseguita con un buon seguito nel 1990; questo terzo film, di cui Rodriguez è produttore, inserisce elementi nuovi e suggestivi a proposito degli alieni cacciatori, ma ciò che mi ha colpito maggiormente è la ripresa in più punti degli elementi chiave del primo film: l’ambientazione nella giungla è il più evidente (dopo la “giungla urbana” del secondo capitolo e quelle ben differenti dei cross-over con gli xenomorfi di Alien), più la suspense e lo stesso ritmo progressivo nella scoperta del terrore e dell’incalzare della caccia, a cominciare dalle tracce lasciate da chi ha tentato di sopravvivere prima dei protagonisti fino a richiami come il fango sul corpo per nascondersi. Tutto in questo sequel (tra l’altro arrivato dopo vent’anni e molti progetti accantonati) sembra fatto da un fan, un appassionato cresciuto con film del genere di cui ha deciso di fare una propria versione, inserendoci tutto quanto il film originale gli ha ispirato, per omaggiarlo e divertirsi. Altrimenti, perché far scorrere i titoli di coda sulle note di Long Tall Sally di Little Richards?

Rodriguez il fan, dunque, l’appassionato che fa cinema perché vuole risentire le emozioni di quando era uno spettatore sognante. Un altro esempio è il particolarissimo Sin City: lo stesso regista ha sottolineato di non aver voluto fare una sua versione del fumetto di Frank Miller, bensì di averlo voluto trasportare sullo schermo così com’è. E infatti è davvero Frank Miller’s Sin City: con un esperimento di regia secondo me interessantissimo, Rodriguez ha focalizzato l’attenzione sulla pedissequa riproposizione delle vignette e dell’aspetto grafico del fumetto, la cui caratteristica principale è di essere in bianco e nero allo stesso modo dei film noir degli anni Quaranta (stavolta un rimando di Miller a un’altra arte visiva), in cui l’uso della luce e delle ombre fa parte integrante della narrazione costruendo non solo la scenografia, ma anche il senso profondo del tumultuoso agitarsi di sentimenti torbidi ed emozioni maledette tanto nei personaggi quanto nell’ambiente circostante. Per questo Rodriguez ha compreso che un’eventuale trasposizione cinematografica del fumetto avrebbe probabilmente snaturato l’opera, cercando di evitare ciò che in realtà è la norma, ossia l’adattamento. Io sono d’accordo, quando ho saputo di un film da quel fumetto ho subito pensato a come avrebbero mai potuto fare; a maggior ragione sono rimasto fortemente colpito dalla soluzione del regista texano. Ovunque su internet è possibile trovare siti che mettono a confronto le vignette del fumetto e le inquadrature del film.

Negli ultimi anni sono molti i film che riprendono il cinema di serie B e ciò si deve al contributo di Rodriguez con gli ormai famosi Planet Terror e Machete, due film in cui sono ricreate ad arte persino le imperfezioni della pellicola e del montaggio tipiche dei film a basso costo degli anni Settanta e Ottanta, accanto a effetti speciali moderni. La sua collaborazione con Quentin Tarantino risale a Desperado, ma con gli ultimi film è diventata quasi una simbiosi e ha spinto ancor di più sulla rivalutazione di un certo tipo di cinema – Planet Terror ne è l’esempio lampante: si tratta della seconda parte di Grindhouse, una “double feature” di cui Tarantino ha girato Death Proof, dalle stesse caratteristiche, che ripropone i doppi spettacoli (due al prezzo di uno) in voga negli USA dei Settanta e cui assistevano i due, da ragazzini. Tanto che Machete nasce da un finto trailer inserito in Grindhouse per imitare i trailer veramente presenti nei doppi spettacoli, annunciando i film in uscita nelle settimane successive.

Gli esempi, comunque, sono estrapolabili da tutta la carriera di Rodriguez, in cui forse il film più originale in ogni senso è la sua opera prima, El Mariachi; ma questo non è un giudizio negativo, anzi è la riconferma di come il regista ha gettato presto le basi del suo cinema, mai riducibile a mera riproposizione (il tocco personale è evidentissimo), però sempre attento a seguire la strada della passione. Perché il primo impulso di Rodriguez verso il cinema lo ritroviamo nell’affermazione “Anch’io sarei capace di girare quella roba!”, fatta a tredici spocchiosi anni guardando 1997: Fuga da New York, del grande John Carpenter. A proposito, ho scritto che Rodriguez compone da solo le musiche dei suoi film, proprio come Carpenter?

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