Il crollo di un mito

fussli_antichi

Ognuno di noi ha dei miti, incarnati in personaggi storici o in gruppi di persone, partiti, chiese, band, o magari parenti, i propri genitori, un nonno o una zia particolari e via dicendo. E ognuno di noi ha sperimentato qualche volta la “caduta dal piedistallo” di questo o quel mito, provando in seguito un vuoto e una tristezza che ci hanno condotto a momenti di disillusione e persino cinismo. Almeno, finché non lo rimpiazziamo con un altro mito: allora ritroviamo quella fiducia e quella sicurezza il cui destino è di essere nuovamente disattese, un altro mito crolla e il ciclo va avanti finché non giugniamo finalmente al bivio morale di fronte al quale possiamo scegliere tra un pessimismo eterno, forse depressivo, e la consapevolezza della natura effimera dei miti, il cui valore si salva solo a patto di rientrare nella concretezza del reale.

Un mito ci serve a trovare quello di cui sentiamo la mancanza in ciò che ci circonda. La speranza in qualcosa di diverso, qualcosa di puro, di perfetto e incorruttibile, sia essa la rivoluzione o la supremazia, o ancora un’attitudine morale ed etica. Spesso questo mito ci viene presentato da altri, lo scopriamo per caso e lo assumiamo come nostro, lo riempiamo dei nostri sogni e crediamo sia oggettivamente buono; ma, forse in maniera inevitabile, ne perdiamo di vista i difetti, lo rendiamo astratto e assoluto, così che quando quei difetti risaltano ai nostri occhi ribolliamo di rabbia, perché il mito si incrina.

Il punto fondamentale è proprio questo: siamo noi a creare il mito, noi a costruirlo con le nostre visioni e idee, trasformando così un personaggio storico in un superuomo, un evento storico in un momento in cui le debolezze umane si sono fatte da parte, un gruppo o un movimento reali in una sorta di “schiera di angeli” mossi solo da verità e giustizia, perennemente nel giusto e incapaci di compiere qualcosa di inaccettabile. A qualsiasi livello: un gruppo di attivisti o i membri di un complesso musicale saranno sempre mitizzati da qualche fan  più o meno devoto e pronto a vedere in loro il prodotto migliore di un’intera stagione umana, depositari di una verità che però risiede nel cuore del fan, non in quel gruppo.

Quando eleggiamo una persona a nostro mito personale, dimentichiamo sempre che quella persona è umana tanto quanto noi e perciò ha debolezze come le nostre, difetti come i nostri, vigliaccherie o pregiudizi come noi, se non peggio, talvolta. E quando questo lato umano e terreno viene svelato la delusione arriva come una coltellata, ci sentiamo traditi da un mito che credevamo puro e invece è fallibile come tutto il resto; con esso svanisce la speranza. In realtà è quasi come se ci fossimo traditi da soli, perché a essere distrutta è la nostra immagine del soggetto del mito, un’idea che abbiamo attribuito a qualcos’altro e probabilmente è lontana da quella realtà.

Oggi c’è la tendenza a distruggere tutti i miti del passato, soprattutto degli ultimi due secoli; così Garibaldi è passato da padre della patria a mercenario crudele al soldo dei conquistatori piemontesi, mentre il suo omologo Che Guevara è costantemente accusato di essere stato un pazzo assassino, esaltato, infido e pieno di pregiudizi contro neri e omosessuali. Persino Salvador Allende è stato dipinto come una mera spia del KGB, i movimenti del ’68 come la vera causa dei nostri mali attuali, per non parlare delle nefandezze attribuite a interi gruppi di persone. Di ogni mito se ne cercano i lati oscuri, tutto ciò che può far perdere la simpatia in esso. Naturalmente c’è anche una componente di interesse politico dietro tutto ciò, nulla in queste operazioni può considerarsi disinteressato; comunque resta il fatto che ancora oggi si assiste alla demonizzazione dei vecchi miti per far spazio ai nuovi.

Il mito incarna ciò in cui ognuno di noi crede; io penso che l’unico modo di non restare delusi e abbandonare tutto a favore di atteggiamenti fatalistici sia di cercare da noi i lati oscuri dei miti, renderci subito conto della loro umanità e accettarli per ciò che sono, chiedendoci fin dove possiamo condividere il loro esempio e dove invece dobbiamo fermarci e magari rifiutare il resto. Perché un valore, un’ideale sono in se stessi astratti, fuori dal mondo cangiante e fallibile, possono guidarci, illuminare il nostro cammino, ma non possono diventare reali senza perdere l’identità con le parole che li esprimono. Una guida: sono l’obiettivo verso cui tendere, più importante di personaggi che mano a mano ne hanno tentato la realizzazione, i cui fallimenti non sminuiscono l’ideale in sé, bensì ci ricordano che l’utopia resta irraggiungibile, ma la realtà è sempre in mano nostra, non dei miti su cui proiettiamo il nostro desiderio utopico. Forse perdiamo fiducia nel nostro rapporto con i nostri genitori, quando crescendo vediamo che essi non sono il migliore papà del mondo e la migliore mamma del mondo? A meno di non avere gravi situazioni in famiglia, no. E così è per tutto il resto: non troveremo mai nessuno da poter ammirare incondizionatamente, dovremo sempre avere a che fare con le stesse nostre debolezze. Riappropriamoci del significato dei miti e facciamoli nostri, non li proiettiamo su altri e ci convinceremo che vale la pena lottare e sperare anche in un mondo senza miti.

Informazioni su GoatWolf

Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basta sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi. Vedi tutti gli articoli di GoatWolf

3 responses to “Il crollo di un mito

  • Egle1967

    Strana coincidenza venire qui e leggere di miti, di illusioni, e di realtà ‘. Ho scritto un pezzo simile, ma non scritto bene come il tuo, in cui ho tentato di affrontare l’ argomento incentrandolo sull’ amore, e sul desiderio, sulle aspettative verso la persona che diciamo di amare.Ma di cosa parliamo, quando parliamo d’amore?
    Spesso idealizziamo la persona che ci sta di fianco al punto tale da non vederne i difetti, e quando scopriamo i lati meno piacevoli, ce ne distacchiamo, imputiamo agli altri la distruzione di un sogno che, come dici tu, aveva,o creato con le nostre mani, menti e speranze…credo anch’io che i motivi per sperare, debbano trovarsi dentro di noi, e sopratutto non aspettarsi che l’altro ci salvi….come sempre scrivi dei post meravigliosi.Buona serata!

    • GoatWolf

      La salvezza! Ecco un altro punto su cui riflettere. Tempo fa ho visto la pubblicità di un libro, scritto da un giornalista messicano (in lingua originale, non credo sia stato tradotto), sui personaggi rivoluzionari dell’America Latina; essendo un conservatore ne parlava male, perché infelice e deleteria era l’idea di rivoluzione, cui erano state sacrificate tante persone (e blablabla…). Sai come si intitolava? “I Redentori”. Personaggi come José Carlos Mariàtegui, Octavio Paz, Gabriel Garcia Marquez e ovviamente Guevara, Castro ecc. venivano presentati come portatori di redenzione, del paradiso in terra, convinti della possibilità di cambiare il mondo appoggiando movimenti violenti e illiberali come quelli comunisti, venati da millenarismo cristiano mischiato al materialismo. A parte la presa di posizione destrorsa, è interessante l’uso di una categoria come quella di redenzione a proposito di iniziative politiche radicali; se noi mitizziamo i rivoluzionari, rischiamo di vederli come “gesù cristi” laici venuti a redimerci dal peccato capitalistico. Ma persino nel cristianesimo si dice “salvate voi stessi”…

  • egle1967

    Ecco, appunto. Lo dicevano pure i cristiani…ma i cristiani veri, pero’ non i cattolici. La “salvezza” non puo’ collocarsi e identificarsi in nessun essere umano,ma nell’idea, nel concetto che dobbiamo cercare di fare proprio attraverso gli altri.
    Era l’apostolo Paolo che disse: Badate a voi stessi affinchè, mentre proclamate al mondo la necessità di essere salvati da Cristo, non restiate privi della grazia che offrite agli altri.
    Mitizzare e aderire ad un mito, spesso significa, smettere di sentire e pensare, un lusso che nella vita non ci si puo’ permettere mai.

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