Gli anni ’80

Tempo fa ho visto un dossier del TG2 sugli anni Ottanta, un excursus generale su ciò che quel decennio è stato nella vita italiana nei più disparati aspetti, dalla moda alla politica, dalla società allo sport; io negli anni ’80 ero un bambino, a quel periodo appartengono la prima infanzia e le scuole elementari. Ma al contrario di quanto mi potessi aspettare, ho ricordato davvero molto poco rivedendo immagini e riascoltando suoni e musiche di quel periodo.

Il mio primo ricordo di portata storica è la tragedia di Chernobyl; ricordo di come se ne parlasse sia a scuola che a casa, di come certi cibi non si potessero più mangiare, di come io immaginavo fossero le radiazioni, una specie di nuvola di cenere che si espandeva sull’Europa. E la sensazione di attesa di un allarme, più che di un allarme vero e proprio.

Ricordo le bottiglie di Stock ’84, i capelli lunghi di mia madre, i mobili in legno, tra cui la sedia a dondolo “vintage”; le vacanze al mare con gli amici di famiglia, il sole nei giardini e le storie di pirati, quel signore che nel calore silenzioso dell’ora di pranzo girava con una barchetta e vendeva bibite alla gente in acqua; gli incontri tra Gorbaciov e Reagan, una maglietta con Topolino che diceva di amare l’Unione Sovietica (ah, cosa non darei per riaverla oggi!), i programmi in tv come Drive-In, DeeJay Television, e quelli di Renzo Arbore; della scuola ricordo la signora maestra, quasi una seconda mamma, e la frase “prendete il quaderno a quadretti”, che detestavo perché voleva dire passare alla lezione di matematica…
Ricordi di felicità, come fosse stata una mia personale età dell’oro.

Ma rivedendo tutto ciò, mi rendo conto anche di come io non abbia vissuto nulla di quegli anni, affrontando l’adolescenza negli anni ’90, quando tutto stava cambiando e all’individualismo già imperante si aggiungeva una sfrenata corsa a sbarazzarsi di ogni responsabilità e vincolo positivo. “Ognun per sé e Dio, se proprio non vuol farsi gli affari suoi, per tutti”. Insomma, non ho mai partecipato ad un collettivo, ad una manifestazione, non ho mai sperimentato un’idea di aggregazione sociale, restando un osservatore, uno studioso, interessandomi al bene del mondo quando ognuno aveva perso interesse nell’altro; dedicandomi alla politica quando tutti volevano solo levarsela dai piedi e delegare agli slogan populisti la loro mentalità sociale, accettando con favore l’estensione del liberismo commerciale ad ogni aspetto della vita. E tutto ciò, unito alla mia naturale timidezza, mi ha portato a isolarmi ed essere emarginato, rallentando forse una maturazione nei rapporti sociali che solo ora, grazie al rapporto con mia moglie, sta giungendo a compimento.

Quegli anni di cambiamento quali furono gli ’80, prodromi della situazione attuale, quasi non li ho vissuti nemmeno per quanto ricordano tutti i miei coetanei, come i cartoni giapponesi di Mazinga e Ufo Robot (forse sono l’unico a non sapere a memoria quelle sigle, a eccezione di L’Uomo Tigre e Ken il Guerriero), né certamente per la fine della politica di massa degli anni ’70. Negli anni ’90, poi, sono rimasto chiuso in me stesso, senza fare quelle esperienze che si definiscono “generazionali”, e forse questo non è stato troppo male, visto che per vari aspetti non mi sono omologato. In effetti non ho un’identità culturale specifica, posso dirmi cosmopolita di fatto e occidentale, europeo, italiano per condizione, ma nulla di più ristretto. Io sono quel che sono proprio per la vita che ho condotto fino ad oggi; se sono non-dipendente anche da un’idea politica per me totale, lo devo al non aver vissuto quel passato che, oggi, non può opprimermi. Il mondo lo cambiano coloro i quali sanno cambiare se stessi senza perdersi.

Una novità però è sopraggiunta di recente: sono vittima del revival! In questo periodo, non so perché, mi è venuta all’improvviso un’infatuazione per la musica degli anni Ottanta. Ho sempre ritenuto, a posteriori, la moda e la musica di quel decennio come le più tamarre del secolo, ripudiandole nonostante la mia passione per il kitsch; proprio quella passione però mi ha fregato lasciando aperta una minuscola breccia dove scavare, così oggi quel decennio consuma la sua vendetta e io mi ritrovo marchiato a fuoco sulla fronte e sulla schiena “CHI DISPREZZA COMPRA”. E allora vai col synth pop e generi limitrofi, spaziando dai Duran Duran a Billy Idol, da Madonna a Peter Gabriel, da Katrina & The Waves a Cyndi Lauper, da Phil Collins agli Europe e via discorrendo; sono arrivato a ben quattro cd di grandi successi e devo dire di star raggiungendo una sorta di normalizzazione del rapporto con questa musica, perché in fondo è gradevole, l’uso di suoni elettronici è melodioso, al contrario delle porcherie di oggi, così come spesso sono interessanti i testi. Non ho mai apprezzato il pop in generale, ma dovendo scegliere premierei questo periodo, quasi senza considerarlo più kitsch – mentre le spalline, le pettinature cotonate, i colori sgargianti fino ad accecare e le altre esagerazioni dello stile (e della “cultura” yuppie) rimangono rabbrividevoli!

Informazioni su GoatWolf

Sono alquanto riservato sulla mia vita, perché spesso le persone si lasciano influenzare da pregiudizi più o meno inconsapevoli sulla provenienza, l'età o il lavoro di qualcuno. Basta sapere che cerco di mantenere la mente aperta, mi piace il pensiero critico, detesto l'ignoranza arrogante e scrivo solo per passatempo, sulla filosofia, la storia, la politica, la musica, il cinema e i viaggi. Vedi tutti gli articoli di GoatWolf

3 responses to “Gli anni ’80

  • egle1967

    Fino a tre quarti mi sembrava di leggere il mio diario…stesse condizioni, isolamento negli anni 90, non totale, ma quasi, mai partecipato a nessuna pseudo lotta studentesca, politica, bazzicavo gli anarchici ma solo perchè mi piaceva la musica dal vivo che ascoltavano tutte le domeniche..e poi del resto a Milano in quegli anni o eri paninaro(Moncler, timberland), o anarchico(chiodo), o pesudo tardo hippy ( clark, jeans, saffi).
    Ma la musica degli anni 80 non riesco ad ascoltarla neanche ora, la musica elettronica in genere, non mi piace.
    Ciao

    • GoatWolf

      Sull’isolamento, pensavo al calcio: se non ti hanno spinto fin da piccolo a giocarci, non può davvero piacerti. E’ una di quelle esperienze che assumono significato se le colleghi a qualcos’altro, l’amicizia, il divertimento insieme, il sentirsi parte di una squadra o di una tifoseria, qualcosa di condiviso. Senza tutto questo, come è stato per me, il calcio non ha alcuna attrattiva. Allora è nell’isolamento, quello che porta a cercare altro di più intimo e individuale e non si debba per forza condividere, che si forma la personalità differente; se si chiude troppo diventa elitaria, insensibile agli altri e persino arrogante; se invece si apre, pur restando da sola ha un’evoluzione cosmopolita e lì può distinguersi per diversità.

      Sulla musica, ascoltandola bene ho cominciato a ricredermi, ma questo non esclude la severità di giudizio: in uno dei cd c’è Sabrina Salerno… aaargh! Terribile. O meglio, lei era brava in quel che faceva, ma è proprio quel che faceva a esser terribile, una dance music preludio a cose peggiori. Invece un Peter Gabriel, o lo pseudo punk di Billy Idol, o qualcosa dei Simple Minds ecc. ha un suono elettronico ma ben confezionato; ciò che non svanisce è il sapore fortemente datato di questa musica, più di quella di epoche precedenti. Forse perché ancora non si può considerare un classico come quella dei ’70, però è già molto diversa da quella successiva… non so. Sembra più lontana di quanto lo sia effettivamente.

      ciao😉

      P.S.: hehe, i paninari… a Drive-In c’era il personaggio del paninaro che “trooooppo giusto!”… credo che gli odierni “truzzi” siano i loro discendenti (degenerati, il che è tutto dire).

  • Rowdy Roddy Piper | Fabbrica Metropolitana

    […] mi sono perso, che stavo scrivendo? Ah: negli anni ’80 (dei quali avevo già parlato in un vecchio articolo non proprio nostalgico), Roddy Piper era uno dei wrestler più riconoscibili, non solo per il fatto che salisse sul ring […]

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